Trasporto S.Rosa, una storia secolare capace di parlare ai giovani
Viterbo, 6 settembre 2026 – Quando il sole sorge, pare accarezzarli affettuosamente, dopo una notte passata a dormire all’aperto per trovarsi in piazza o sulla via il tre settembre, quando passerà la Macchina di Santa Rosa con i suoi facchini.

Sdraiati sui teli, avvolti nei sacchi a pelo, raggomitolati sotto rifugi di fortuna, tra colonne di scatoloni col tetto fatto di coperte, ci sono i giovanissimi di Rosa che invadono a migliaia tutto il percorso dei facchini. Il “miracolo” della gracile patrona cittadina è potente ed è ovunque. È la narrazione controcorrente di chi vorrebbe descrivere le nuove generazioni come un popolo disincantato e distratto, con gli occhi fissi sullo schermo del cellulare, indifferente a tutto ciò che accade al di fuori di quel piccolo perimetro artificiale al plasma. Ma a Viterbo, capoluogo di provincia, sornione e schivo, non è così. I giovani hanno un faro luminoso che ogni notte del tre settembre si accende e indica loro la direzione.

Ogni anno, stanno lì, ad attenderlo, anche dalla notte prima, distesi sui freddi sampietrini, si addormentano sotto le stelle della città antica. Lo spettacolo che si presenta all’alba del tre settembre è certamente una delle storie più belle, più forti e più eclatanti della tradizione del trasporto. Una storia che azzera le distanze siderali messe tra le persone da un’epoca che pure permette di raggiungere con un click anche chi sta dall’altra parte dell’emisfero. Nell’èra del “tutto e subito”, della bulimia del superfluo, del “mordi e fuggi”, i giovanissimi di Rosa si accampano per strada ore, giorni, per avere la gioia e la delizia dei pochi minuti in cui la macchina svetterà con i facchini sotto.

Nell’incolonnamento candido dell’ esercito di pace che la trasporta, c’è spesso un padre, un fratello, un amico, un vicino di casa, il negoziante di fiducia, qualcuno che, in qualche modo, nella ritualità di una cerimonia secolare che si ripete incrollabile, fa sentire quei giovanissimi parte di qualcosa di importante e identitario. Piazza Fontana Grande, Piazza del Plebiscito, Piazza delle Erbe, continuando a piazza Verdi sono letteralmente invase da una distesa sconfinata di giovanissimi. La gran parte di loro oscilla tra i 18, 20, 25 anni, ma tantissimi sono anche più piccoli, accompagnati dai fratelli o dalle sorelle maggiorenni.
È l’immagine che sfugge al binario degli accadimenti quotidiani fatti da gente che preferisce guardarsi attraverso uno schermo che seduti al tavolo di un bar. La macchina di Santa Rosa riavvolge il nastro e apre la possibilità di riscoprire il calore della vicinanza, delle mani che si stringono, degli abbracci veri che non siano solo un emocotion virtuale, delle relazioni umane che vibrano. Un “dono” che sono proprio i tantissimi giovani in piazza a raccogliere, rifondando, in questo, il vero senso di comunità, l’urgenza dell’appartenenza in qualcosa in cui riconoscersi e caratterizzarsi. Rosa è quel mosaico di valori all’interno del quale tutto ciò avviene: forza e bellezza, fratellanza, solidarietà, sacrificio. Ecco che in quel “gesto” di riempire le piazze c’è molto di più che la semplice attesa di uno spettacolo qualunque. C’è un’eredità familiare e valoriale che diventa memoria storica e patrimonio cittadino. “Sono sempre venuto con mia madre e mio padre”, dicono tantissimi ragazzi che, seppur giovanissimi, sono oramai autonomi nelle scelte. Nella notte del tre si formano gruppi. Alcuni anche solo per questo appuntamento. Ragazzi che si perdono di vista tutto l’anno, ma quella sera si ritrovano tutti qui. Nello stesso punto, nella stessa ora, ad aspettare di vedere la macchina. Come i ragazzi di Fontanella del Suffragio che quest’anno hanno addirittura coniato e stampato una maglietta celebrativa del loro decimo anno di permanenza all’ingresso del vicolo del Corso. Nei giovanissimi c’è impresso quel dna “Semo tutti di un sentimento” che scorre potente nella linfa cittadina, ma che molti di loro hanno anche appreso da vicino come “mini” facchini. Nell’imponente coinvolgimento delle nuove generazioni nella tradizione di Rosa, gioca un ruolo importante non solo la famiglia e le amizicie, ma anche la scuola dei comitati delle minimacchine. A tenere fissa l’intelaiaura delle masse giovanili in piazza, a guidare i ranghi del gioioso esercito festante e rumoroso, c’è spesso un minifacchino, in carica o anche ex. Il mondo delle mini macchine si sta dimostrando un forte magnete, esercitando un richiamo sempre più grande sulle nuove generazioni, tanto che, ai ragazzi, si sono unite anche le ragazze. Giovani di ogni cultura e credo religioso affollano la base delle minimacchine di quartiere ogni anno. Le minimacchine non sono solo il vivaio di quella più grande del tre settembre, ma si stanno dimostrando un’ imponente officina, capace di mettere il motore della tradizione su chi può portarla lontano: i giovani. E in quella mattina del tre settembre quei minifacchini, sono anche lì, nelle piazze e lungo le vie, con un sogno nello zaino, su cui hanno dormito la notte prima: «Portare un giorno la macchina grande»
Tiziana Mancinelli