Home Nazionale Piazza del Popolo, la Lega conquista Roma. Salvini e la piazza: «Matteo è la nostra favola».

Piazza del Popolo, la Lega conquista Roma. Salvini e la piazza: «Matteo è la nostra favola».

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Roma – Fare solo la cronaca di quello che ha detto, ieri, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dal palco di piazza del Popolo, a Roma, durante l’evento: “L’Italia rialza la testa“, della Lega, non aggiungerebbe nulla a ciò che è andato in diretta su tutti i social, le tv, anche straniere, i giornali on line. Per descrivere in tutto il suo significato questo  8 dicembre e la “portata” di questa Lega che, inaspettatamente per molti, è uscita dalla Padania come un uragano e sta conquistando l’Italia, bisogna staccare l’obiettivo da quel palco e puntarlo altrove. Là, su quell’oceano immobile di persone che invade la piazza, spesso ripresa con rapide carrellate a tutto campo  giusto per  dare la “misura complessiva” del richiamo dell’evento. In questo caso si parla di circa 50 mila persone. Per capire il “personaggio” Salvini, bisogna guardare un po’  più in là: bisogna raccontare la piazza. È necessario stringere quell’inquadratura su quella folla, sul volto di ciascuno di loro. Bisogna vedere cosa succede quando Salvini, al termine di ogni suo comizio, lascia i panni del politico, del ministro, del leader leghista, sul palco e scende a ricevere l’abbraccio del suo popolo. Che lo ricambia con uno slancio affettivo straordinario, con un sapore  familiare, che è difficile immaginare tra un ministro e i suoi elettori, tra estranei in fin dei conti, che, invece, in quella pacca sulla spalla, in quell’abbraccio, di qualche secondo si scambiano reciproco affetto, confidenza, e soprattutto fiducia. È come se ciascun individuo di quella grande folla, ritrovasse in “Matteo” quell’amico di sempre, pronto e disponibile a dargli una mano quando occorre. E proprio così, si rivolgono a lui: “Matteo”, “Matteo” gridano, loro, che a quel ragazzotto che non viene dai piani alti della finanza, ma dai loro quartieri, dai loro rioni, dai loro mercati del sabato, che sente e parla come loro, comprende le loro preoccupazioni, le loro ansie, le loro speranze, hanno affidato la missione di migliorare un po’ di più le loro vite. Nei loro pensieri non c’è lo spread, la flessibilità, il rigore, i bilanci.  C’è solo il desiderio di andare a dormire la sera con l’animo più leggero dai tanti affanni dei giorni ordinari che proprio “Matteo” comprende così bene. Perché in lui vedono quell’amico della porta accanto che è salito sul palco a rimettere a posto le cose, contro l'”Euro”, contro l'”Invasione”, contro le “Tasse”, contro quell'”Europa” che pensa alle “banche”, che orbita in un altro universo, in un luogo da cui si sentono estranei, distanti, avversi, inascoltati. E basta parlare con alcuni di loro per sentirsi dire queste cose. Quasi tutti si sono mossi dalla mattina presto dell‘8 dicembre per arrivare a piazza del Popolo. I più veloci hanno conquistato il posto proprio a ridosso della transenna che li tiene in modo ordinato dietro al palco. Questione di pochi minuti di vantaggio, perché la piazza nel giorno della Madonna, nella Roma eterna, si riempie quasi subito. Ad ascoltare la Lega. Un partito fino a poco tempo fa rinchiuso nel perimetro Padano. Oggi, come piazza del Popolo dimostra, un partito a tutti gli effetti “italiano” con l’esperienza, però, di chi per anni ha governato molte regioni motore d’Italia. E questo, in futuro, non sarà un dettaglio. La piazza sembra un formicaio. Su quella quantità infinita di persone si alzano striscioni, bandiere. Tutti vogliono testimoniare la loro presenza. C’è Bari, Palermo, Napoli, Venezia, Milano, Viterbo. C’è tutta l’Italia. Dalla Puglia, la Calabria, fino al Trentino. Tutti a Roma. E questo è il dato politico forte, un segnale da interpretare per il futuro: la Lega non è più una realtà del nord, ma è un partito nazionale, un soggetto politico che raccoglie tutti gli italiani da nord a sud. Perché oramai non è più solo la Padania, l’identità, l’ambito territoriale da difendere e tutelare. È l’Italia. Quell’Italia da salvaguardare in questa Europa. «Stiamo dando fastidio ai poteri forti – dice Salvini – a coloro che volevano depredare l’Italia». E dalla folla risuona un boato di consenso, di appoggio, di spinta, una voce sola, forte, profonda, quasi uscisse dalla bocca ancestrale di quella terra, memore di tanta gloria, quella di Roma. Dell’antica Roma.  “Identità, tradizioni, territorio”. Gli antichi romani ne sapevano qualcosa. E proprio da qui, dalla Capitale, parte il grido di battaglia contro l’omologazione, il globalismo, il livellamento. È la sintesi della ventata leghista che torna a rianimare  lo spirito di un popolo, orgoglioso e consapevole della sua grandezza nella storia, del contributo offerto nelle arti e nelle scienze, opere “intramontabili” ed “eterne” che altri vorrebbe “uniformare”, “oscurare”. Ma la risposta che arriva dalla piazza di Salvini è chiara:   “L’Italia rialza la testa”. Sono moltissimi, in prima fila, a testimoniarlo. Dalla stessa Roma sono arrivati in tantissimi. Tutti si prestano ai microfoni, sorridenti, scalpitano per dire la loro. “Matteo the best, l’unico”, dice una signora di Latina. Lei si aspetta una cosa per tutte: “La rinascita dell’Italia”, grida, prima  di lanciare un affondo  tagliente alla politica, quella che doveva pensare “ai terremotati dell’Irpinia, di Amatrice“, e invece si occupa delle “banche”. Un’altra signora bionda, dal viso solare e sorridente, di Colleferro dice perché segue Matteo Salvini: «Perché  è adorabile è la nostra favola, l’unico pulito da 50 anni a questa parte». Lei spera di vedere tra i primi provvedimenti: «La Flat tax per far ripartire le aziende e dare lavoro. E, inoltre – aggiunge – vorrei una legge per  regolamentare la prostituzione. Ci sarebbe più ordine, pulizia, sicurezza sia per le ragazze, sia per i cittadini. E avremmo più entrate per lo Stato».  Delle critiche mosse a Salvini, ha un’idea chiara: «La volpe e l’uva», dice scoppiando in una scrosciante risata. Un’altra signora sventola un cartellone: “I veri italiani sono sempre con Salvini, ieri, oggi e domani“. Vengono da Fiumicino e anche loro sanno bene il perché del loro sostegno a Matteo Salvini: “È un politico pulito, onesto, e pensa agli italiani. Gli altri non hanno fatto niente e ora pretendono che Matteo in cinque mesi cancelli tutti i danni fatti da loro». Sul decreto immigrazione e sicurezza hanno le idee chiare: «Ha fatto bene, abbiamo tanti delinquenti dei nostri, non ci serve portarli anche da fuori. Poi, scusi, ma chi la fa la guerra lì, se tutti gli uomini vengono su. Chi la fanno le donne e i bambini?. Se viene gente onesta va bene, ma i disonesti non gli vogliamo». Semplice e concreta. Qui, nella piazza, non c’è spazio per salotti filosofici. C’è gente che alla mattina va a fare la spesa e conta i soldi che gli restano per arrivare a fine mese.  E qualcuno nel farlo sente la nostalgia della “Lira”. «Ci vuole la Lira, dobbiamo prendere la Lira», dice un arzillo signore munito anche lui di cartello. Romano anche lui. I cittadini della Capitale invadono le prime file, avvantaggiati di avere risparmiato il tempo di un lungo viaggio per arrivare da ogni parte d’Italia. «Noi manteniamo le classi agiate che non fanno nulla – dice – fanno solo la guerra, poi ci buttano gli stranieri qui. Sono i nuovi schiavi. Salvini deve stare attento su questo. Volevano fare l’Europa dei popoli  invece abbiamo quella delle banche». Altri protestano contro la direttiva Bolkestein: «Nel contratto di governo c’è scritto che nei primi 100 giorni saremmo usciti. Noi siamo commercianti su area pubblica, sono otto anni che abbiamo questa spada di Damocle sospesa sulla testa. Vogliamo semplicemente lavorare da italiani. Non c’è reciprocità con l’Europa. Gli altri paesi europei non l’hanno recepita. Soltanto la Spagna, ma con una proroga lunghissima», dicono.  Tra la folla si alzano anche gli striscioni della Tuscia. C’è Tarquinia, c’è Bolsena, c’è Viterbo e tanti altri comuni. Il senatore di Viterbo, Umberto Fusco, ha dato appuntamento a tutti di buonora ed è partito con cinque pullman di amministratori, militanti, coordinatori. Sono finiti i tempi dei “quattro amici al bar”, quelli che già nella Lega di Bossi vedevano il futuro che ora è diventato presente. Oggi la Lega di Matteo Salvini è il primo partito al comune di Viterbo con otto consiglieri comunali, tre assessori, vice sindaco e presidente del consiglio. Specchio fedele di quella piazza Verdi che nell’ultima visita del Ministro dell’Interno ha portato il proprio tributo di folla come da tempo non si era più visto. I leghisti viterbesi si affrettano a salire sui pullman: corrono con le bandiere arrotolate, cappellini leghisti con visiera, caricano gli striscioni e prendono posto. La festa è già iniziata. C’è tutto il gruppo comunale, i coordinatori provinciali. Volti vecchi e nuovi che hanno sposato convinti il sogno leghista che ormai è un sogno tutto italiano. Si parte, lungo la strada si aggiungono altri militanti dai vari comuni sulla via di Roma e infine si arriva a piazza del Popolo ad ascoltare “Matteo”. Soddisfatto il senatore Fusco a fine giornata: «C’è stata una grande partecipazione dalla Tuscia – dice – è stata una stupenda giornata. Con il sorriso, ordinata e serena. Le forze dell’ordine c’erano, ma sono rimaste a osservare», dice, sottolineando il carattere totalmente pacifico e senza disordini dell’incontro di piazza del Popolo. «Quello di oggi è un dato politico importante  – sottolinea – a piazza del Popolo c’era tutta l’Italia. La Lega ormai è un partito nazionale. Cambieremo l’Italia. Matteo Salvini ha detto che questo governo non durerà sei mesi, ma cinque anni. Abbiamo tutta l’intenzione di mantenere le promesse fatte agli italiani». E gli italiani sono tutti là. Ci sono signore, casalinghe, mamme e padri di famiglia, ci sono ragazzi, ragazze, gente che lavora e anche che non lavora che  vuole semplicemente rivendicare i propri diritti, il proprio spazio di esistenza in una società sempre più interessata ai conti, ai numeri, più che alle persone. In piazza del Popolo c’è l’autista, la maestra, l’impiegato pubblico, il fruttivendolo, il pensionato, il disoccupato. Ci sono tanti volti di gente normale, che ti racconta la vita di tutti i giorni. Voler scorgere tra quelle righe di vissuto quotidiano segnali di “fascismo” o “razzismo” è  un’operazione di mera fantasia. Al termine della manifestazione tutti si avviano verso la strada di casa composti e soddisfatti. All’uscita di piazza del Popolo una moltitudine di ragazzi dispiega un gigantesco striscione con la scritta “Stop invasione”. Ma quella dei leghisti in Italia, dopo i numeri di ieri, si può dire che sia ufficialmente iniziata e sotto i migliori auspici.

 

Tiziana Mancinelli

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Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.