Viterbo: città medioevale, città dei papi. È questa la prima, e più immediata, immagine che evoca il capoluogo della Tuscia. Eppure Viterbo non è solo questo. I papi e il Medioevo non esauriscono quella storia che attribuisce a questa città un ruolo di primo piano nel panorama dei secoli trascorsi. C’è una parte di essa, altrettanto importante, potremmo azzardare a dire addirittura “grandiosa”, fatta di personaggi illustri che in un preciso momento storico hanno reso Viterbo il crocevia di un processo di riflessione che si stava compiendo in tutta Europa con risonanza mondiale, facendo della cittadina della Tuscia il focolaio di eventi che segneranno il destino della Chiesa e dei popoli. Quella parte di storia è il Rinascimento. Un’epoca che a Viterbo si è fatta sentire in modo così tanto forte che fu necessario, secondo Antonio Rocca ideatore e direttore del progetto Egidio 17, mettere in atto un complesso di azioni precise per cancellarne la memoria e le tracce, nel tentativo, così, di mettere a tacere tutto ciò che aveva creato sul piano intellettuale, storico e spirituale e che non collimava più con il sentire dei secoli successivi. Lo spirito del Rinascimento, con tutte le sue espressioni anche urbanistiche e architettoniche, ancora molto evidenti in città, è stato sapientemente e attentamente oscurato. Ma l’orologio sta per segnare l’ora in cui esso potrebbe tornare a rivendicare il suo ruolo nell’ambito della visione collettiva della città.\r\n\r\n“Egidio 17”, il progetto ideato e curato da Antonio Rocca, ha già da tempo iniziato a segnare un percorso di attività e iniziative alla riscoperta dell’anima rinascimentale di Viterbo, ponendosi come traguardo il 2017, l’anno in cui “scoccheranno” 500 anni esatti dalla Riforma Protestante, e l’eco di quella storia sepolta, nello spazio di ascolto aperto dalla celebrazione di questa significativa ricorrenza, potrà tornare, con forza, a farsi sentire. Essa ritrova il suo baricentro in quel circolo di persone, conosciuto come Ecclesia Viterbiensis, che soggiornarono per molto tempo a Viterbo, presso il cardinale inglese Reginald Pole, nominato Legato Pontificio del Patrimonio di San Pietro nel 1541, con il quale condivisero un’esperienza religiosa e politica.\r\n\r\nL’Ecclesia Viterbiensis ebbe un ruolo di spicco nell’ambito del processo di riforma della Chiesa, in merito alla quale, in antitesi alle posizioni più radicali dell’Inquisizione Romana, auspicava un dialogo con i protestanti, convinti che all’interno della Chiesa, della quale continuavano a fare parte, potessero convivere più orientamenti. L’Ecclesia Viterbiensis e il generale degli Agostiniani, Egidio Antonini, restano l’emblema di questo momento di particolare importanza per Viterbo. Grazie a queste realtà, a Viterbo fecero capo le più importanti correnti di pensiero che stavano maturando l’idea di un rinnovamento religioso della Chiesa. Una realtà che la Controriforma e il tribunale dell’Inquisizione hanno progressivamente attaccato fino a determinarne la completa scomparsa.\r\n\r\n \r\n\r\nViterbo non è etrusca ma longobarda. “Viterbo è una città di fondazione longobarda – spiega Antonio Rocca – Nel Rinascimento Annio da Viterbo si inventò che Viterbo era etrusca. Ma non è vero. Dentro la cinta muraria non abbiamo nemmeno un sassolino etrusco. In questo territorio esistevano gli etruschi e altre popolazioni come in tutti i luoghi del mondo. Ma quando parliamo di città etrusca parliamo di una città che esisteva ai tempi degli etruschi come Orvieto, Chiusi, Todi e Volterra. Questi sono centri etruschi, perché avevano un insediamento etrusco. Viterbo no. La città fu costruita dai Longobardi in una fase di scontro nella loro discesa verso Roma. I Longobardi arrivarono nel 568 in Longobardia, da qui scesero a pioggia nel centro Italia, dove erano stanziati i Bizantini che, dopo la guerra greco gotica, avevano costruito un centro a Roma e uno in Romagna. C’era un canale che loro proteggevano, dove si trovava Viterbo. I Longobardi non riuscirono o a superarlo, così lo saltarono per andare a formare da un parte il ducato di Spoleto e più sotto quello di Benevento. A questo punto decisero di riunificare questi pezzi sparsi di territorio e in mezzo c’era proprio Viterbo che rappresentava, allo stesso tempo, il punto strategico per procedere verso Roma”.\r\n\r\n \r\n\r\nViterbo Comune. “Il periodo più interessante per tutti i Comuni – prosegue Antonio Rocca – inizia dopo il Mille. Alla fine del 1200, in particolare, si apre una stagione fiorente, seguita poi dal naturale declino che durerà per tutto il 1300. È a partire dalla metà del 1400 che riprende un periodo di sviluppo. Viterbo diventa un centro importante, ritornano i papi, dopo la cattività di Avignone, che ricominciano a puntare su questa città in seguito alla ricostituzione dello Stato Pontificio. Il complesso dell’Albornoz offre loro un sistema di rocche che garantisce maggiore protezione e sicurezza. La metà del Quattrocento è anche il periodo di grandi artisti. Nascono i capolavori pittorici di Lorenzo da Viterbo, che sono un’importante testimonianza di questo momento storico.\r\n\r\n \r\n\r\nI Borgia e i Farnese. “Nel 1400 – continua Antonio Rocca – la città inizia anche a suscitare l’interesse di importanti famiglie: i Borgia, la cui fase dura poco, e i Farnese che invece lasceranno un’impronta profonda nel territorio. Questi ultimi si stanziarono in città verso la metà del Quattrocento. Alessandro Farnese, infatti, aveva capito che Viterbo poteva diventare il centro di uno staterello per la sua famiglia che aveva terreni e castelli verso Farnese, Latera, Canino. I Farnese rendono Viterbo un centro politico sempre più importante, con l’idea di farlo diventare la capitale di fatto della loro signoria sul territorio di San Pietro in Tuscia che controllavano a nord con il ducato di Castro e a sud con la contea di Ronciglione e Caprarola.\r\n\r\n \r\n\r\nIl Rinascimento nascosto nella Viterbo medioevale. “La famiglia Farnese – spiega Antonio Rocca – espresse su Viterbo tutto il suo potere anche con la realizzazione di opere urbanistiche. Ricordiamo la strada farnesiana, una delle vie più eleganti del Cinquecento, l’attuale via Roma, tutto l’asse sotto Porta Faul, chiamata al tempo Porta Farnesia, che si ricongiungeva con la Trinità, via Annio, via Cardinal La Fontaine, e tante altre vie, tutte appartenenti alla città nuova. I Farnese corressero anche l’impianto a Porta Romana, rilevante per loro perché li metteva in collegamento con Caprarola, il loro feudo più importante nella zona. Agirono anche sull’area medioevale, dove costruirono una serie di nuovi palazzi rinascimentali. Su qualche preesistenza che resta medioevale, si sviluppa, così, una città ricca e importante, in grado di attirare autorevoli famiglie che qui si stabilirono e costruirono le loro residenze. Se, camminando lungo San Pellegrino, il quartiere medioevale, alziamo la testa vedremo che tutti i palazzi hanno finestre, portali, impianti rinascimentali. Le costruzioni che ci sono, non sono palazzi del 1200 e, infatti, in molti punti essi recano delle date che ci indicano l’esistenza di una grande stagione rinascimentale. Essa perdura fino ai Pamphilj, quindi fino alla fine del ducato di Castro, siamo verso la metà del Seicento”.\r\n\r\n \r\n\r\nEcclesia Viterbiensis. “Il Rinascimento è importante a Viterbo”, afferma Antonio Rocca, “lo è urbanisticamente, politicamente, artisticamente e anche culturalmente. Esso è anche il momento di un grande disorientamento all’interno della cristianità. L’idea di rinnovare la Chiesa c’è sempre stata. Ma ora si apre un vero e proprio fronte riformatore, che esprime la necessità di un radicale cambiamento. Sono moltissimi italiani a volerlo. Siamo in una fase cruciale, tutto ciò che si decide ora sulla Riforma investirà i destini dell’Europa e tutto sommato anche del mondo, perché c’è già stata la colonizzazione. Le riforme, però, non arrivano e tutte le istanze che ne avevano supportato la richiesta sfociano in una rivoluzione. A Viterbo abbiamo due stagioni. Inizialmente la città raccoglie un po’ la spinta riformatrice. Iniziano ad aprirsi grandi discussioni sull’argomento. La prima stagione in cui si richiedono le riforme è egemonizzata dalla figura di Egidio Antonini, generale dell’Ordine Agostiniani. C’è poi una seconda stagione che fa perno sulla figura del cardinale Reginald Pole che punta sul Concilio per ricucire lo strappo aperto dalla mancata riforma. Intorno a Pole si riuniscono il generale dell’ordine dei Cappuccini, artisti del calibro di Michelangelo, la nobildonna Vittoria Colonna, grandi intellettuali come Marco Antonio Flaminio. Tutti loro danno vita, a Viterbo, all’Ecclesia Viterbiensis che elabora proposte molto interessanti per la riforma della Chiesa. Se fossero state recepite, avrebbero impedito la definizione ultima della spaccatura e ridefinito l’identità di una Chiesa diversa. L’ipotesi viterbese, invece, fallì miseramente”.\r\n\r\n \r\n\r\nPerché fu oscurato il volto rinascimentale della città di Viterbo. “Dopo questo epilogo – racconta ancora Antonio Rocca – il Rinascimento venne totalmente cancellato, occultato. Su Viterbo cadde la scure controriformista inquisitoriale che annichilì questa storia e questa vicenda, cancellandone il più possibile le tracce. Viterbo era stata così importante in questo momento storico, perché era l’ultima grande città sulla strada prima di Roma. Tutta l’Europa gravava su Viterbo. Essa era l’Europa prima di Roma. A Reginald Pole, di famiglia reale inglese, guardava l’imperatore Carlo V che controllava tutto il mondo. L’alleanza di partito imperiale riformatore italiano, più gli inglesi, gli spagnoli, gli austriaci determinarono una grande importanza del partito viterbese. Nonostante ciò, per una serie di ragioni, in particolare l’ostilità dei francesi che non avevano interesse al concretizzarsi della Riforma, l’ipotesi viterbese decadde e la città ne pagò le conseguenze.\r\n\r\n \r\n\r\nCome fu cancellato il Rinascimento a Viterbo. “La scomparsa della memoria rinascimentale, tuttavia, – spiega Antonio Rocca – non è legata alla damnatio memoriae di Egidio o di Agostino, ma a un fenomeno di revival medievista che imperversò un po’ in tutta Europa. Una tendenza che ha senso nei paesi che l’hanno inventata, cioè inglesi e tedeschi, per i quali la bellezza spirituale era antecedente alla corruzione italiana, cinquecentesca, barocca, prima della quale tutto era bello: la luce, la pietra, San Francesco, San Bonaventura. Fino a Raffaello era tutto buono, dopo Raffaello era tutto brutto. Ma se questo può avere un senso in Inghilterra e in Germania, non ne ha nessuno in Italia, dove, tuttavia, l’abbiamo assimilata, inquadrandola in una funzione anticlericale, per cui si è verificato un mix particolare di motivazioni strane che hanno fatto sì che ad un certo punto si decidesse, in particolare a Viterbo, che vivevamo in una città medioevale.\r\n\r\n \r\n\r\nCome nasce l’illusione medioevale. “Il mito medioevale a Viterbo è nato per tante componenti”, dice Antonio Rocca, “Una è l’esaltazione medioevale internazionale che a Viterbo è stata particolarmente virulenta e appoggiata dallo stato liberale dell’Unità d’Italia. La Chiesa veniva vista come l’istituzione che aveva bloccato fino alla fine l’unità del paese. Ciò ha comportato un’enorme campagna antipapalina. Se sostenevi il papa, in qualche modo venivi visto come un anti patriota, anti risorgimentale. In definitiva si è utilizzata la propaganda protestante contro la Chiesa, per un’ondata neo medioevale, anticlericale, che salvava figure come San Francesco, simbolo di povertà e umiltà, mentre condannava i papi con corona e baldacchino. È stata una tendenza che ci ha portato a prendere a ben volere il Medioevo, come idea di semplicità e purezza. Che è stata messa in pratica anche andando nelle chiese barocche a spazzare via altari, stucchi, affreschi tutto quello che era vecchio alla ricerca di qualcosa che poteva stare dietro, un lacerto di affresco medioevale. Abbiamo demolito, distrutto gli edifici sacri, cancellando ogni traccia di Rinascimento e Barocco. È stato addirittura coniato un termine per descrivere questa tendenza: sbarocchizzare”. Le chiese sono state massacrate. Ma è stato distrutto il Barocco senza riavere indietro il Medioevo. Quello che è stato ripristinato, infatti, è il Medioevo come se lo immaginavano gli autori di quest’opera di demolizione, cioè solo pietra e luce, ma non come era così, Il medioevo vero era come lo vediamo oggi a Tuscania. Le chiese a quell’epoca erano tutte colorate e istoriate. Le chiese con la pietra a vista sono finte, non sono mai esistite. Il Medioevo che vediamo oggi è stato inventato alla fine dell’Ottocento, inizi Novecento. Chiese così non sono mai esistite nel Medioevo. Gli unici a farle in questo modo erano i Cistercensi di cui abbiamo un bellissimo esempio nell’abbazia di San Martino al Cimino. Ma a parte le loro, la chiesa medioevale era integralmente colorata e istoriata. Questa mania di tornare alla pietra, sia negli esterni, sia negli interni, è una smania tardo ottocentesca novecentesca, è un gusto che non ha alcun senso storico.\r\n\r\n \r\n\r\nIl paradosso di Porta Faul. “Porta Faul – conclude Antonio Rocca – Faceva parte dell’asse viario urbanistico di trasformazione della città vecchia nella moderna capitale farnesiana. Il Vignola, che era l’architetto di famiglia, disegnò e progettò l’attuale Porta Faul. Milioni di cose sono state attribuite al Vignola. Tra quelle che formano il suo catalogo certo, c’è questa porta. In passato era Porta Farnesiana, ora invece si chiama Porta Faul che è un chiaro richiamo a un mito inventato da Annio da Viterbo perché Faul non è mai esistito, è una cosa inventata nel Rinascimento, in modo così forte che ha oscurato il Rinascimento stesso. E quindi ci troviamo nella ridicola situazione dove esiste una Porta Faul, ma non c’è nessun riferimento in città, l’intitolazione di un vicolo, di una qualsiasi altra cosa, a chi veramente quella porta l’ha disegnata o voluta. Non c’è una strada dedicata ad Alessandro Farnese, o a qualcun altro della famiglia, proprio a causa di questo fenomeno di rimozione per cui anche le cose che si chiamavano così, vedi Strada Farnesiana, sono state rinominate.\r\n\r\n \r\n\r\nE se dopo i Medici….arrivasse la serie tv “I Farnese”. “Allora tutti direbbero che tutto ciò … lo sapevano”, chiosa Rocca.\r\n\r\n \r\n\r\n
0
0