Viterbo, 18 aprile 2020. Superata la fase 1, l’Italia si prepara alla fase 2. La fine del lockdown sarà il 3 maggio. Dopo quella data, gradualmente, a scaglioni, le attività inizieranno a riaprire. Ma non sarà come svegliarsi da un brutto sogno e tornare, come d’incanto, alla vita di prima, come se nulla fosse accaduto. La sfida che attende l’Italia è tutta in salita. Forse più difficile di quella vissuta finora, la cosiddetta fase uno, in cui era sufficiente stare sul divano, chiusi in casa, per ottenere l’obiettivo che era quello di fermare il contagio. Il cammino che arriva ora è più arduo. Più impegnativo. Perché adesso si saprà se l’Italia è in grado o meno di ripartire. Con quali difficoltà e con quali tempi. Due mesi di chiusura hanno messo a dura prova le attività economiche di tutta Italia. Alcune, le più piccole, quelle che già si trovavano in difficoltà, potrebbero essere definitivamente morte e non riaprire mai più. Le altre, quelle che ripartiranno, si rimetteranno in gioco. Una partita in cui la carta vincente ce l’ha ancora Covid19, quella che potrebbe ribaltare la situazione, un vaccino, l’umanità ancora non ce l’ha. Dunque la sfida fatale è ancora aperta: il virus a caccia di corpi da consumare, e quest’ultimi che vogliono riprendersi la propria vita. E questa ripartirà, ma con le dovute cautele, perché la minaccia è ancora là fuori. E rischia di fare parecchi danni. Alla Regione Lazio si lavora a diversi tavoli per definire regole e criteri con cui tornare a lavorare in sicurezza. Ma non sarà facile applicarli. Una regola su tutte governerà le vite di tutti, finché non ci sarà un vaccino: il distanziamento sociale. I locali ammassati di gente sono ricordi già consegnati alla storia. In bar e ristoranti si dovrà stare a debita distanza. Una prescrizione su cui ancora non si sa nulla di preciso, ma che già ha messo in apprensione parecchi ristoratori. Non perché non abbiano a cuore la vita umana. Ma perché far quadrare i conti sarà molto difficile. «Le spese saranno sempre le stesse, ma i coperti, dovendo distanziare i tavoli gli uni dagli altri, saranno circa un terzo», dice Renato dello storico e popolare locale del centro “La Chimera”. «Sarebbe diverso se lo Stato decidesse di sostenere le attività per la perdita di fatturato che, inevitabilmente subiremo». Il presidente della Regione Lazio in una conferenza stampa ha dichiarato che il punto su cui si sta lavorando per riaprire in sicurezza è proprio questo: assicurare il distanziamento sociale ma, allo stesso tempo, non creare altre difficoltà a ristoratori. Un compromesso difficile da trovare. La soluzione, come anticipato dal governatore del Lazio, potrebbe essere quella di derogare ai regolamenti comunali e permettere ai bar e ai ristoranti di occupare spazi all’aperto. Non tutti però sono ubicati in parti della città che consentono questa alternativa. Per questi locali, dunque, l’unica soluzione potrebbe essere quella di rinunciare a una fetta di fatturato, derivante dalla riduzione dei coperti. «Non sappiamo ancora nulla di certo. Andiamo dietro alle voci che girano sui giornali, sui social – dice Renato – Ma se la prospettiva è questa, la situazione diventa veramente difficile. Per noi mettere tavoli all’aperto è impossibile visto che il ristorante si affaccia su una via che dovrebbe essere chiusa. C’è poi un interrogativo che tutti noi ci stiamo ponendo: “la gente verrà?“. Sul futuro ci sono solo incertezze». Una cosa certa, invece, è che la cassa integrazione che non è ancora arrivata: «Non abbiamo ancora visto un soldo. Abbiamo cinque persone in cassa integrazione dall’8 marzo che non hanno ricevuto nulla – dice il titolare della Chimera -. Ora, però, è il momento di ripartire, la classe politica si deve prendere le sue responsabilità e far riaprire le attività. Non credo che per ora riusciremo ad avere zero contagi», dice Renato. «Potrebbero iniziare ad allentare il blocco dalle regioni dove il contagio non si è diffuso in modo importante». «Chiusure che non sono mai state totali – dice ancora – forse se lo fossero state dall’inizio, oggi avremmo già risolto il problema». Pensieri condivisi anche da Paolo Bianchini, titolare del Vecchio Orologio nell’omonima via: «Un ristorante con 100 coperti, se applicasse quelle norme sul distanziamento sociale, ridurrebbe i clienti a un terzo circa. Non tutti hanno la possibilità di utilizzare spazi all’aperto – dice Bianchini che annuncia una manifestazione della categoria il 25 aprile -. Alcuni di noi stanno pensando addirittura di non aprire per niente se dovesse persistere questo stato di cose nei nostri confronti. La ristorazione è un settore importante che contribuisce a una fetta rilevante del Pil, se viene giù questo settore di attività ne risentiranno anche altri ad esso collegati».