Viterbo, 24 giugno 2021 – Caporalato: «Finiscono ai domiciliari padre e figlio, gestori di otto impianti di carburante, tre a Viterbo e i restanti in provincia». I due avrebbero impiegato 13 immigrati regolarmente assunti con contratti part time, ma costretti ad osservare turni massacranti di lavoro.
Va a segno, così, l’operazione “Petrol Station” con un’inchiesta iniziata nel novembre 2019, coordinata dal pubblico ministero Massimiliano Siddi, con il gip Savina Poli che ha confermato la misura di custodia cautelare verso gli accusati. Il personale della squadra mobile, invece, è stato coordinato dal dirigente Alessandro Tundo.
A riferire tutti i dettagli dell’operazione “Petrol Station” stamattina presso il Palazzo di giustizia è stato lo stesso procuratore capo, Paolo Auriemma, e il questore Giancarlo Sant’Elia. Insieme a loro il pubblico ministero, Massimiliano Siddi, e il dirigente, Alessandro Tundo, con gli agenti della squadra mobile e del nucleo di polizia giudiziaria. Auriemma ha sottolineato come il caporalato sia una piaga in grado di estendersi a ogni settore della vita economica, non solo «nei campi», ma anche, in questo caso, in quello del «commercio di carburante». «Il nostro lavoro – ha proseguito Auriemma – è vigilare per prevenire lo sfruttamento del lavoro e le attività illecite che ruotano attorno ad esso, arrivando, quando necessario, a reprimere le condotte illecite che, come in questo caso, possono sfociare nella sleale concorrenza verso chi, invece, opera secondo legge”.
Le pompe di carburante stanno proseguendo la loro attività, poiché non sottoposte a sequestro.
Sull’operazione arriva anche la nota stampa della questura di Viterbo: «Nel pomeriggio di Venerdì 18 Giugno u.s. gli uomini della Polizia di Stato della Squadra Mobile della Questura di Viterbo hanno proceduto all’esecuzione della misura cautelare degli Arresti domiciliari nei confronti di un sessantatreenne e di un ventottenne casertani, padre e figlio, responsabili in concorso del delitto di Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (cd. “Caporalato”).
Nei riguardi del padre il provvedimento de quo è stato disposto in aggravamento della Misura cautelare del Divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali, allo stesso applicata il 23 Luglio 2020 in quanto, in qualità di Presidente e legale rappresentante di una società a responsabilità limitata» avrebbe «coordinato e sovrinteso a tutte le attività della società, impartendo direttive ai collaboratori per quanto concerne la gestione dei dipendenti dei distributori di carburante “Ewa”, dislocati nella provincia di Viterbo, di proprietà della predetta società».
Il figlio, invece, avrebbe «coadiuvato attivamente il padre nella sua attività imprenditoriale , con specifico riferimento alla gestione del personale impiegato nei distributori di carburante.
Ai due è stata contestata la condotta di sfruttamento di almeno 13 (tredici) lavoratori extracomunitari, quasi tutti provenienti da paesi africani dell’area subsahariana e regolari sul territorio nazionale, i quali sono stati impiegati presso i distributori di una nota catena di distribuzione di carburanti, dislocati sul territorio di Viterbo e Provincia.
I fatti risalgono alla prima metà del mese di Novembre del 2019, quando, in seguito ad una serie di controlli della Squadra volante della Questura di Viterbo presso un distributore, si avviava un’attività info-investigativa nei confronti della società riconducibile agli arrestati.
Successivamente le attività investigative si sono focalizzate sulle testimonianze rilasciate dai predetti lavoratori, sentiti in qualità di persone informate sui fatti dalle quali emergeva che gli stessi erano costretti a sottostare a turni di lavoro massacranti; sebbene regolarmente assunti con contratto di lavoro part-time, la mole di lavoro da loro sostenuta ha sforato abbondantemente l’orario previsto da tali accordi; i lavoratori, infatti, lavoravano dalle 8 (otto) alle 12 (dodici) ore al giorno, tutti i giorni della settimana, compresi i festivi, senza alcuna possibilità di reclamare il diritto a beneficiare del riposo settimanale ovvero di un periodo di ferie, pena l’automatica conclusione del loro rapporto contrattuale.
Per tali prestazioni lavorative i dipendenti hanno percepito uno stipendio notevolmente inferiore a quanto previsto dai rispettivi contratti di lavoro, arrivando a guadagnare poco più di 3 € l’ora», conclude la nota della questura.
I suddetti lavoratori sono stati costretti ad accettare arbitrarie decurtazioni delle somme ricevute, sulla scorta di motivazioni aleatorie e irragionevoli addotte dagli indagati. I titolari, per giustificare tali sottrazioni, hanno contestato ai dipendenti presunti ammanchi di denaro rilevati durante il conteggio degli incassi giornalieri; alcuni dipendenti, a seguito di legittime lamentele per le ingiustificate trattenute dei loro salari, sono stati licenziati, mentre altri, per evitare di incorrere nelle stesse conseguenze, hanno rinunciato ad esternare le loro rimostranze, tollerando le condizioni lavorative sopra descritte in ragione del loro evidente stato di bisogno.
I dipendenti, peraltro, sono stati fatti alloggiare in ambienti di fortuna ricavati all’interno delle strutture di pertinenza degli impianti di distribuzione di carburante, riforniti con elettrodomestici a dir poco fatiscenti (fornelli elettrici, frigoriferi, stufette elettriche, ecc.), in palese violazione della vigente normativa in materia di igiene e sicurezza sui luoghi di lavoro.
I responsabili hanno approfittato dello stato di bisogno del proprio personale, consapevoli che, attraverso la minaccia del licenziamento, gli stessi avrebbero tollerato tali degradanti e insostenibili situazioni lavorative, considerato anche che quasi tutti hanno l’onere del mantenimento dei loro familiari rimasti nel proprio paese di origine o comunque di famiglie numerose e monoreddito attestate sul territorio nazionale.
Dalle indagini espletate è emerso, inoltre, che i due, in virtù della loro posizione di assoluta predominanza nei confronti dei succitati lavoratori stranieri, hanno imposto a questi ultimi di compiere durante il lavoro atti non dovuti né corrispondenti alla normalità delle mansioni per cui erano stati assunti, impartendo loro disposizioni lavorative tramite app di messaggistica al fine di esercitare un pedissequo controllo sull’attività lavorativa svolta e sulla loro regolare presenza in servizio.
Espletate le formalità di rito, gli arrestati sono stati tradotti presso la loro residenza per espiare la Misura cautelare.
