Viterbo, 15 gennaio 2026 – “La cultura non è un passatempo, ma una funzione strutturale. E quando si comprenderà che la cultura puó diventare un’impresa e portare ricchezza al territorio, allora anche la strada verso la costituzione di una fondazione per il teatro dell’Unione si metterà in discesa”. L’assessore alla Cultura, Alfonso Antoniozzi, espone gli obiettivi raggiunti, quelli ancora da conseguire e le sfide future della città, affinché la cultura possa diventare un volano di crescita, e non un semplice “hobby”.
Viterbo è una città di cultura? Perché? Cosa dovrebbe fare per esserlo.
Sì, Viterbo è indubbiamente una città di cultura per stratificazione storica, patrimonio architettonico e presenza diffusa di luoghi, competenze e pratiche culturali. Non lo è, però, per automatismo, perché dirsi città di cultura non coincide con il mero possesso dei monumenti e del patrimonio immateriale delle tradizioni. Viterbo deve continuare sulla strada intrapresa, una strada che porta fuori dalla logica dell’evento episodico, e investire sulla continuità, sulla formazione del pubblico, sulla qualità dei processi, accettando che la cultura non sia un ornamento né un passatempo, ma una funzione strutturale della città.
Qual è l’obiettivo che il patto civico ha “sognato” ma che non riuscirà a conseguire?
L’obiettivo più ambizioso, e probabilmente non pienamente realizzabile nei tempi di una sola consiliatura, è quello di una trasformazione profonda del rapporto tra cittadini e istituzioni, e nel caso specifico il passaggio definitivo da una cultura percepita come concessione a una cultura vissuta come diritto e responsabilità condivisa.
Quali invece gli obiettivi più importanti che saranno realizzati?
Gli obiettivi di breve e medio termine invece sono in massima parte stati portati a termine e alcuni di essi (come la restituzione delle sale Gatti e Almadiani) lo saranno entro il termine della consiliatura: parlo ad esempio della creazione di uno spazio per l’arte contemporanea, dell’aumento delle giornate di programmazione del teatro e della qualità della stagione teatrale con crescita dell’offerta e ampliamento dei pubblici e agevolazioni per l’affitto della sala, della riorganizzazione dei finanziamenti pubblici attraverso il meccanismo delle convenzioni culturali e il bando quadrimestrale per la microprogettazione che assicurano agli operatori pianificazione e sicurezza economica, dei festival di teatro integrato. Sono risultati strutturali, non reversibili con facilità.
Costituire una fondazione per il Teatro dell’Unione. Cosa è stato fatto e cosa non ha permesso ancora di dare seguito a questo progetto? Dove si è inceppato il meccanismo? Tenterete ancora? Come?
Il lavoro preliminare è stato svolto: analisi giuridica, confronto con modelli analoghi, definizione di una possibile governance. Il meccanismo si è inceppato sostanzialmente su un fattore: l’assenza, al momento, di soggetti terzi strutturati disposti ad entrare stabilmente nella fondazione. Manca dunque un elemento decisivo, ossia che gli investitori della Tuscia credano davvero nel teatro come azienda culturale, non come atto di mecenatismo occasionale o come strumento di rappresentanza. Una fondazione funziona solo se esiste un tessuto economico che riconosce al teatro una capacità produttiva, occupazionale e identitaria, accettando l’idea che la cultura generi valore anche quando non produce ritorni immediati. Finché il teatro viene percepito come costo da sostenere o come vetrina simbolica e non come impresa culturale con una visione di medio periodo, il meccanismo si inceppa. È su questo cambio di mentalità che bisogna ancora lavorare ed è questo il vero banco di prova quando si percorre questa strada, che poi è la medesima strada intrapresa nel processo verso la candidatura a Capitale Europea della Cultura.
Qual è la caratteristica che potrebbe rendere riconoscibile Viterbo nel mondo?
Non è certo missione della cultura rispondere a questa domanda né lo è inseguire l’ansia della riconoscibilità come fine in sé; la cultura, quando è vera, produce senso, non slogan, e il senso arriva prima della comunicazione e, se vogliamo, la disciplina. Detto questo, una città che non sa nominare ciò che è, finisce per farsi nominare dagli altri e spesso male. Viterbo ha una caratteristica rara, quasi anacronistica, ed è proprio questa la sua forza: è una città medievale ancora abitata, non una quinta teatrale, non un “parco tematico” del passato, non un centro storico messo sotto vetro. Qui la vita contemporanea non è stata espulsa, ma abita spazi che altrove sono diventati cartoline. Questa convivenza fra tempo lungo e tempo breve, tra l’architettura che resiste e la quotidianità che insiste, è un tratto identitario più potente di qualunque “evento bandiera” perché non dipende dal calendario e non si esaurisce in una settimana. In sintesi: Viterbo non deve diventare “qualcosa” o sottolineare “qualcosa” per piacere al mondo; deve diventare più consapevole di ciò che è e più capace di metterlo in forma. La cultura ha il dovere di dare forma, voce e direzione a una ricchezza che altrimenti resta muta. E una ricchezza muta, oggi, è la forma più elegante di invisibilità.
Il Festival della Tuscia è un progetto che sarà portato avanti? Quali sono i risultati fin qui raggiunti?
Sì, è un progetto che continuerà. Ha costruito nel tempo una rete territoriale, ha aumentato la qualità delle proposte e ha dimostrato che si può fare programmazione diffusa senza abbassare il livello artistico. Il risultato più importante è l’aver messo in relazione luoghi diversi della Tuscia attraverso un’idea culturale comune, superando la frammentazione e restituendo al comune capoluogo il ruolo, per troppo tempo accantonato, di motore di progetti destinati al territorio vasto.
A parte il trasporto di Santa Rosa, c’è oggi un evento che potrebbe dare risalto internazionale a Viterbo?
Non esiste ancora un singolo evento con quella forza simbolica e mediatica. Esistono però più progetti che, se messi in sistema e comunicati come parte di una visione coerente, possono costruire una reputazione internazionale nel medio periodo. È una strada più lenta, ma più solida.
Come è cambiata la cultura con il patto civico al governo cittadino?
Per quanto attiene il mio assessorato è cambiata nel metodo prima ancora che nei numeri. Più bandi pubblici, meno affidamenti discrezionali, più giornate di attività, maggiore attenzione all’accessibilità, crescita dei contributi assegnati attraverso procedure di convenzione triennale. La qualità media si è alzata perché si è alzata l’asticella collettiva delle responsabilità.
Quali prospettive future sul circuito museale e che fine farà il museo civico? Le prospettive future del circuito museale vanno lette come un passaggio di fase, non come una semplice riorganizzazione amministrativa. L’arrivo del prossimo direttore museale segnerà un cambio di paradigma: sarà il direttore a immaginare, nel senso pieno del termine, un progetto scientifico e culturale che tenga insieme conservazione, ricerca, educazione e produzione di senso contemporaneo. Al direttore sarà chiesto di trasformare il Rossi Danielli da museo generalista, spesso schiacciato sul deposito e sulla conservazione passiva, a spazio capace di dialogare con il sistema MuVi e di diventare laboratorio di lettura del patrimonio cittadino e luogo di connessione tra cultura, storia conservazione, didattica e comunità Il sistema museale MuVi esiste per riconoscere che il patrimonio non può essere frammentato per competenze o per titolarità ma deve essere pensato come racconto complessivo, accessibile, leggibile e coerente. La Rocca e Villa Lante, il cui ingresso nel sistema è previsto entro il termine della consiliatura, non entrano dunque nel sistema come “pezzi pregiati” da esibire, ma come nodi fondamentali di una visione unitaria capace di immaginare il museo come infrastruttura culturale diffusa, connessa alla città e al territorio.