“Politica decadente” e “Democrazia senza elettori”, i temi posti da Meroi e Fioroni all’80°anniversario del consiglio comunale
Viterbo, 25 aprile 2026 – La celebrazione che si è tenuta ieri a Palazzo dei Priori dell’ottantesimo anniversario dall’insediamento del primo consiglio comunale di Viterbo eletto a suffragio universale il 24 aprile 1946, non è stata solo l’occasione per ricordare “chi eravamo”, ma anche per comprendere in questi lunghi anni “cosa siamo diventati”. La politica, oggi, rispetto a ieri, offre un quadro impietoso, dilaniata tra l’astensionismo e l’uso spesso distorto dei social con messaggi sfornati come pasti veloci, tipo un panino all’autogrill, per chi sta sempre “in viaggio” alla rincorsa di mille cose futili e si accontenta di un’informazione superficiale, più che per mancanza di tempo, per l’atrofizzazione del pensiero. Ma, soprattutto, una politica che ha dimenticato il contatto diretto con il cittadino, che si è rinchiusa in una gabbia virtuale, dove ha ricreato un avatar della vita reale. A ottant’anni da quel 24 aprile 1946, quando il voto, concesso anche alle donne, era percepito come una conquista da difendere, siamo qui oggi a certificare il dato inquietante, se solo venisse compreso nella sua gravità, della “rinuncia” volontaria ad esercitare quel diritto, per una totale sfiducia verso chi oggi si candida a rappresentare il paese. Un cambiamento epocale che farebbe rabbrividire, se anche esso non venisse letto con quella superficialità che oramai contraddistingue una società che vive nutrendosi di spuntini informativi forniti dal web, dove tutto corre e si consuma nel giro di pochi click. Bisognava aspettare l’ottantesimo “compleanno” del consiglio comunale di Viterbo per riavere tra i banchi di Palazzo dei Priori degli oratori come Marcello Meroi, Giuseppe Fioroni e Giancarlo Gabbianelli in grado di porre i grandi temi che oggi le nuove generazioni della politica dovrebbero cavalcare, se volessero veramente fare la differenza, esercitando un ruolo civile che vuole andare oltre la manutenzione stradale, per porsi l’ambizioso fine di riplasmare la società, rifondando la credibilità della politica e la formazione delle coscienze.

Marcello Meroi, sindaco di Viterbo dal 1995 al 1999, ricorda i tempi del suo mandato per quella “partecipazione piacevole diretta, difficilissima, a volte solitaria”, fatta di “giornate difficili passate in queste aule, in commissione, per le strade. Giornate difficili, ma entusiasmanti, perché collegate alla possibilità di parlare con i cittadini, di verificare i programmi proposti e i risultati ottenuti, di sentirsi giustamente criticare per le mancanze e per quei risultati non ancora ottenibili, ma in un rapporto assolutamente unico”, ha detto Meroi. “Chi come me ha avuto l’onore e il privilegio di rivestire diversi incarichi istituzionali e ha destinato tanti anni della sua vita alla politica, sa che fare il sindaco è il massimo”, ha proseguito, puntando poi il dito contro quello che la politica è diventata oggi: “Di errori, purtroppo, attualmente ne viviamo parecchi. Una politica distante dal cittadino, che non è più capace di confrontarsi. Una delle cose più brutte che questa civiltà digitale e tecnologica ci ha dato – ha sottolineato Meroi – è un utilizzo indecente di un mezzo di comunicazione tanto importante, quanto deleterio, come i social in cui non esiste più il confronto, non esiste più il guardarsi negli occhi, non esiste più la possibilità di scambiarsi idee, ma esiste solo il vigliacco che si nasconde dietro un nickname per insultare qualsiasi altro avversario”. Una decadenza della politica che porta a una percentuale infinitesimale di parteciparti al voto, ma che nei Comuni riesce a ottenere un risultato diverso”. L’augurio di Meroi, che può essere letto anche come un monito per gli amministratori attuali e futuri del comune di Viterbo è “capire che chi rappresenta qui dentro una città, non rappresenta i pochi che l’hanno votato, non rappresenta la sua autoreferenzialità, rappresenta una comunità, e deve avere la capacità di saper ascoltare. Deve capire che la mediazione è molto più interessante e utile per ottenere risultati, che lo scontro pregiudiziale. Bisogna capire”, ha insistito Meroi, “dal primo giorno che ci si siede su questi tavoli, che chi sta seduto dall’altra parte non deve essere ritenuto un soggetto da condannare. Mi auguro che a Viterbo si possa acquistare la gioia della politica, la gioia dell’amministrazione, la possibilità anche di dare vita a dibattiti e confronti molto accesi tra parti assolutamente diverse, ma nell’unico intento di contribuire a costruire qualche cosa. Sarebbe il risultato migliore, il risultato più bello, non solo, ovviamente, per l’amministratore che riuscisse a farlo, ma anche per la sua comunità” ha concluso Meroi.
Prima di lui Giuseppe Fioroni, sindaco dal 1990 al 1995, ha stigmatizzato la pericolosità di una “democrazia senza elettori“. Il Comune “è uno di quei posti dove le parole si possono trasformare in fatti ma, soprattutto, dove c’è un rapporto diretto con gli elettori che ti fermano per strada, ti fanno domande, ed è qualcosa di diverso dall’essere nominati o calati dall’alto“, ha detto Fioroni, evidenziando come nei consigli comunali, in virtù del voto e del contatto diretto con il proprio elettore, ci sia “ancora il vero senso della democrazia, dove si risponde all’elettore e non a chi ti nomina, questo è stato lo stravolgimento del quadro democratico”, ha detto riferendosi alla legge elettorale senza preferenze. Il consiglio comunale del 1946 fu eletto a suffragio universale. Quando votavano anche i militari delle caserme, “superavamo anche il 100%, dell’affluenza, arrivavamo a 101- 103%“, ha proseguito Fioroni. Ogni giorno i sondaggi sfornano le percentuali dei singoli partiti, ma la realtà che resta spesso fuori dai numeri pubblicati è contenuta in quelle cifre che non si menzionano, e sono quei valori assoluti che dimostrano che “tra le astensioni, i voti nulli e le schede bianche vincono spessissimo le elezioni quelli che stanno a casa e ci consegnano governi, sicuramente capaci, ma che quando girano, avvertono sulla propria pelle quella sensazione sgradevole di sapere che ti ritrovi a rappresentare due o tre cittadini su dieci”, ha concluso Fioroni.