Martina (Pd) a Viterbo: “Dimostrerò a Salvini che l’unica sovranità possibile per gli italiani è quella europea”.
Viterbo – Maurizio Martina a Viterbo per la sua candidatura alla segreteria nazionale del Partito Democratico per la quale sfida gli altri due candidati, Nicola Zingaretti, attuale presidente della regione Lazio, e Roberto Giachetti. Restano solo due settimane circa, si vota il 3 marzo prossimo, per convincere la base del Pd. E Martina passa anche da Viterbo. Ad accoglierlo in prima fila Giuseppe Fioroni e Luisa Ciambella. Moderatrice dell’incontro la consigliera comunale di Viterbo Martina Minchella. Presenti anche molti ex consiglieri comunali: Aldo Fabbrini, Christian Scorsi, Roberto Moriconi, Augusta Boco, Daniela Bizzarri.
“La nostra mozione interpreta più delle altre – esordisce Martina – Noi siamo unitari per costituzione. Crediamo che l’unità del Pd sia un presupposto fondamentale per costruire l’alternativa. Bisogna praticarla veramente. Io ho sempre cercato di farlo, non solo questi ultimi mesi, difficilissimi: dopo il 4 marzo non era facile prendere un partito, diciamoci la verità, completamente all’angolo, scosso dalla profondità di quella sconfitta e tenerlo vivo nella sua prima fase di ricostruzione. Quando prendi una botta come quella che abbiamo preso noi il 4 marzo – riconosce limpidamente Martina – c’è innanzitutto un tema di sopravvivenza di cui ti devi far carico. In questi mesi difficilissimi lo abbiamo fatto”. Martina ricorda: “il crollo del ponte di Genova, le vicende della nave Diciotti e Sea Watch, il dramma delle zone terremotate, l’Ilva”. “Le ragioni dei democratici oggi sono più urgenti e necessarie di ieri – prosegue -. L’urgenza di una battaglia dei democratici è più evidente di undici anni fa, quando siamo nati. All’epoca avevamo un riferimento abbastanza certo, eravamo dentro un sistema bipolare: centrodestra e centrosinistra, con Berlusconi che aveva egemonizzato la destra. Ma avevamo dei riferimenti certi. Anche in Europa: destra e sinistra, ma non immaginavamo Trump. Avevamo ancora l’idea che destra e sinistra si confrontassero secondo logiche tradizionali istituzionali. Pensate ad oggi, a quello che ci è entrato in casa, chi ci sta governando.
Pensate alla vicenda dell’Europa, a cosa avviene dall’altra parte dell’oceano. Ecco perché la sfida dei democratici oggi è più urgente di ieri. Sono stati toccati alcuni nervi fondamentali di convivenza, che prima della crisi del 2007 non avevamo in questa drammaticità. Quella crisi ha cambiato il campo di gioco, sono saltati schemi tradizionali, non solo nell’economia, ma anche in politica e nel rapporto tra cittadini e politica. La destra ha fatto una sua operazione pesantissima e drammaticamente efficace: sono passati da una destra ultra liberista, protagonista dello sconquasso della crisi del mercato, a una destra sovranista. Non sono più un mercato libero, senza regole, con il turbo capitalismo, sono quelli della sovranità nell’accezione del ritorno al nazionalismo, della difesa e della protezione delle persone, lo fanno riorganizzando vecchie logiche, provocando rotture, mettendo confini, muri, dazi, ottengono la protezione con lo scontro, meno libertà per una supposta più sicurezza immaginaria. Salvini dalle mie parti era quello del prato di Pontida, oggi è la Le Pen italiana, cioè la nuova destra, intollerante, con vene razziste e pulsioni intolleranti pericolosissime. La destra ha fatto questo operazione, la cultura progressista democratica è rimasta ferma. In questo congresso non si discute chi è il leader più forte. Io sono un mite, e lo rivendico, ma ad essere importante è la forza del progetto. La nostra deve essere una battaglia di valori, non di una tematica infilata in un documento. I nostri avversari fanno propaganda inventandosi ogni giorno un nemico su cui costruire il conflitto. Oggi è l’immigrato, domani il commissario europeo, armano una guerra quotidiana contro il nemico di turno. Lo fanno in modo scientifico, basta vedere come utilizzano i social”. Poche parole di Martina verso gli altri candidati alla corsa verso la segreteria nazionale del Pd. Solo che
“Un grande partito non si comanda, si guida. Non ci deve essere una maggioranza e un’opposizione, ma una maggioranza e una minoranza. Lega e Cinque Stelle sono un attacco alla democrazia liberale di questo Paese. Il governo ora sta tentando il giochino di evitare l’autorizzazione a procedere per il Ministro dell’Interno, e in cambio trovare un modo per non fare la Tav, con il paese in mezzo che paga un prezzo carissimo. Non lascio in mano a Salvini il tema della sovranità, io voglio andare in giro per il Paese a spiegare che l’unica sovranità possibile per gli italiani è quella europea. Io faccio il sovrasta, non lui, gli dimostrerò che senza l’Europa non siamo nessuno, rischiamo di massacrare le nostre imprese e le nostre famiglie. Voglio dimostrare la sua degenerazione: l’unica sovranità possibile è quella di un Paese che torna ad essere protagonista di una nuova Europa“. Se Martina parla solo degli avversari fuori del Pd: “I miei nemici sono fuori, sono Di Maio e Salvini”, c’è chi lo fa al posto suo. L’onorevole Mancini evidenzia i “contro” della mozione Zingaretti, al momento il favorito: “La Regione Lazio merita un presidente a tempo pieno – dice – Facciamo del bene alla nostra regione, lasciamo Zingaretti lì a tempo pieno. Ci sono ancora molti problemi da risolvere per i cittadini. E, soprattutto, diamo una guida al Pd a tempo pieno. Martina ha fatto bene il ministro, e anche la reggenza del Pd in questi mesi difficili: ci ha messo la faccia e ha preso i fischi per il crollo del ponte di Genova, quando la gente esasperata vedeva in noi quelli che avevano governato, e quindi in qualche modo responsabili. Lui ci ha ridato dignità. Ci ha chiamato in piazza il 30 settembre a Roma a manifestare, dando per la prima volta un segnale di riorganizzazione del Pd. Alle elezioni in Abruzzo abbiamo visto il primo risultato. E stavolta non richiameremo quelli che hanno brindato la sera del referendum”.
Cita l’atto fondativo del Pd e la logica che l’ha sorretto, Giuseppe Fioroni: “Oggi il meticciato politico è possibile, si cresce costruendo un’identità, ma anche guardando al futuro con una visuale più ampia”, Fioroni non è molto esplicito, ma è facile vedere nelle sue parole il riferimento agli scontri che hanno devastato il Pd locale in questi ultimi anni: “Prima si discuteva, ma ci rodavamo sulla politica, le discussioni di oggi, invece, sono diventano brutte, all’ interno si subisce l’arroganza della gestione del potere. Mi è capitato di gestire di tutto, ma la politica era quello che ci cementava. Con questa ossessione del leader abbiamo tolto di mezzo la passione della gente per la politica. Berlusconi ha avuto il coraggio di dirlo: mi hanno votato solo 8 italiani su 100. Smeriglio – attacca Fioroni sulla regione – è un grande fantasista. Se non c’era nulla da aggiustare, non avremmo preso le mele che abbiamo preso“. E Fioroni chiude sulla questione centrale di Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, e favorito per la segreteria nazionale del Pd: “Il Lazio deve essere governato“, dice Fioroni, alludendo al dovere, secondo lui prioritario, di Zingaretti di restare a tempo pieno alla guida della regione. Perché: “Se si dovesse andare al voto, richiamo di diventare il secondo Abruzzo. Nicola è bravissimo”, dice “Beppe”, e per questo, deve restare lì, è la sua chiara considerazione. Perché altrimenti il partito rischia di: “fare la fine dei primi martiri cristiani che venivano fatti a pezzi con i cavalli che tiravano ognuno da una parte opposta”.
Tiziana Mancinelli
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