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Marco Zappa racconta Pietro Vanni al cimitero San Lazzaro insieme al Touring Club

Marco Zappa racconta Pietro Vanni al cimitero San Lazzaro insieme al Touring Club

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In nessun’altra parte come questa, superato quel cancello che introduce al luogo del riposo eterno, è più facile incontrare la memoria di chi non c’è più. È nel silenzio e nel ricordo, più che nelle tombe, alcune imponenti monumenti funebri svettanti verso il cielo, che arriva chiaro l’eco dell’esistenza di chi se n’è andato. Se poi in questo luogo ha lasciato alcuni dei suoi più importanti capolavori, anziché la morte, è la vita che parla, che riemerge, da quelle opere dove lo spirito del tempo e l’animo dell’artista si sono rinchiusi, riparandosi dall’azione distruttrice del tempo per consegnarsi all’eternità.\r\n\r\nIl cimitero di San Lazzaro di Viterbo è un luogo di sepoltura che aggiunge al senso religioso un elevato pregio artistico recante la firma di un’importante figura: Pietro Vanni (1845-1905).\r\n\r\nSuoi sono gli affreschi che rivestono non solo le pareti ma anche la volta e l’abside della piccola ma preziosa chiesa di San Lazzaro all’interno del cimitero, dove emerge ancora la mano dell’artista negli affreschi della cappella Calabresi- Vanni.\r\n\r\nUn’interessante analisi della figura del pittore viterbese e delle sue opere è stata offerta ieri da Marco Zappa, artista e docente presso la Nuova Accademia di Milano, in un incontro dal titolo “Pietro Vanni, dentro e fuori il suo tempo”, organizzata e promossa dal gruppo consolare di Viterbo del Touring Club, presieduto da Vincenzo Ceniti in collaborazione con il Comune.\r\n\r\n“Non è facile trovare un luogo che un artista ha plasmato a sua piacimento – ha detto Zappa –  Vanni è eclettico, si dedica non solo alla pittura, ma anche alla scultura, all’ architettura. Tutto all’interno di questa cappella è di Pietro Vanni, abbiamo quindi la fortuna di analizzare queste opere nello stesso contesto in cui sono nate. Vanni è un contemporaneo, ma su di lui non ci sono molte notizie, nemmeno sul web dove addirittura compare un suo omonimo, più recente. L’Ottocento è stato un momento molto difficile, direi anche particolare, per gli artisti,  verso la metà del secolo nasce l’arte contemporanea che rompe tutti gli schemi. C’è il privato che irrompe con tutta la sua ricchezza nell’arte. In Francia e in America si registra il fermento maggiore.  È molto indietro, invece, l’Italia, con lo Stato della Chiesa che finisce con l’Unità d’Italia. È anche il momento delle grandi scoperte: auto, treni, aerei, la luce elettrica. Tutto ciò lascia traccia sugli artisti.  Vanni nasce nel 1845 da genitori ricchi che lavoravano nel settore tessile. Nel 1863 mandano il figlio a Parigi. Da questo viaggio Vanni torna infiammato per l’arte. Non si hanno notizie su ciò che accade in Francia. Dopo cinque anni di fidanzamento muore l’amata e cade nello sgomento che lo porterà per tre mesi al convento dei Cappuccini. A questo punto il padre lascia che si dedichi all’arte. Dopo un anno muore anche la madre e dopo tre anni sarà la volta del padre.  Vanni a trent’anni resta così orfano.  Ormai è grande per fare l’accademia, così trova un maestro Cesare Maccari. A quel tempo nella pittura c’era un grande costringimento sia nella tecnica che nei contenuti. Si dipingeva in quel modo, si disegnava in quella maniera, quelle erano le tematiche. La pittura dell’Ottocento raggiunge l’apice più che nel Rinascimento. Lo studio dell’anatomia, per esempio, fa passi da gigante. La carenza del Vanni è proprio il disegno, mentre la qualità pittorica è eccellente. È un pittore accademico, l’accademia è il suo tempo. Quando si compie l’Unità d’Italia, molti soldi sono dedicati all’arte, si apre la Galleria d’arte moderna a Roma, in questo periodo si diffonde il realismo. Vanni galleggia in tutto ciò. In Francia c’erano i saloni ufficiali e quello dei rifiutati dove finirà l’opera di Manet, “Colazione sull’erba”, che ritrae una donna nuda tra uomini vestiti. Un soggetto che fece scalpore. Sicuramente Vanni visitò il salone ufficiale e forse anche quello dei rifiutati. La sua carenza nel disegno si nota anche nel Cristo morto, custodito presso il museo Colle del Duomo, la cui anatomia non è perfetta. C’è poi l’Odalisca, che vince un premio a Rovigo, raffigurata con un velo e delle piume di pavone che ripropone un gusto per l’esotico. Anche in questo caso i critici sottolinearono carenze di disegno nelle gambe. Nella parte sinistra dell’opera compare  una certa somiglianza con i macchiaioli, mentre dall’altro lato è stata disegnata una carta da parati molto simile a quella della cappella di San Lazzaro. Vanni alterna momenti alti e bassi. Sull’arte sacra è un po’ bloccato, ma la tecnica pittorica è sempre molto alta, mentre la composizione e i dettagli anatomici restano deboli.  Nel 1883 dipinge la “Peste di Siena”. Anche in questo caso fu criticato, gli si contestava la poca profondità del quadro e l’assenza di un tono drammatico. Sulla sinistra dell’opera si nota uno scorcio di Palazzo degli Alessandri. Secondo alcuni nella sua opera non c’era sentimento. La tela era collocata nella Chiesa della Verità, ma è scomparsa con il crollo della cappella Mazzatosta. Non può essere andata in frantumi, c’è una buona probabilità che sia stata trafugata – dice ancora Zappa – Nel 1887 Vanni sposa la vedova Calabresi e va ad abitare nell’omonimo palazzo, oggi chiuso. Questo matrimonio non cambia molto la sua vita. Realizza un ritratto alla moglie. L’arte è cambiata, c’è l’avvento di nuovi stili e correnti. Vanni vive la sua fase artistica in un momento di transizione tra l’accademismo italiano e il rinnovamento aggressivo e pressante delle avanguardie. La scelta è orientata verso la tradizione pur denotando uno sguardo attento alle nuove proposte pittoriche. Nella “Decollazione del Battista”, custodita nella basilica della Quercia, riesce con dei tocchi di colore pastosi a dare vivezza e realtà alle immagini. La luce viene dall’alto. Il Battista è tutto in ombra in contro luce, è inusuale per il protagonista di un’opera. Ma a questo punto è nata la fotografia che dà agli artisti nuovi spunti e soluzioni attraverso un nuovo modo di vedere la realtà. Un’altra opera del Vanni, che denota un realismo efficace, è Santa Rosa, posta in un edicola, andata sperduta durante i lavori di piazza Verdi. C’è analogia tra la cappella di San Lazzaro e quella di Mazzatosta: i dottori della chiesa seduti e circondati da angeli. In alto spicca la croce simile a quella presente nella Cappella Brizio del Duomo di Orvieto. C’è una forte citazione del 400. Vanni ha anche raffigurato il suo cane bracco, egli amava molto gli animali. Non si sa, invece, chi siano gli altri personaggi, suppongo che ci siano figure dell’epoca. Passare dall’olio all’affresco è molto difficile. Ogni tanto ci sono delle cadute di stile nella chiesa di San Lazzaro. Nell’affresco sulla parete sinistra, “La Resurrezione della carne” c’è un richiamo al Giudizio Universale di Michelangelo, siamo all’ apice del lavoro di Pietro Vanni dal punto di vista della modernità. Si notano  i tecnici interessanti. Non sono solo affreschi ci sono rilievi di  pasta che fanno pensare a olio o a cera.\r\n\r\n“La Resurrezione di Lazzaro”, invece, è  collocata a destra della cappella. L’opera fu  criticata dagli ecclesiastici.  Si nota un passaggio netto nel chiaroscuro che fa pensare al richiamo ai macchiaioli. Vanni è a conoscenza di ciò che sta accadendo in Europa. Nel raffigurare i fichi accosta due colori complementari  arancione e verde, una soluzione che non deriva dalla pittura antica. I tocchi di bianco a rilievo che è possibile rilevare non sono affresco, ma cera o olio.\r\n\r\nDal 1890 al 1895 realizza questi affreschi con richiami al gotico, anche la decorazione ha toni un po’ tristi. Vanni si prepara al Novecento. L’opera che dovrebbe rappresentare il coronamento della sua carriera “I funerali di Raffaello” viene rifiutata con la motivazione che è troppo grande. Non si sa perché Vanni scelse un tema così vecchio. Forse gli furono preferiti pittori più moderni. A quel tempo c’era già Picasso a Parigi. L’opera, quindi, non viene accettata. La delusione fu grande, ma fu in parte mitigata nel 1902 dal premio ricevuto a Pietroburgo. Vanni regala poi l’opera a Pio X. Ora si trova al Vaticano. L’artista viterbese fu anche un grandissimo incisore. Nell’affresco sull’abside della cappella di San Lazzaro è bellissimo il contrasto dei grigi sugli angeli ed è resa molto bene rende molto bene la solitudine del Cristo. L’orizzonte è bassissimo raffigurato con gialli e arancione che danno serenità”.\r\n\r\nUn’ultima battuta Zappa la dedica allo stato attuale dell’arte: “Nel 1992 c’è stata la prima crisi dell’arte che ha falciato intere generazioni di artisti. Oggi come sei dentro il sistema? Non si sa, abbiamo visto di tutto, provato di tutto. Io credo che bisogna provare a ritornare indietro”.\r\n\r\nVincenzo Ceniti, del Touring Club, che ha saputo riscoprire la valenza artistica e culturale del cimitero di San Lazzaro con diverse iniziative, ha ricordato il progetto del Mibact per recuperare i cimiteri monumentali, anche in virtù di una tendenza che si sta diffondendo del turismo della memoria, che rafforza la volontà di riconsiderare i cimiteri non solo come “luoghi per accogliere i defunti”, dice una nota del ministero, ma anche come espressione della “memoria della collettività”, custodi di  “molte opere artistiche”, che ne fanno, talvolta, ” dei veri e propri musei a cielo aperto”.\r\n\r\nAll’incontro ha assistito anche il  sindaco Leonardo Michelini.\r\n\r\n \r\n\r\nTiziana Mancinelli\r\n\r\n \r\n\r\n(In foto l’abside della Cappella San Lazzaro con affresco di Pietro Vanni)\r\n\r\n 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.