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“L’avvertimento di non uscire dalla maggioranza”, poi, le presunte minacce

“L’avvertimento di non uscire dalla maggioranza”, poi, le presunte minacce

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Viterbo, 7 novembre 2026 – C’è la preoccupazione di tenere unita la maggioranza a fare da sottofondo alla cosiddetta “Cena dei veleni”, una sorta di ossessione a far sì che non se ne parli in  maniera critica o perfino negativa? Secondo l’avvocato che asisste la famiglia Bruzziches nel processo in cui la sindaca e il marito sono finiti imputati per il reato di mianccia aggravata in concorso, sì. “L’avvertimento era di non uscire dalla maggioranza”: dice Samuele De Santis, che individua nella cosiddetta “cena dei veleni” “un obiettivo politico”, ma “non stiamo parlando di questo”, specifica, quanto della “metodologia”, con cui si pensava di raggiungerlo”, ossia, le presunte minacce contenute in quelle frasi attribuite a Fabio Cavini durante la cena, finalizzate, sempre secondo il legale dei Bruzziches, ad impedire che il consigliere comunale facesse un suo gruppo, uscendo da Viterbo 2020, il movimento della sindaca. In quella cena “gli è stato detto esplicitamente di non uscire dalla maggioranza”, prosegue De Santis. Tutto quello che è avvenuto dopo, in particolare le presunte minacce, si ricollegherebbero a questo, secondo il legale. La cena dei veleni,  spiega, avviene “in un particolare momento della vita politica di Bruzziches che aveva paventato a più persone che, forse, per incidere di più sull’attività politica comunale avrebbe potuto fare la scelta di uscire la maggioranza”. Durante quella cena “gli è stato detto in maniera esplicita  di non uscire dalla maggioranza”, sottolinea De Santis. Il legale spiega anche perché Bruzziches si sia organizzato per registrare quello che sarebbe avvenuto a casa sua quella sera: “ha registrato perché più persone  hanno detto che c’era un sistema di approcciarsi in maniera non troppo trasparente nei confronti delle persone, la registrazione ci ha dato ragione, basta ascoltarla per capire qual era il tenore”, prosegue.

Ora tocca a chi ha sostenuto l’esistenza di questo presunto sistema, confermare o smentire in un’aula di tribunale, quanto già affermato.  “Abbiamo fatto anche delle scommesse processuali”, dice De Santis, “perché abbiamo fatto dei nomi di persone che ci avevano detto che questo sistema era anche riferito ad altri. Bisogna vedere, ora, quanto coraggio c’è nella società civile”, di venire a parlare in aula. “Finora c’è stato un silenzio assordante”, esclama l’avvocato De Santis.

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.