Coronavirus: 10 anni di tagli alla sanità. Non ci sono posti letto. Governo vara piano senza precedenti.
Nazionale – Un posto letto di terapia intensiva ogni 10 mila abitanti. Questa è la situazione nel Lazio. Se i casi di coronavirus dovessero aumentare, quella percentuale di pazienti che necessitano di terapia intensiva potrebbe restare senza un posto letto. Nel Lazio ce ne sono solo 590 per 5 milioni e 900 mila abitanti. Numeri incontrovertibili che hanno suonato la sveglia al governo, ora impegnato a correre ai ripari per sanare dieci anni di tagli indiscriminati al sistema sanitario nazionale. Il bollettino nazionale, diffuso dalla Protezione Civile, ieri parlava di 351 ricoverati nei reparti di Terapia intensiva nell’intero territorio nazionale su 3.296 persone positive al coronavirus. Ciò significa che ogni 10 pazienti infettati, almeno uno necessita di un ricovero in terapia intensiva. Se i casi positivi al coronavirus dovessero aumentare per la sanità nazionale sarebbe una vera e proprio Caporetto con posti letto insufficienti e personale medico infermieristico anch’esso al di sotto delle necessità dettate da un’emergenza come quella del virus cinese. Già nel 2010 la Regione Lazio nel decreto 80 ammise che «la dotazione attuale di posti letto di terapia intensiva (547 posti letto) risulta inferiore a quanto previsto dal fabbisogno stimato». Ravvisando «un’evidente difficoltà nell’accessibilità ai posti letto di rianimazione». Da allora i posti letto sono aumentati di appena l’8% (+43). In 10 anni sono stati tagliati 37 miliardi dalla sanità pubblica. Secondo il report della Fondazione Gimbe del settembre 2019, il finanziamento pubblico è stato decurtato di oltre 37 miliardi in dieci anni, di cui circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica. Il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di 8,8 miliardi, con una media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua.
I tagli operati hanno determinato un’inevitabile calo nel livello di assistenza: viene stimata una perdita di oltre 70.000 posti letto negli ultimi 10 anni, con 359 reparti chiusi, oltre ai numerosi piccoli ospedali riconvertiti o abbandonati. Sono anche i dati OCSE, aggiornati al luglio 2019, a consegnare un quadro sanitario che in Italia si attesta sotto la media, sia per la spesa sanitaria totale, sia per quella pubblica. Nel periodo 2009-2018 l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto a una media OCSE del 37%. La metà dei 37 miliardi in meno alla sanità nel decennio, sottolinea Gimbe, riguarda peraltro il personale sanitario. Il sistema sanitario nazionale si presenta, quindi, all’appuntamento con il coronavirus con 3,2 posti letto per mille abitanti, contro i 6 della Francia e 8 della Germania. Dati allarmanti, soprattutto in previsione di un aumento dei contagi che farebbero barcollare tutto il sistema, mettendo a rischio la vita dei cittadini che necessitassero di cure.
IL PIANO DI EMERGENZA DEL GOVERNO – Il governo sta cercando in queste ore di risanare una situazione andata alla deriva in questi dieci anni. Uno stanziamento immediato di 600 milioni di euro, e un’iniezione di 20mila professionisti nel sistema. Arriveranno nuovi medici ospedalieri, di famiglia, di guardia e anche infermieri per fronteggiare il coronavirus. Gli specializzandi saranno inseriti immediatamente nel sistema, i pensionati verranno richiamati. Non solo. Si prevedono investimenti anche per nuove strutture e per acquistare dispositivi. Le Regioni che non sfrutteranno le possibilità di far crescere il loro sistema, potranno essere commissariate. Tutto ciò previsto nella bozza di decreto legge del governo dedicato all’emergenza Covid-19. Si potranno “conferire incarichi di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, di durata non superiore a sei mesi, prorogabili in ragione del perdurare dello stato di emergenza ad infermieri, operatori socio sanitari e a medici specialisti, in anestesia, rianimazione, terapia intensiva e del dolore, malattie dell’apparato respiratorio, malattie infettive e tropicali, medicina d’emergenza urgenza, medicina interna, malattie dell’apparato cardiovascolare, radiodiagnostica, igiene e medicina preventiva e specializzazioni equipollenti”. Si possono così arruolare anche gli specializzandi “iscritti all’ultimo e al penultimo anno di corso delle medesime scuole di specializzazione”. Finché durerà l’emergenza: le Asl potranno “conferire incarichi individuali a tempo determinato, previo avviso pubblico, a medici in possesso dei requisiti previsti dall’ordinamento per l’accesso alla dirigenza medica nonché ad infermieri ed operatori socio sanitari”.
La selezione avverrà per titoli e colloquio. “Allo scadere dei due anni gli infermieri e gli operatori socio-sanitari, ove non abbiano ricevuto una valutazione negativa saranno inquadrati a tempo indeterminato”. Si tratterà, dunque, di un rafforzamento che diventerà strutturale. Potranno essere arruolati provvisoriamente tra i laureati che fanno i corsi di formazione specifica anche i medici di famiglia e di guardia. Misure in arrivo anche per le strutture. Le Regioni potranno “attivare, anche in deroga ai requisiti autorizzativi e di accreditamento, aree sanitarie anche temporanee sia all’interno che all’esterno di strutture di ricovero, cura, accoglienza e assistenza, pubbliche e private, per la gestione dell’emergenza Covid-19”. Se c’è bisogno di letti, “il prefetto può requisire strutture alberghiere” dove mettere le persone che non possono fare la quarantena a casa. Riguardo ai dispositivi, saranno erogati finanziamenti per la produzione di quelli non disponibili sul mercato.