Da “Bergoglio” ai leader “piacioni”, Marcello Veneziani: “Per l’Italia non mi aspetto un ‘capo’, ma un ‘capo e una coda”.
Se l’autunno culturale del centro studi “Il Leone” voleva attivare un processo di elaborazione delle idee, il suo primo ospite, Marcello Veneziani, di spunti per pensare, ma soprattutto “ripensare” l’insieme delle cose che definiscono la nostra realtà, ne ha forniti parecchi.
Ieri, 23 settembre, nella sede dell’associazione di Giulio Marini e Daniele Sabatini, partendo dal concetto del mito, centrale nella sua riflessione: “L’Italia esiste ancora? Italia ed italiani, tra mito, realtà e finzione”, il famoso giornalista, scrittore, filosofo ha toccato la vera dimensione del vivere quotidiano. Tra il pubblico anche i rappresentanti, provinciale e comunale, di Unione della Tuscia, Umberto Ciucciarelli e Alessia de Rubeis, tra i promotori dell'”autunno culturale”. Presenti anche i consiglieri comunali di Viterbo Elpidio Micci e Goffredo Taborri, l’ex consigliere comunale di Valentano, Stefano Bigiotti, Rosetta Virtuoso, responsabile provinciale Seniores Forza Italia, la responsabile provinciale del Movimento Animalista, Antonella Bruni, il consigliere comunale di Tarquinia, Silvano Olmi, il responsabile provinciale di Direzione Italia, Ottavio Raggi, l’ex consigliere comunale Maurizio Federici, Rodolfo Valentino di Lux Rosae, il giornalista Giovanni Masotti, e molti altri ancora.
Nel contributo offerto ieri da Veneziani, intervistato da Emanuele Ricucci de “Il Giornale”, la realtà senza mito, è come un viaggio a fari spenti nella notte. Il mito è la luce che accende la bellezza della vita, in un mondo dove, ad avanzare più facilmente è il brutto, più dinamico rispetto alla staticità della prima. L’Italia nasce dal mito, ed è talmente vero nella tesi di Veneziani che si arriva quasi a credere che il mito stesso possa nascere con l’Italia. Essa stessa è un mito, è questa la sua più grande realtà. Quella vera. Tutto il resto è finzione. “L’Italia non è una grande potenza dal punto di vista economico, tecnologico, demografico o militare – dice Veneziani – è la più grande potenza mondiale dal punto di vista artistico, culturale. È questo il punto di partenza, il mito dell’Italia. Esso ha preceduto addirittura l’unità del paese. E così l’Italia come mito è molto più antica dell’Italia come Stato. Quest’ultimo è molto più recente. È nato nel 1861 dopo il processo risorgimentale. Se lo Stato italiano ha 15 anni, il mito italiano è antichissimo: è quello della scuola italica, quello di Virgilio e di Seneca.
Un mito riconosciuto anche dalla geografia, che lo “disegna” con i contorni del “mare che circonda l’Italia, dell’arco alpino che la separa dal resto dell’Europa”. Una culla dove si incrociano culture, lingue e civiltà che in Italia diventano vive e realizzano una civiltà unica nel suo genere, che è quella italiana. Essa non nasce con l’unità del paese, ma prima, con la lingua italiana. Possiamo dire, quindi che Dante è il vero fondatore dell’Italia, non Garibaldi. Ma, ancor prima di Dante, è l’antichità che parla dell’Italia, essa è già un rimpianto ancor prima che nasca, è già un rimorso, un fantasma, è già morta. Questa è la peculiarità di questo paese, il suo paradosso: l’Italia, a differenza di molti altri Stati europei, è una nazione culturale. In altri territori prima nasce una forte dinastia, lo Stato, e intorno ad esso si forma la nazionalità. Da noi – spiega ancora Veneziani – avviene esattamente il contrario: prima nasce la lingua italiana. Il Medioevo stesso è già un desiderio di italianità. L’Italia esiste prima della sua unificazione”.
Il mito, dunque, cos’è? “È innanzitutto il racconto di un’origine. Ovunque il mito racconta la creazione. Può essere quella del mondo, di una nazione, di una città o anche di una famiglia. In ogni caso il mito è il racconto di fondazione. Pensiamo al nostro presente: vive totalmente immerso nella quotidianità, non sa vedere oltre il proprio naso, ha perso ogni riferimento alla storia e ogni prospettiva nei confronti del futuro. Il mito è esattamente il contrario: è la proiezione di un passato originario, favoloso, straordinario in un futuro profetico. Il mito è anche un punto di riferimento, un modello. Sono tali gli eroi, i fondatori delle città e del loro pensiero, i grandi poeti, coloro che in qualche modo hanno rappresentato il comune sentire al più alto livello. Se cerchiamo l’origine della natura del mito, è questa. Volendo tradurla nel gergo corrente possiamo dire che il mito serve a dare una motivazione più grande. Serve a farci capire che non siamo l’ombelico del mondo, che prima di noi c’è stata un’altra civiltà e dopo di noi ci sarà ancora l’umanità. Noi non siamo né l’inizio, né la fine del mondo, siamo solo l’anello di una catena che si chiama tradizione. Il mito rappresenta la superiorità di questo valore rispetto alla singola vita individuale. Ciò che facciamo non si inquadra nell’interesse immediato, egoistico di noi stessi, ma serve a continuare un discorso antico e lasciarne in eredità uno nuovo. In altre parole per trasmettere un principio, una pratica un’esperienza di vita, un modello. L’utopia è la contrapposizione di un mondo ideale, assoluto, a quello reale che viviamo. Il mito è una cosa diversa, non è una contrapposizione, ma un ideale che si cala nel mondo reale, è la rappresentazione più alta della realtà. Noi non dobbiamo cancellare il nostro essere italiani, né negare le nostre inevitabili imperfezioni, ma educarci a far uscire fuori la parte migliore di noi. Lo possiamo fare attraverso il mito, esso è l’ideale calato nel reale. Non vuole abolire il mondo in cui viviamo, fare a pugni con la realtà: esso è la luce che la illumina. Per questo abbiamo bisogno del mito. Dobbiamo ritrovare il sole nella nostra vita, non bruciare in un enorme rogo crematorio tutto ciò che è intorno a noi. Dobbiamo avere la capacità di illuminare la vita, capire che la bellezza è la gloria cantata dalla luce. A volte c’è il dubbio che la realtà non esista più”, prosegue Veneziani lasciando il fronte filosofico per aprire quello dell’osservazione diretta della situazione politica e sociale dei nostri giorni. “La legge Fiano – sentenzia – ha una responsabilità particolare: ridicolizza le cose serie, come il fascismo, ma anche l’antifascismo e la guerra civile, e prende sul serio le cose ridicole. Si aggiunge ad altre leggi speciali formulate nel tempo e si accanisce in modo ridicolo sui gadget, sul vintage neofascista, sulle canzoni e sui busti del duce, i saluti romani sul web. Siamo alla caricatura del fascismo: questa è la perdita della realtà. Siamo assediati da problemi urgenti: terrorismo, invasione islamica, immigrazione incontrollata, problemi economici, disagio delle periferie, un paese dove non si fanno più figli e i giovani se ne vanno all’estero. Questi sono i drammi reali. Ma c’è qualcuno che reputa prioritario varare una legge su un cadavere di 72 anni fa, chiamato fascismo. Questa è la perdita del senso della realtà: siamo arrivati a un’epoca in cui ci scandalizziamo di un cetriolo Ogm, cioè geneticamente modificato, ma non per l’umanità geneticamente modificata. Ma come si incontra il mito? “Bisogna ritrovare la realtà – assicura Veneziani -. Oggi viviamo in una specie di fiction, una realtà prospettata dal web, dalla seconda realtà, quella apparente, rappresentata attraverso immagini virtuali. Perdiamo la concretezza della vita, invertiamo la gerarchia delle cose. C’è qualcosa che sta cambiando tragicamente. Il mito non è un modo per eludere la realtà, ma per avere concretezza. Esso è un faro che illumina la realtà”. Il discorso scivola poi su papa Bergoglio, alla luce delle posizioni assunte dal pontefice sull’accoglienza. “Le religioni, soprattutto quella occidentale, è in una fase regressiva rispetto all’avanzare della tecnica, della società egoistica, egocentrica fondata sull’io, e non più proiettata su nessun desiderio dell’aldilà, verso una prospettiva ultraterrena. C’è un declino che sembra irreversibile. In oriente ci sono ancora religioni, civiltà, tradizioni, vive, ma anche lì la tecnica avanza e conquista tutti i mondi. In quello cristiano sta avvenendo un fenomeno che va spiegato. Qualche anno fa un grande papa, un dottrinario, come Ratzinger capì che la grandezza dell’Europa era stata alle origini della civiltà cristiana. Laddove si era spenta, si doveva accendere. Voleva risvegliare la fede nel cuore malato dell’Europa. Tentò l’impresa, ma fallì. Così si pensò di ripartire dalle periferie del mondo con un papa dal continente ispanico, numericamente con il maggior numero di fedeli. Così abbiamo avuto un papa estroverso, straordinario comunicatore: buca il video, ma ho il dubbio che buchi con altrettanta efficacia l’anima, lo spirito. La fede della gente si va raffreddando sempre di più . È un processo irreversibile che dura da tempo, e che sembra essersi accentuato negli ultimi anni. Certo è che l’arrivo di Bergoglio non l’ha fermato. Il papa ha un grande successo mediatico, è un uomo del suo tempo, parla il linguaggio del suo tempo, e asseconda il suo tempo: se alla cultura dominante fa bene parlare di Ius soli, lui, richiamando le origini evangeliche dell’accoglienza, si fa forte e va avanti su questa linea. Dimentica, però che il Vangelo dice bussate e vi sarà aperto, non sfondate la porta ed entrate in massa. L’esempio luminoso di carità lo fornisce San Martino. Egli tagliò il suo mantello in due, se lo avesse diviso in 22 sarebbero morti tutti di freddo. Anche alla luce del Vangelo, quindi, credo si debba avere un atteggiamento dei flussi migratori diverso. La religione versa in un pericoloso collasso irreversibile: questo papa mi pare stia facendo prezzi straordinari pur di vendere questa ‘merce’ spirituale. Triste. Ci sta conducendo, con tanta simpatia e popolarità, verso i saldi di fine cristianità”. Ma Bergoglio non si rammarichi, secondo Veneziani è in buona compagnia: “con i leader piacioni degli ultimi anni che raccontano fregnacce”, siamo ai saldi pure qui. “Per l’Italia non mi aspetto un capo, ma un capo e una coda” dice Veneziani concludendo un “caldo” pomeriggio autunnale a Viterbo.