Home Cronaca Dalla Bella Galiana al facchino, Capotosti: «Così la scultura può raccontare Viterbo».
Dalla Bella Galiana al facchino, Capotosti: «Così la scultura può raccontare Viterbo».

Dalla Bella Galiana al facchino, Capotosti: «Così la scultura può raccontare Viterbo».

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Viterbo, 4 febbraio 2022 – Ci sono città, come Viterbo, che sono in grado di raccontarsi da sole: sono quelle in cui la storia ha sedimentato le sue testimonianze tangibili. Palazzi, chiese, profferli, cinte murarie, torri e campanili, borghi antichi. Un biglietto da visita inequivocabile che parla di bellezza e suggestione e invita a scendere oltre, ad approfondire ciò che non si vede. Quando, però, il racconto è indirizzato a chi è di passaggio, come il turista, che se anche interessato, deve fare i conti con i tempi disponibili, quasi sempre troppo stretti per le tante cose da fare e da vedere, una città deve potersi raccontare in modo efficace e rapidoNegli ultimi anni abbiamo assistito nella città di Viterbo all’installazione di paline informative che certamente hanno la loro funzionalità, forniscono un’informazione sintetica e puntuale a chi deve riuscire a entrare in poche ore nell’universo cittadino, non solo quello attuale, ma, soprattutto, quello che racchiude i tanti secoli trascorsi. Paline informative e guide turistiche a parte, forse sarebbe auspicabile pensare anche ad altre narrazioni della città che possano unirsi all’arte del passato, come espressione artistica del presente. Così potrebbe essere la realizzazione di sculture evocative dell’identità cittadina, belle da vedere, e per questo capaci di attrarre lo sguardo del visitatore, invogliandolo a saperne di più. Un tema particolarmente caro a un artista viterbese, Francesco Maria Capotosti, scultore orafo, designer, modellista e docente, che recentemente è tornato a rilanciare un’idea che accarezza da diversi anni: «Un monumento alla Bella Galiana, capace di dare “corpo” a un elemento dell’identità cittadina, che questa figura femminile contribuisce certamente a definire, e allo stesso tempo di dare voce allo spirito dei nostri tempi, in cui la battaglia contro la violenza sulle donne, è sempre più forte, convinta  e condivisa da tutti. Mi piace questo aspetto mitologico che ha risvolti anche sulla nostra società – dice Capotosti – Sono anni che studio i miti viterbesi, per valorizzarli dal punto di vista plastico e scultoreo. Una scultura della Bella Galiana avrebbe anche il senso di rappresentare le donne viterbesi, con il loro spirito tenace, le loro virtù, la resilienza. Secondo me la figura della Bella Galiana andrebbe rivalutata, perché è in grado di esercitare un forte impatto». Un’opera che impreziosirebbe la città, offrendo quella narrazione “visibile” che lascia intravedere il ricco entroterra culturale e storico di Viterbo. Una scultura in grado di incuriosire, di attirare l’occhio del turista con uno stratagemma che ha sempre funzionato: il bello dell’arte con le sue suggestioni e la sua capacità di parlare a chiunque. Se la Bella Galiana apre il mondo al femminile delle figure viterbesi, non si può non parlare di quella che “troneggia” su tutte: Santa Rosa. E accanto a lei la tradizione del Trasporto che si fonde con il concetto stesso di identità cittadina. Ed ecco che nelle opere e nelle idee progettuali di Capotosti emerge «Un bozzetto di una scultura raffigurante un facchino a grandezza naturale in bronzo con un accenno di barra sopra il braccio per richiamare l’idea del Trasporto. Credo potrebbe rivelarsi un ottimo veicolo pubblicitario molto attrattivo per i turisti che magari non conoscono la nostra tradizione, ma vedendo questa scultura finiscono con l’interrogarsi e informarsi», dice Capotosti, confidando, da viterbese doc, di essere animato dal «Desiderio di voler donare alla città quest’opera, per abbellirla e riprendere in qualche modo le sue antiche tradizioni e i suoi splendidi aspetti mitologici».

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.