Home Attualità Dies Natalis: “Una formazione giovanissima pronta a tutto”, per una macchina che “toglie il fiato”.
Dies Natalis: “Una formazione giovanissima pronta a tutto”, per una macchina che “toglie il fiato”.

Dies Natalis: “Una formazione giovanissima pronta a tutto”, per una macchina che “toglie il fiato”.

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Viterbo, 8 luglio 2024 – Dies Natalis: una macchina che lascia senza fiato, sia per la sua maestosità e la bellezza luminosa e allo stesso tempo un po’ oscura del mistero che si respira dentro e fuori le cattedrali, sia perché il suo volume mette in campo tutta l’esperienza, la maestria di guide e capofacchino, nonché il cuore, il coraggio e la forza dei facchini.  Dies Natalis ha una “formazione giovanissima, pronta a tutto”, a ogni “tipo di sofferenza”,  chiaramente legata al Trasporto, e il coraggio di trascinare quella mole gigantesca fin dentro i labirinti risicati del centro storico, e tirarla fuori senza nemmeno un graffio.  Domenica 7 luglio con la prova del traliccio, che si è visto solo negli ultimi due pezzi, il quarto e il quinto, poiché i restanti sono ormai pressoché completi, a parte qualche figura, si è avuto un assaggio di un 3 settembre che si annuncia strepitoso. È stato un vero e proprio trasporto, seppure su un tratto molto più breve, quello più problematico per via della ristrettezza delle vie rispetto a forma e volume della Macchina di Raffaele Ascenzi. I facchini sono iniziati ad arrivare a Piazza del Plebiscito dalle 6, dopo essere passati alla ex chiesa della Pace per ritirare le magliette del costruttore, da indossare per il Trasporto, e ascoltare le raccomandazioni del capofacchino. Cielo plumbeo e qualche goccia di una timida pioggia che alla fine ha deciso di restare dietro le nuvole: i facchini hanno ricevuto il primo sollevate e fermi alle 6:29, il resto è stato uno straordinario spettacolo, con una Macchina che seppure completata solo al 75%, ha già lasciato tutti senza fiato. Ma non i facchini che, arrivati a destinazione, non solo si sono resi protagonisti di una girata fuori programma, ma, terminato il trasporto, dopo qualche minuto, l’hanno ripresa sulle spalle e spostata di un centinaio di metri per collocarla nel punto dello smontaggio. Il “Santa Rosa fuori” è arrivato alle 7:39 a piazza Verdi. Fine prova. “Quando abbiamo visto inizialmente il progetto”, ha detto il capofacchino Sandro Rossi al termine del test del traliccio, “ci siamo resi conto delle dimensioni della struttura e ci siamo preoccupati. Avevamo dei timori”, confessa, “Raffaele Ascenzi e Damiano Amatore (direttore tecnico del cantiere) hanno fatto delle rilevazioni e hanno individuato i punti più critici dove si presentavano  grosse difficoltà”, vale a dire “c’erano 5 centimetri da una parte e 20 dall’altra, ma la macchina non si poteva spostare, perché la base avrebbe toccato e strusciato il muro”. Per prendere le misure giuste per passare indenni “sono state anche sovrapposte le immagini delle vecchie macchine. Alla fine questa sfida è stata presa con entusiasmo. Siamo stati molto attenti, in alcuni punti ci siamo anche  fermati e ripartiti, una cosa che non facciamo mai, rallentare completamente il passo, farne di più corti, brevi, e poi ripartire tutti allo stesso tempo. È una cosa complicata, ma ci siamo riusciti. Guardando cosa succedeva in alto, abbiamo anche capito cosa fare in terra: ci sono dei punti dove camminare da rivedere, da correggere”, prosegue Rossi. Prima di ogni trasporto, infatti, i facchini vanno sul percorso e lasciano dei segni in terra. Su quelli, poi, dovranno camminare con la Macchina sulle spalle. Durante la prova, con il passaggio fisico della Macchina in “carne ed ossa”, il capofacchino e le guide si sono potuti rendere conto dove effettivamente c’era più spazio, e dove meno. “È un gioco di sguardi e di squadra tra me e le guide, ci facciamo segno, come spostarci, dove muoverci”, prosegue Rossi. “Il bambino che si è sporto con la mano – continua riguardo all’episodio avvenuto durante la prova –  ci siamo fatti prendere dal nervosismo, perché era anche un punto particolare. I facchini si sono bloccati, ma abbiamo ripreso subito. Se qualcuno tocca la macchina con devozione, non succede niente, sotto non si ripercuote sotto, non ci sarà mai uno che si attacca. Questa è stata l’unica occasione un po’ critica, ma siamo ripartiti immediatamente, senza problemi. Il tratto da Largo Cesare Battisti a Sant’Egidio è il più difficile, ci sono pochi centimetri alle estremità della macchina per muoversi. Ma pian piano ci siamo riusciti. Nel tratto dal Suffragio a Largo Cesare Battisti, ho detto di aumentare il passo,  per vedere cosa avrebbe fatto la Macchina sopra”. L’accelerazione si è resa necessaria, anche per capire cosa accadrà nel tratto da via Cavour a via Garibaldi fino a piazza del Plebiscito il 3 settembre. “È quello che mi preoccupa di più. È il più difficile”, stigmatizza, “qui abbiamo un passo più veloce“, che è stato provato anche “sulla parte finale in discesa del Corso, dall’ex cinema, c’è stato un passo più lungo, e abbiamo visto che la Macchina si è mossa un po’ di più sugli ultimi pezzi. Gli ingegneri ci hanno spiegato che mancava l’allegorico, quello che mantiene la rigidità del telaio, quindi, siamo fiduciosi, anche se il movimento che c’è stato sulla punta, non è stato scaricato a terra. Ha riguardato solo l’ultimo pezzo dove mancava l’allegorico. Nonostante questo, sotto non hanno percepito alcuna cosa strana. Hanno hanno volto fare la girata, si vede che erano freschi, l’abbiamo fatta per le suore che ci stavano osservando. Sono rimaste contente. La formazione è giovanissima, quindi non ci sono difficoltà su nessun tipo di sofferenza”, afferma il capofacchino. Se il pezzo di via Garibaldi è il più difficile: “il peso va tutto sulle prime tre file”, spiega ancora Rossi, “è quello che mette più timore, quando vedo che si piegano cerco di rallentarli, perché li tirano forte, è una formazione giovanissima pronta a tutto“, quello più facile, “È quello della salita“, verso il monastero di santa Rosa, il tratto finale del Trasporto. Nessuno lo direbbe, eppure: “Non ci si accorge nemmeno di farla, non si capisce come, ma la Macchina va su“. “Quando rallenti il peso è fisso, sulle spalle, quando cammini, invece, va e viene, non si sente. A passo lento, o quando ci si ferma, come quando arrivano i cavalletti, il peso si sente tutto. Sono i punti più faticosi. Queste cose non me le hanno dette, le ho provate anche io, da facchino“, conclude Sandro Rossi.

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.