Elezioni: astensionismo grande protagonista. Metà Paese sceglie il divano al seggio.
Nazionale, 5 ottobre 2021 – I numeri non mentono mai: sono lì, sintetici, chiari, obiettivi, anche crudeli a volte, con la loro incontrovertibile realtà, la verità nuda e cruda: 54, 70% di affluenza alle urne per il rinnovo dei consigli comunali in Italia. Nella precedente tornata sono stati il 61,58%. Sette punti percentuali in meno. L’astensionismo si rivela tra le “proposte politiche” più convincenti tra quelle messe in campo, poiché la scelgono quasi la metà degli italiani che decidono di restare in casa snobbare le urne, cioè il voto, cioè il diritto-dovere ad eleggere chi li rappresenta nei Palazzi del governo
locale, quello che manda avanti i servizi essenziali: trasporti, scuole, servizi demografici, lavori pubblici, polizia municipale, servizi sociali ecc. All’indomani del voto del 3-4 ottobre si potrebbero scrivere pagine di analisi politica: lo schianto del Movimento Cinque Stelle, il superamento di Fratelli d’Italia sulla Lega, il colpo di coda di Forza Italia, centrodestra moderato, che incassa la regione Calabria, il sorriso di Letta che vede Sala passare al primo turno a Milano. Analisi corretta e doverosa, ma che sarebbe miope, parziale, se non fosse inquadrata nella più generale constatazione che di tutto ciò, a quasi la metà degli italiani, non gliene frega assolutamente nulla. Quel che, invece, dovrebbe interessare la politica, sia quella che ha vinto e sia quella che ha perso, è il perché di tutto questo, per ritrovare, quantomeno, gli argomenti che la legittimano nel ruolo che è chiamata a svolgere, senza i quali, le percentuali di consenso ottenute, più o meno alte, hanno poco senso, poiché espresse solo da mezzo paese. L’astensionismo non è passato inosservato, (e come avrebbe potuto?), in alcune città ha toccato il livello più alto della storia e nessuno oggi potrebbe dire che questo non sia l’inizio di un inesorabile declino, che condannerà le prossime tornate elettorali a diventare qualcosa di “pochi” con un’affluenza ancora minore che rompa quell’argine del 50%, lasciando a casa più di metà del popolo italiano che sceglie il divano alla politica e alle sue proposte. E stavolta non c’era la scusa del mare o delle vacanze o del brutto tempo. Gli italiani hanno preferito restare a casa, lì dove li ha confinati circa un anno di lockdown, e un altro anno di restrizioni, così come, per alcuni, la perdita del lavoro, lo smart working, i locali chiusi. Sono rimasti a casa e basta, hanno detto alla politica: «Andate pure avanti, ma senza di noi». La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, una dei pochi a uscire fuori con il sorriso da questa tornata elettorale, la definisce «non una crisi della politica, ma della democrazia». Quella democrazia in cui, quasi metà degli italiani, sembra non credere più, tanto da rinunciarvi. Ma cos’è la democrazia? La Treccani la
definisce come quella “forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che esercita la sua sovranità attraverso istituti politici diversi; forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanze elettive, e che garantisce a ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza, all’esercizio del potere pubblico”. Un potere in cui metà del popolo pare voler rinunciare e non per protesta, che spesso viene manifestata proprio con il voto, quanto, sembrerebbe, per il non voler partecipare in alcun modo, non rendendosene responsabili, alla designazione di una classe politica e della sua gestione del Paese che non solo non condividono, ma sul quale credono di non poter, e non voler, più esercitare alcuna influenza con il proprio voto. Ma quando viene meno la “partecipazione”, quando il popolo inizia ad andarsene, come possono giustificare, la politica e i suoi rappresentanti, la loro esistenza? Ecco perché l’astensionismo che aumenta non solo deve far riflettere, ma è un dato allarmante, perché ci conduce verso la visione di un Paese in cui una fetta crescente di popolo non è più sovrano. Non perché qualcuno glielo vieti, ma perché decide, esso stesso, di non esserlo. E lo fa perché pensa che, comunque voti, poi decide il Palazzo benedicendo maggioranze post – urne che forse non avrebbero il consenso dei cittadini, o perché, da anni vede susseguirsi presidenti del consiglio “tecnici” non votati da nessuno. Prassi legittime che però rischiano di alimentare nel cittadino la convinzione che oramai lui con il suo voto sia diventato qualcosa di completamente inutile al sistema. Non protesta nemmeno più. Si arrende, rassegnato davanti alla tv accesa su un programma qualunque, mentre al seggio si vota. Si disinteressa a una politica che si azzuffa, si contende il consenso, urla slogan triti e ritriti che riempiono con il chiasso il vuoto dei contenuti, a volte anche quello dei candidati, optando per civici semi-sconosciuti che semmai, anziché qualificare la politica, certificano la sua incapacità di “seminare” e tirare su una vera e propria classe dirigente. Una stucchevolezza del quadro politico che è tanto più avvertita, chiara ed irritante, quando hai attraversato il pantano della pandemia e hai dovuto fare i conti con la vita reale: la perdita del lavoro, la mancanza dei mezzi di sostentamento, la paura, la malattia, le restrizioni della libertà personale con un parlamento quasi completamente zittito senza colpo ferire in due anni di stato di emergenza. Insomma il 45,3% degli italiani deve aver concluso di vivere su un altro pianeta e che le elezioni riguardano un mondo non loro. La politica deve solo sperare, o lavorare, affinché su quel pianeta non si trasferisca anche il restante 54,70%.
Tiziana Mancinelli
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