Viterbo, 2 giugno 2020 – Il comune di Viterbo si costituisce parte civile e chiede mezzo milione di euro, oltre alla condanna per associazione di stampo mafioso e metodo mafioso, alla banda di Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato venuta alla luce nell’ambito dell’operazione Erostrato. Cinquanta mila euro chiesti a ciascuno dei dieci presunti componenti del sodalizio criminale. Il legale del comune di Viterbo non ha dubbi: «Viterbo è stata messa a ferro e fuoco, fu vera mafia». Ieri, a Roma, le conclusioni delle parti civili contro i dieci imputati che il 25 gennaio sono stati arrestati nell’ambito dell’operazione Erostrato. Tutti hanno scelto il rito abbreviato. Una cinquantina le parti offese, di cui 19 si sono costituite parte civile. Tra queste il comune di Viterbo, parte civile contro tutti gli imputati, rappresentato dall’avvocato Marco Russo. «I reati satellite attuati in oltre due anni con metodo mafioso dal sodalizio per mettere a ferro e a fuoco la città, – ha detto il legale – sono la prova logica, diretta dell’associazione di stampo mafioso, la sua naturale estrinsecazione. Qualcosa che a Viterbo non si era mai visto. Una vicenda del tutto nuova, con degli effetti e una portata per la città di Viterbo, che rappresento, veramente eclatante in termini di numeri, di episodi, di ricorso sistematico alla violenza». Si tratta di «52 episodi con cui la banda avrebbe puntato al controllo su Viterbo», riguardo ai quali l’avvocato Marco Russo ha precisato: «Sono quasi tutti apparentemente scollegati», il filo conduttore sarebbe proprio, secondo il legale: «questa associazione del tutto ‘innovativa’. Non parliamo di mafie delocalizzate. Questa non è una cellula della ‘ndrangheta, ma qualcosa di assolutamente autonomo e nuovo. Si tratta di una banda formata da calabresi e albanesi, dove la visione di Giuseppe Trovato si realizzava con una strategia per attuare il controllo del territorio attraverso l’assoggettamento e il controllo dei compro oro, delle discoteche, di quelle che erano le attività d’interesse. Abbiamo una città letteralmente messa a ferro e fuoco, ci sono degli atti gravissimi di intimidazione, perpetrati attraverso danneggiamenti gravi e tutta una serie di condotte per dire ‘qui contiamo noi’, e quindi a imporre un ‘rispetto’ che era dovuto in quanto ‘appartenenti’. Tutti indici della cosiddetta ‘mafiosità», secondo il legale del comune viterbese. Per i dieci imputati, lo scorso 10 febbraio, i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, hanno chiesto 135 anni complessivi di reclusione con lo sconto di un terzo della pena per il rito abbreviato.