Su quel tram, nel tempo che impiegava a percorrere un giro a otto, passando per San Giovanni, direzione Cinecittà, nascevano sogni, si coltivava la speranza.\r\n\r\nSì, la speranza, quella cosa che ha permesso a una generazione che ha vissuto la guerra di guardare al futuro con fiducia nonostante le scarpe rotte e i pochi spiccioli in tasca.\r\n\r\nIn questo mondo più povero rispetto a quello di oggi, ma tremendamente più ricco di emozioni, di passioni, sono nati i veri, grandi, talenti divenuti icone intramontabili nella storia del cinema.\r\n\r\nPerché il talento non è solo una dote naturale, è qualcosa che viene da dentro, che si alimenta di un certo modo di sentire, di percepire, di rileggere ciò che abbiamo intorno, intingendo il pennello della creatività in quell’universo di emozioni e di percezioni che l’artista tiene vivo dentro di sé.\r\n\r\nGiorgio Capitani, regista e sceneggiatore italiano, quel mondo l’ha conosciuto bene, se ne è innamorato con gli occhi di un bambino che ama il cinema e oggi, dall’alto delle sue ottantotto primavere, lo ha voluto raccontare nel suo libro: ” Il cinema nel cuore”, presentato nella Sala Regia di Palazzo dei Priori in occasione di Caffeina festival, sabato 25 giugno 2016.\r\n\r\nSu quel tram Capitani ci saliva ogni mattina per andare a lavorare. Tanti giovani alle prime armi, approfittando di questo momento di condivisione dello stesso spazio, cercavano di avvicinare i grandi registi dell’epoca per attaccarci bottone, avere dei consigli, farsi notare, nella migliore delle ipotesi, ma anche più semplicemente, e più frequentemente, anche solo di vivere quel fugace contatto con un grande.\r\n\r\nNon era l’epoca di internet, quella che ti dà l’occasione potenziale di incontri virtuali con tutto il mondo, a quel tempo le occasioni di scambio sociale erano più limitate e confinate a luoghi che oggi potrebbero apparirci insoliti e ristretti proprio come un tram.\r\n\r\nEppure a quel tempo c’era più condivisione, più partecipazione, più desiderio e capacità di fare squadra in vista di un obiettivo comune. A quell’epoca la vita, e il cinema che ne era lo specchio, avevano un fascino.\r\n\r\nCapitani lo racconta nella Sala Regia di Palazzo dei Priori con il microfono in mano e in modo informale come fosse di nuovo tra quel gruppo di amici. Parla del cinema, come era prima e come è adesso. “Prima si faceva carriera faticosamente, un po’ alla volta, oggi, invece i sistemi sono molto diversi, meno affascinanti e meno limpidi”, dice, “c’era la capacità do fare squadra e anche di lavorare oltre ciò che prevedevano le proprie mansioni pur di raggiungere l’obiettivo comune”.\r\n\r\nUna differenza profonda tra i tempi di oggi e quelli di ieri risiedeva anche nel modo in cui si imparava a fare cinema. “Il mestiere si imparava sul campo”, dice ancora Capitani, “facendo il collaboratore, quando passavi ai livelli superiori avevi già l’esperienza necessaria per affrontare i nuovi impegni. Oggi, invece, purtroppo sono le raccomandazioni a decidere questo percorso. Ai miei tempi c’era rispetto per i superiori e da loro cercavamo di farci apprezzare. Ma per arrivare in alto dovevi fare tutti i gradini.”\r\n\r\nL’occasione per iniziare a salire per Capitani arriva con l’indisponibilità per malattia di un suo superiore. La scelta del sostituto cadde su di lui.\r\n\r\n“Così è iniziata la mia carriera”, racconta, “ma ho fatto subito il primo errore. Quando è arrivato il momento di fare il mio primo film, ho accettato quello che mi hanno proposto, un film di serie ‘B’, di quelli che si fanno per completare gli incassi di un film principale. Così feci uno sbaglio enorme. Sono rimasto vincolato alla serie ‘B’. Non sono più riuscito a uscirne, il mondo del cinema, poi, a quei tempi era molto snob. Così feci la seconda scelta sbagliata. Decisi di ritirami, far passare un po’ di tempo , aspettare che si scordassero di me, per ricominciare tutto da capo. Quando decisi di riprendere a lavorare, mi proposero un film. Stavo al mare con mia moglie, ricordo che lessi il copione poi lo gettai in terra, stizzito, e andai a fare il bagno. Era un altro film di serie ‘B’, il peggiore in assoluto. Mentre stavo in acqua – prosegue – vidi mia moglie sulla spiaggia leggere il copione e ridere di gusto. Allora mi avvicinai e chiesi spiegazioni. Lei mi disse che era divertentissimo e che io non l’avevo capito perché lo avevo letto in modo serio, così come lo avevano scritto gli sceneggiatori, con serietà. Così lo lessi come mi aveva detto lei e mi misi a ridere pure io. Andai dal produttore e gli disse che avrei accettato ma solo se mi avesse consentito di fare un po’ d commedia. Lui mi disse sì, ma solo per un 25%. Rimasi un po’ sconcertato da questo modo di esprimersi in percentuale sul genere di un film. Lo girai, ma il produttore non fu soddisfatto del lavoro, pensando che fossi andato oltre quel numero che mi aveva imposto. A questo punto pensai che la mia carriera stavolta fosse veramente finita. E invece arrivò il colpo di scena. Un giornalista filippo sarti, arrivando tardi a un appuntamento, decise di impiegare il tempo andando al cinema e guardò il mio film. Fece una recensione bellissima. Quel giornalista, quel giorno, mi ha salvato. Parlavano tutti di me e iniziarono a telefonarmi numerosissimi produttori per propormi di girare film di serie ‘A’. Ne scelsi uno e lo feci. Da quel momento è iniziata la mia carriera da regista nel mondo dorato della seria ‘A’”.\r\n\r\nPiù tardi, dopo, una ventina di film, Capitani scopre la fiction televisiva.\r\n\r\n“La fiction mi piacque molto”, racconta, “perché mi dava molta libertà di narrazione. Quando mi interessai alla fiction, questo genere era una cosa seria”, specifica, “i produttori a quei tempi erano persone di grande levatura e di infinita cultura. Ora, invece, si fa televisione con la carta carbone. Non ci sono nuove idee, ma si tende solo a copiare ciò che è già stato fatto. Si fanno sempre le stesse cose. Prima c’era uno scambio continuo tra produttori e registi, si parlava, si discuteva. Il pensionamento poi ci ha privato di questi personaggi. É stato un vero peccato, perché oggi ne avremmo avuto molto bisogno. La televisione è diventata un grande magazzino. Si fa qualcosa per compiacere qualcuno. Si mettono giovani senza nessuna esperienza davanti a una macchina da presa, senza rendersi conto che così si affossano. Ai miei tempi c’era il maestro che ci aiutava, ci spiegava anche la parte tecnica. Soprattutto quando nel dopo guerra ci furono notevoli innovazioni, l’esperienza di chi già aveva fatto certe cose, era fondamentale. Eravamo una grande famiglia. Restavamo a parlare e a confrontarci fino a tardi. Oggi, invece, alla mattina si infila il camice bianco alla sera si toglie e ognuno va per i fatti suoi”.\r\n\r\n“Scrivendo questo libro – continua Capitani – mi è venuta una grande allegria, insieme alla gioia del ricordo. Pensate che dopo la guerra non c’erano nemmeno le pellicole per fare i film. Fu allora che Rossellini fece nascere il neo realismo. Era un uomo formidabile. Proprio quello che ci vorrebbe in questo momento. All’epoca riuscì a trovare dei pezzetti di pellicola in giro, li attaccò insieme e fece film. Si girava solo quando si trovava la pellicola. Erano tempi in cui c’era una grande passione. Oggi non la vedo più. L’ho scorta quando ho visto ‘Il nuovo cinema paradiso’, mi ha fatto tornare indietro negli anni. È un film fatto di passione, amore, sentimenti e di grande professionalità. La mia è stata una generazione cresciuta nella guerra, ma fatta di sogni, e soprattutto di speranza. Oggi guardo i giovani con una certa compassione, perché non hanno quello che avevamo noi: la speranza. È vero noi avevamo le scarpe rotte, ci scambiavamo con i genitori le mutande, però avevamo una grande fiducia nel futuro, che oggi manca ai giovani. Vivono nel presente senza pensare al domani. Non conoscono più la gioia di vivere”.\r\n\r\nCapitani chiude il suo intervento in sala Regia con un ultimo pensiero al cinema: “ha perso completamente il fascino, e ha perso anche il pubblico. La gente sa che è successo qualcosa. Pensate che nel 1946 furono presentati 346 film italiani, oggi se ne fanno a malapena tra i venti e i venticinque. Il cinema, una volta, era un mondo da favola”.\r\n\r\n \r\n
Tiziana Mancinelli
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