Roma – Ore concitate per il governo giallo-verde che da un momento all’altro potrebbe arrivare a un punto di rottura. Che l’idillio tra Lega e Cinque Stelle sia arrivato a un punto estremamente critico, lo ha confermato lo stesso vice premier, Matteo Salvini, dal palco di Sabaudia: “In questi tre mesi qualcosa si è rotto” con l’alleato di governo. E, oggi, l’accelerazione di quella che non è ancora una crisi vera e propria, ma rischia di diventarlo. Il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha incontrato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. È stato, poi, lo stesso Salvini a incontrare Conte, un faccia a faccia durato circa un’ora. Nel tardo pomeriggio c’è stata la nota della Lega che è risuonata come la sirena di un treno che arriva al capolinea. Prima, il Carroccio, avrebbe messo nero su bianco una serie di proposte per rilanciare l’azione del governo. “L’Italia ha bisogno di sì e non di no”, aveva detto ieri sera, sempre da Sabaudia, Matteo Salvini. Il riferimento è chiaramente ai ministri che in questi giorni starebbero frenando su: Tav, immigrazione, tassa piatta. E, dunque, nel mirino della Lega, che avrebbe chiesto un rimpasto al Colle, vedendosi rifiutare la proposta, da qui la nota stampa che evoca il voto anticipato, sarebbero finiti: Toninelli (Infrastrutture), Trenta (Difesa) Tria (Economia) Costa (Ambiente).
Il primo per una diversa visione con i leghisti sulla realizzazione delle opere pubbliche, esplicatosi proprio con il no alla Tav. Stessa posizione da parte di Costa, il ministro dell’ambiente, secondo i leghisti, troppo titubante sulle grandi opere. C’è poi Tria, ministro dell’economia che starebbe frenando sulla tassa piatta, uno dei cavalli di battaglia della Lega, insieme al contrasto all’immigrazione clandestina, per cui sotto i fendenti verdi finisce anche Elisabetta Trenta, per tutto quel che riguarda Ong, navi e migranti. Temi su cui, evidentemente, se l’esecutivo rimanesse questo, tra Cinque Stelle e Lega si aprirebbero distanze siderali. Il futuro del governo giallo verde si andrà plasmando nelle prossime ore. Tre gli scenari possibili. Una parlamentarizzazione della crisi. Conte dopo aver rimesso il suo mandato al presidente della Repubblica, si presenta alle Camere dopo un probabile rimpasto per ottenere nuovamente la fiducia. Si avrebbe, così, un Conte-bis. Nel caso ciò non si verifichi, la palla passa al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per un governo del presidente. Egli dovrà scegliere una personalità che tenti di ottenere la fiducia delle camere. Se anche questo si rivelerà un tentativo inutile, si avrà un governo senza fiducia per l’ordinaria amministrazione. Contemporaneamente il presidente della Repubblica dovrà sciogliere le camere e indire nuove elezioni con un minimo di 40 giorni e un massimo di 70. Se le camere venissero sciolte a ridosso di ferragosto, si potrebbe votare il 13 o il 20 ottobre. Uno scenario su cui grava la necessità di procedere ad alcuni passaggi parlamentari di vitale importante per il Paese: entro il 27 ottobre bisogna votare la nota di variazione al def, entro il 15 ottobre la manovra dovrà essere mandata a Bruxelles e approvata entro il 31 dicembre, altrimenti si entrerà nell’esercizio provvisorio con il governo in carica che potrà spendere solo quanto necessario per il funzionamento della macchina statale. Il 9 settembre, infine, si attende il quarto voto definitivo sulla riforma che taglia i parlamentari.