Home Cronaca Il giovanissimo e tenace popolo di Rosa: in piazza per ore sotto la pioggia.
Il giovanissimo e tenace popolo di Rosa: in piazza per ore sotto la pioggia.

Il giovanissimo e tenace popolo di Rosa: in piazza per ore sotto la pioggia.

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Viterbo, 10 settembre – Nessuno avrebbe mai pensato che la Macchina di Santa Rosa si sarebbe fermata per due anni. Per chi è viterbese, il Trasporto è come il sole che sorge al mattino. Certo. Scontato. Abituale. Automatico.

Poi la pandemia ha fatto irruzione nell’ordine immutabile delle cose, dimostrando che nulla ha la garanzia della certezza. Nemmeno la Macchina che passa. Da centinaia di anni. Ora sappiamo che essa si può fermare. Che una tradizione che custodisce e racchiude il Dna di una città, che la differenzia rispetto a tutte le altre, e gli conferisce quel valore delle cose più uniche che rare, può anche sparire.  Il pilastro intorno al quale una comunità si ritrova, può anche crollare. Da un giorno all’altro. Per una pandemia, una guerra, per nuove regole che la ostacolano, oppure per un male ancora peggiore, perché latente, impercettibile quanto letale:  l’indifferenza, la noncuranza. Certo è, che per un motivo o per l’altro, la Macchina si fermerà se e quando le vie e le piazze inizieranno a svuotarsi.

Ecco perché, nel fracasso dei fatti di cronaca che hanno salutato una ripartenza scoppiettante di Gloria, dove al carburante dei facchini si è mescolato quello delle emozioni e delle pulsioni di tutti, amplificate, compresse e scosse fino ad esplodere come da una bottiglia di spumante a cui viene fatto saltare il tappo a Capodanno, c’è qualcosa che non ha fatto rumore, ma che merita, insieme allo sforzo compiuto dai facchini, le prime pagine di questo Trasporto 2022. È il giovanissimo popolo di Rosa. Un esercito di ragazzi e ragazze che già dalla sera prima del passaggio della Macchina si sono accampati nelle piazze.

Zaini, teli, cappellini con la visiera. Un panino in mano e un mazzo di carte nell’altra. Ammazzano il tempo aspettando il passaggio di Gloria. C’è chi gioca con un  pallone, chi legge, chi chiacchiera. Chi dorme, sdraiato l’uno accanto all’atro. Hanno affollato molte piazze, sicuramente quella delle Erbe, l’angolo di Piazza Fontana Grande, piazza Verdi e anche via Marconi.

La mattina del 3 settembre li sorprende così. Alcuni sono raggomitolati sotto un plaid. Altri scartano caramelle. La notte è ancora lontana, ma l’attesa non li scoraggia. Restano lì ore. Anche sotto la pioggia, innalzano barriere di teli trasparenti per difendersi dal meteo. Riscoprono il piacere di stare insieme, di ritrovarsi, gomito a gomito, guardandosi negli occhi e non attraverso lo schermo di un tablet. Sui loro volti c’è il sole che sorge, la vita che sboccia, e il destino di quella Macchina, che continuerà a sfilare finché le giovani generazioni saranno lì ad aspettarla.

Nell’era tecnologica, dove ogni cosa si può ottenere con un “clic”, il  pensiero si condensa in un “mi piace”, i giovanissimi sono lì, ad aspettare sotto la pioggia, un qualcosa di quasi arcaico, si potrebbe dire, un campanile portato a spalla, in un tempo in cui non si crede più a nulla.

In un’epoca fragile, in cui tutto può sgretolarsi come castelli di sabbia, attraversata dalla noia di non dover lottare per niente, dalla poltiglia di modelli e valori indefiniti,  quella piccola statua lassù, dall’alto dei suoi 28 metri, è una luce che brilla nella notte: è in grado di attrarre ed essere di ispirazione, anche per i giovanissimi. In un’epoca in cui si ottiene tutto senza sforzo, i giovani stanno lì, contro la stanchezza, contro la pioggia, sacrificati in piccoli spazi, ore e ore, solo per vedere passare la Macchina. E, così, questo Trasporto si chiude con una certezza che si fa strada: forse Rosa è in grado di dire molto di più, di andare oltre quei binari in cui finora si è mossa, per parlare un linguaggio universale, comprensibile a tutti e in ogni tempo.

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.