Se qualcuno avesse venduto loro altri biglietti, in molti si sarebbero arrampicati fin sul campanile solo per ascoltare le battute con cui Carlo Verdone, la sera dell’otto luglio, a piazza San Lorenzo, a Viterbo, ha fatto una divertente carrellata della storia della sua vita, della carriera, dei film girati e di come sono nati i suoi personaggi. Ma fin dalla mattina i biglietti per assistere all’incontro tra il famoso attore e regista, e la città di Viterbo erano già tutti esauriti.\r\n\r\n“Sono orgoglioso di essere qui a Viterbo – ha esordito sul palco del Tuscia Film Fest – è la prima volta, l’avevo visitata solo da bambino. Ho girato nei paesi vicini, ma mai a Viterbo. Un errore gravissimo. Prometto che lo farò, perché è una città importante, al quale sono molto affezionato ed è veramente molto bella dal punto di vista cinematografico. Se lo merita”.\r\n\r\nUna città che ieri sera ha donato a Verdone il “cuore” di una delle sue tradizioni più sentite e rappresentative: il Trasporto della Macchina di santa Rosa.\r\n\r\nSubito dopo i saluti iniziali, il presidente del Sodalizio, Massimo Mecarini, è salito sul palco e ha donato a Carlo Verdone un “ciuffo” edizione speciale con su scritto: “Troppo forte” come recita uno dei suoi film più famosi.\r\n\r\nVerdone ha toccato le tappe viterbesi della sua filmografia: “A Oriolo romano abbiamo fatto la scena dell’emigrante che viene menato da quelli che gli fregano le borchie – ha ricordato – a Capranica il seggio elettorale dell’emigrante che manda a quel paese tutti, mentre sulla Cassia bis, prima dello svincolo per Viterbo, abbiamo girato tutto il pezzo della macchina del film “Un sacco bello”. Era il 79 – ricorda l’attore – l’autostrada non era terminata e così potemmo girare tranquillamente lì, portando delle nostre auto per simulare una scena di traffico e girare il pezzo del bullo”. C’è poi il trenino che dal Flaminio arriva a Capranica e Vasanello a ricordare il pezzo di un altro film di Verdone. “Ricordo che i viaggiatori ci mandarono a quel paese perché per girare facevamo fare su e giù al trenino. Anche la villa di “Acqua e sapone” non è molto lontana da qui”, rivela.\r\n\r\n \r\n\r\nIl primo personaggio di Verdone era viterbese. “Nel mio primo importante film ‘Un sacco bello’ del 1980 Viterbo c’è “, dice, “in un’osteria della Polonia incontrai un tipo con brillantina, catene, vestito di nero. Mai visto uno così cafone. Era il 1973 e tantissimi italiani andavano in Polonia per rimorchià” continua, rimarcando la parlata romana diventata celebre nelle sue pellicole, “ripresi totalmente quel personaggio nel mio film – spiega – lo ricopiai, anche la macchina, una Fiat Dino”. E proprio quella macchina era “targata Viterbo”. “L’ho studiato – racconta Verdone – nei modi come guidava, come tirava la sigaretta facendola passare sotto la gamba”, si alza ripetendo il gesto diventato un cult nei suoi film. “Il mio lavoro è sempre stato quello di catturare la psicologia dei personaggi – prosegue – si rivela nella cadenza della voce, nelle pause, in un certo modo di parlare e di atteggiarsi. Quel tipo, non ho mai saputo nemmeno il nome, ha ispirato il mio primo bullo nel mio primo film”.\r\n\r\n \r\n\r\nL’esordio. “La vita ha scelto per me – racconta Verdone – . Avevo fatto il centro sperimentale di cinematografia. Probabilmente avrei tentato una regia, ma non avrei mai pensato di fare l’attore. Laureato in lettere moderne con specializzazione in storia delle religioni, pensavo a un futuro da assistente universitario e poi professore. Avevo, però, questa passione anche per la cinepresa. Vedevo mio fratello girare cose sperimentali, frequentavo i film studio, i cine club importantissimi di fine anni 60 e inizio 70. E così anche io iniziai a misurarmi con la cinepresa. Feci dei corto metraggi che vinsero diversi premi, così mio padre, decise di mandarmi da Rossellini per fare il centro sperimentale. Io avevo un grande punto interrogativo. Mi piaceva il cinema, lo respiravo a casa: mio padre era un professore di storia critica del film. Solo mia madre aveva capito il mio talento. Attori si nasce, poi però ti devi esercitare per far uscire fuori quel tuo personale modo di interpretare quello che vedi e trasferirlo al pubblico.\r\n\r\nI personaggi e il bar Mariani. “Mi piaceva penetrare la psicologia delle persone: dalla voce risalivo al tipo”, dice Verdone, raccontando come nascono i suoi personaggi. Il primo fu ispirato da un bambino, un vicino di casa, con cui l’attore e suo fratello di circa 12 e 11 anni trascorrevano i pomeriggi, giocando a pallone nel corridoio della casa del piccolo amico. Ed ecco che tra una finestra rotta, e qualche aneddoto, gli episodi di vita ordinaria, raccontati dall’attore diventano la trama dei suoi film. La vita e le persone di tutti i giorni con le loro molteplici sfumature psicologiche “segnalate” dai modi di fare, di esprimersi, di porsi, sono il suo migliore materiale narrativo. Un autobus della vita che Verdone aspetta puntuale ogni giorno al bar Mariani. Proprio qui nascono altri personaggi da incontri casuali con quelle persone che poi entreranno nei suoi film. “Per me quel bar era un punto di osservazione straordinario – racconta – erano i miei stessi genitori che mi spingevano a frequentare questi luoghi in cui avrei incontrato la vera romanità. Tutti i personaggi nascono dall’osservazione”, dice. “Mi venivano bene quelli femminili. Quelli avanti con l’età e pieni di acciacchi erano i più divertenti. In ciò avevo come inesauribile fonte ispiratrice mia madre. Ogni mattina parlava con la sua amica di tutti i malanni di ogni persona che conosceva”. Poi c’è l’incontro con Elena Fabrizi, sorella di Aldo Fabrizi, che diventerà la nonna di ‘Bianco rosso e verdone’ e poi di ‘Acqua e sapone’. “Era la classica matrona romana. Ormai non ce ne sono più. Faceva una trasmissione a Radio Lazio, a 50 metri dal bar Mariani, dove dava consigli alle donne che venivano tradite dal marito o che comunque avevano problemi sentimentali”. L’attore racconta frammenti di quelle trasmissioni e il pubblico ride a crepapelle.\r\n\r\nLa crisi. Dopo ‘Bianco rosso e verdone’ e ‘Un sacco bello’, due film di grande successo, Verdone pensa di essere entrato nell’Olimpo del cinema. E invece no. “Dopo questi successi sparirono tutti – racconta – pensavano che dopo aver creato sei personaggi nel primo film e tre nel secondo, avessi esaurito la mia vena creativa. Così nessuno mi chiamò più. Rimasi senza lavoro. Non avevano compreso quanta anima c’era in quei personaggi. Pensarono che fossi prosciugato e se ne andarono tutti. Tornai all’università e con grande sorpresa scoprì che il professore di storia delle religioni si era suicidato tre anni prima”. Un evento macabro, dal quale Verdone riesce ad “aspirare” la sottile e profonda vena ironica e a far ridere e applaudire il pubblico.\r\n\r\nIl successo. Dopo mesi di tristezza e sconforto arriva la svolta. “Mi chiamò Mario Cecchi Gori e mi disse che voleva un film a personaggio unico – racconta -. Sapevo che era la mia occasione e che non potevo sbagliare”. Nasce così Borotalco. “Ci misi undici mesi per scriverlo – spiega –mi scatenai nelle sceneggiature. È uno dei film con più battute in assoluto, dinamico e pieno di colore, un autentico simbolo dei primi anni ottanta, dedicato a Lucio Dalla. Fu un successo. Finalmente ce l’avevo fatta. La mia carriera iniziava. Con quel film vinsi cinque David di Donatello. Se non ci fosse stato Borotalco, io stasera forse non starei qui davanti a voi. Ha aperto le porte della mia carriera.\r\n\r\nCaratteristi e Malincomicità. Nei film di Verdone non si ride e basta. Si percepisce una malinconia di fondo che deriva da una narrazione totalmente aderente alla realtà, anche nel disincanto, seppur enfatizzata nel suo guizzo più tipico e ironico che si tramuta appunto in “malincomicità”. “Questo carattere – dice – è molto forte in compagni di scuola. Volevo raccontare la verità e la vita. Era l’epoca in cui la coppia e i sentimenti iniziavano ad andare in crisi. I divorzi erano all’ordine del giorno”. Un film dopo un altro Verdone diventa quindi più cinico e si trasforma in autore. Ma i personaggi presi dalla realtà, dalla strada, restano per lui sempre dei punti di riferimento importanti. “Sono contento di avere lavorato con gli ultimi tre grandi caratteristi del cinema – dice – in primis Elena Fabrizi e Mario Brega. La commedia italiana degli anni 50 e 60 faceva un grandissimo ricorso ai caratteristi, alcuni più bravi dei protagonisti. Davano sapore e linfa al film molto più della storia principale tra protagonista femminile e maschile. Ne abbiamo avuti di veramente bravi, presi dalla strada, che recitavano brillantemente se stessi davanti alla cinepresa. Oggi abbiamo attori che sarebbero dei magnifici caratteristi, ma vogliono essere protagonisti, senza averne lo spessore, finendo così per bruciarsi in poco tempo e sparire. La carriera del caratterista, del non protagonista, invece è eterna. C’è molta presunzione. Proporre a qualcuno di fare il caratterista sembra quasi un’offesa. Ma non è così. Un bravo regista deve andare per le strade e raccogliere i suoi caratteristi, soprattutto se hanno una faccia. La vita va messa in scena sennò diventa un noiosissimo film di protagonisti. Fellini senza caratteristi sarebbe impensabile. Egli amava i suoi attori i generici, faceva i primi piani alle comparse, con le facce giuste e create da lui.\r\n\r\n“L’abbiamo fatta grossa”. A proposito dell’ultimo film girato, Verdone spiega: “mi volevo sentire libero di raccontare una storia senza battere su temi già sviluppati. Sono stato contento di lavorare con Antonio Albanese, un regista molto diverso da me, surreale o anche iperreale. Io, invece, sono sempre realistico, ma insieme siamo riusciti a fare una bella cosa. Un film diverso, differente dai miei precedenti, rocambolesco e anche un po’ giallo che recupera sul finale una critica sociale con un veloce richiamo agli ultimi fatti di grande corruzione nel nostro paese.”\r\n\r\nVerdone conclude così la storia della sua carriera. Sul palco del duomo l’interpretazione della sua vita reale è diventato l’ennesimo, coinvolgente ed esilarante film, con le sue luci e le sue ombre, tanto che molti dalla piazza gridano di prolungare l’incontro con l’attore, ritardando la proiezione del film “L’abbiamo fatta grossa”. Perché, come ha detto lui, “le più grosse risate nei miei film sono nate da improvvisazioni del momento” e quella sul palco del duomo è stata magistrale.\r\n\r\n \r\n\r\nL’assessore Lidia Ravera. Il taglio del nastro per la prima serata del Tuscia Film Fest è avvenuto con l’assessore alla Cultura e alle Politiche giovanili della Regione Lazio, Lidia Ravera. “Sono una grande sostenitrice del Tuscia Film Fest – ha detto – non è solo una vetrina del cinema italiano, è un’iniziativa intraprendente e viaggiatrice, tiene conto delle sfide del futuro. Una di queste è senz’altro l’internazionalizzazione del prodotto audiovisivo, in modo da rendere il cinema italiano ancora campione nel mondo, come lo è stato dopo la guerra, quando c’era un’ urgenza della comunicazione, negli anni cinquanta sessanta. Non c’erano tutti questi schermetti sempre più piccoli – prosegue la Ravera -. Questo festival segna un un punto a favore del consumo del cinema in sala, dove il pubblico si riunisce e diventa una comunità. Non buttiamo i soldi a pioggia, ma scegliamo le iniziative che perseguono questo obiettivo: riportare la gente in sala. Dal 6 al 9 ottobre, inoltre, sarà Italian Film Fest a Berlino, per esportare il nostro prodotto cinematografico e far conoscere il nostro territorio. Tutto ciò è molto importante per non finire tutti colonizzati dal cinema americano. Facciamo vedere la nostra diversità. Dal 2013 abbiamo messo 843.600 euro sulle rassegne e festival ogni anno. Su 166 domande 79 sono state finanziate. Stasera – ha concluso rivolta al pubblico – la vostra presenza numerosa qui, ci dice che abbiamo fatto la scelta giusta”.\r\n\r\n \r\n\r\nTiziana Mancinelli\r\n\r\n