Viterbo, 14 marzo 2021 – Zona rossa. Due termini che fanno paura. Non solo per evocare una diffusione senza controllo dell’epidemia, ma anche perché sono praticamente il sinonimo di un altro termine, diventato terribile alle orecchie dei cittadini: lockdown. Tradotto: chiuse le scuole, i bar, i ristoranti i barbieri, le pizzerie, i negozi, negate le visite agli amici, gli spostamenti tra Regioni e Comuni. I cittadini, anch’essi chiusi in casa, con la possibilità di uscire legata a comprovate esigenze lavorative, di salute o necessità. Finisce anche quella parvenza di normalità concessa fino alle 18, che aveva permesso alle persone un barlume di socialità, barattando la cena con il pranzo fuori e anticipando l’ora dell’aperitivo prima della chiusura delle attività di ristorazione. Fino al prossimo bollettino dei contagi, tutto il Lazio è zona rossa. Senza distinzione di province. E, così, anche la Tuscia, dove i contagi sono lontani da quei 250 positivi ogni 100 mila abitanti che determina l’ingresso automatico nella fascia più alta di rischio, entra in lockdown.

C’è amarezza e sconforto nel viterbese, tra cittadini e soprattutto tra tutti quegli operatori commerciali che dovranno abbassare la saracinesca del negozio. Serpeggia l’irritazione tra tutti, esplosa non appena la notizia del Lazio in rosso è stata resa ufficiale. In tanti si chiedono che fine abbia fatto quel criterio di differenziazione che è stato applicato per circoscrivere localmente in zona rossa i territori con più alto RT all’interno delle Regioni. Se questo si è verificato per singole province del Lazio, quando la Regione era gialla, non è stato fatto in maniera inversa, per lasciare gialle quelle zone in cui il tasso di diffusione dell’epidemia è ben al di sotto di quello che si registra nella Capitale, per esempio, trascinando tutti i territori regionali indifferentemente in lockdown. A rappresentare un po’ il sentimento di palese irritazione dei cittadini, intervengono i sindaci. Quello del capoluogo, Giovanni Arena lo dice: «Avrei preferito che si fosse intervenuto con decisioni differenziate nelle singole zone all’interno del perimetro regionale. Così si applicano le stesse misure a situazioni diverse. Ma se la scelta del governo è stata questa, dobbiamo rispettarla. Dobbiamo anche riflettere sul fatto che potrebbero esserci delle proiezioni particolarmente preoccupanti, tali da giustificare una cautela in più per tutti i territori. Purtroppo il Covid ci ha abituati anche a brutte sorprese. Quando i contagi sembrano in ribasso, improvvisamente ricominciano a salire. Ipotizzo anche che il governo abbia deciso di applicare le fasce a livello regionale, senza differenziazioni locali, per evitare gli spostamenti tra i territori. Certo è che avrei preferito che si fosse agito come quando è stata istituita la zona rossa a Frosinone o a Latina, lasciando gialle le altre province. Credo che nella Tuscia il valore Rt sia molto lontano da quell’1,3 per cui si entra in zona rossa, ma siamo ugualmente passati direttamente dalla fascia gialla a quella con più elevato rischio. È anche vero che ieri in città si sono registrati 30 positivi, ma sono legati a uno specifico focolaio. Insomma, sarebbe stato auspicabile lasciare la Tuscia in zona gialla, in fascia rossa scontiamo un po’ i contagi di altri territori. Qui a Viterbo i cittadini si sono comportati bene, hanno rispettato le regole e il numero dei positivi si è abbassato. Oggi, poi, diciamo così, e magari domani riparte il picco. Con il Covid non si sa mai quello che avviene il giorno dopo». Con questa frase, Arena riassume efficacemente lo stato d’animo dei sindaci in questo anno di pandemia, chiamati a intervenire con azioni che impattano direttamente nella vita delle persone, in un quadro di grande incertezza, dove tutto è confuso, imprevedibile, e senza precedenti. Il sindaco di Viterbo anticipa anche la rimozione delle transenne in ferro che erano comparse venerdì sera a Piazza della Repubblica e a Piazza Unità ‘Italia: «Le abbiamo messe per rimarcare il divieto di assembramento in queste aree, puntualmente ritrovo di un gran numero di giovani. Lunedì, però, le toglieremo. In zona rossa non ci sarà nessuno in giro. Sarebbe inutile mantenerle».

Più netto nei toni sull’ingresso della Tuscia in zona rossa, il sindaco Luca Profili di Bagnoregio: «Non capisco – scrive sulla sua pagina Facebook – perché una provincia in cui peggiora la situazione epidemiologica, può diventare rossa, mentre il contrario non può avvenire? Cioè se in una provincia la situazione è sotto controllo non può rimanere almeno arancione. Questa superficialità è urticante. Io ho preparato una bozza di lettera e ne ho già parlato con alcuni colleghi. Sono pronto a sottoscrivere qualsiasi cosa che possa consentire almeno fino al 3 aprile di tornare arancioni».
