Home Cultura Ricostruzione storica e mitologica della figura della Befana.
Ricostruzione storica e mitologica della figura della Befana.

Ricostruzione storica e mitologica della figura della Befana.

0
0

Contributo di Luigi Pruneti sulla ricostruzione storica e mitologica della figura della Befana.

Scheda di sintesi, della video conferenza

La Befana

L’Epifania –  Ai primordi del Cristianesimo l’Epifania era festeggiata col Natale ed era considerata, dopo la Pasqua, la seconda festa per importanza. Con essa si celebrava l’adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù nel Giordano e il suo primo miracolo.  Non conoscendo quando il Salvatore era nato, si decise di considerare il suo battesimo come prima manifestazione divina (da qui il nome dal greco epifaneia). Ma siccome anche la data del Battesimo era ignota, secondo l’uso di cristianizzare le feste pagane si decise, di porla al 6 di gennaio, giorno della benedizione delle acque, secondo i riti dionisiaci. La scelta di una simile data va ricercato nel fatto che il primo miracolo di Gesù fu quello della trasformazione dell’acqua in vino, nelle Nozze di Cana. Era questo, il legame con il culto Dionisiaco, dato che nel tempio di Liber Pater e a Tyra, ove si adorava questo nume, si assisteva a un miracolo simile (otri d’acqua lasciati nel tempio si ritrovavano il giorno dopo colmi di vino).

Inoltre, in Oriente e in Africa, il 6 di dicembre, si celebrava la nascita di alcune divinità: Aione, Dioniso o Osiride. Da qui la necessità di operare una sovrapposizione.

 

I Saturnalia – Si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, erano connessi ai riti della fertilità, avevano il fine di far germogliare i semi sotto la terra, per questo s’invocava Saturno, il dio dell’età dell’oro, quando la terra offriva spontaneamente i propri frutti. In questi giorni era usanza, scambiarsi dei doni, soprattutto ceri e cibarie. Erano anche giorni di trasgressione, quando i ruoli erano capovolti e non vi era più distinzione fra schiavi e padroni.

 

Gli Opalia e i Sigillaria – Nei Saturnalia erano compresi gli Opalia (19 dicembre) dedicati alla dea Ops (Feriae Opi), considerata la sposa di Saturno. Subito dopo seguivano i Sigillaria, dedicati a Giano e Strenia, la dea dei doni.

Il bosco della dea Strenia si trovava all’inizio della Via Sacra, nei pressi del Colosseo. Durante i Sigillaria si scambiavano doni del buon augurio e si donavano ai Lari delle piccole effigi in forma di sigilli (da qui il nome di Sigillaria). Inoltre, durante questa festa si scambiavano gli auguri per l’anno nuovo e si donavano, pupazzi in terracotta, candele dipinte, focacce di frumento e di miele, rami di verbena, di lauro e di olivo, miele, fichi secchi, datteri e altri frutti.

 

Spaventose presenze. – Nelle 12 notti di passaggio dall’uno all’altro anno, non vi era dimensione temporale, erano giorni fuori dal tempo. Pertanto, i morti ritornavano, quelli buoni e quelli cattivi e, con questi ultimi, presenze demoniache come streghe, lupi mannari, oltre a inquietanti e misteriose figure femminili come Perchta e Holda.

Masnade di spettri si aggiravano ovunque erano le antesignane delle caccie selvagge. Pertanto porte e finestre restavano chiuse e nelle case si facevano scongiuri, altrimenti streghe e inquietanti presenze potevano entrare in casa.

 

L’omo selvatico – L’Omo selvatico, è una figura antichissima, già ricordata nel Liber monstrorum de diversis generibus, scritto fra l’VIII e il IX secolo, ove è ferino, nudo, coperto di peli. La descrizione è simile a quella dei numerosi “omini selvatici” che la tradizione colloca in varie zone montuose della Penisola.

A Bressanone, nel Trentino Alto Adige un ignoto artista del XVI secolo lo ritrasse in una scultura lignea; l’opera, collocata al centro della città, sotto una tettoia di legno, raffigura un essere con una gran barba, molto peloso, che si appoggia a una lunga pertica.

Non lontano da Bressanone nel castello di Rodengo, eretto nel XII secolo, vi sono degli affreschi dovuti a un maestro tedesco che fu incaricato dal vescovo Konrad von Rodank d’illustrare la saga di Ivano. Uno dei riquadri rappresenta l’incontro del cavaliere con un uomo dei boschi, dall’aspetto mostruoso, con barba ispida e incolta e un’imponente capigliatura fulva; la bocca e gli occhi sono ferini, mentre sul corpo nudo si evidenziano possenti masse muscolari. Egli brandisce una clava, non ha un atteggiamento ostile verso il cavaliere, anzi gli indica la via che porta a una fonte incantata.

Altre zone dove è presente la leggenda dell’omo selvatico sono la Valtellina, la provincia di Biella e la Val d’Aosta e la Toscana. Nelle vicinanze della Foce di Mosceta, fra il Monte Corchia e la Pania della Croce, una grotta naturale, di notevole interesse speleologico, è chiamata la “Tana dell’uomo selvatico”. Nella mitologia della zona l’uomo selvatico è considerato una figura saggia e positiva: egli avrebbe insegnato agli uomini a produrre l’olio, il formaggio e il burro, a usare la cera delle api per fare le candele e avrebbe inventato l’ombrello. Storielle e filastrocche lo descrivono come un saggio, dotato d’ironia, in possesso di una disincantata visione della vita e di una profonda conoscenza della natura. Si dice che l’uomo selvatico piange quando c’è il sole e ride quando piove, un’affermazione già riportata da Fazio degli Uberti nel Dittamondo, dove si legge:

Come s’allegra e canta l’uom selvatico

 quando il mal tempo tempestoso vede

sperando nello buono, ond’egli è pratico.

Versi pressoché identici a quelli dell’Orlando innamorato di Matteo Boiardo:

Abita in bosco sempre, alla verdura,

vive de’ frutti e beve a fiume pieno;

e dicesi ch’egli ha cotal natura,

che sempre piange quando è il ciel sereno,

perché egli ha del maltempo allor paura

ch’l caldo del sol li venga meno;

ma quando pioggia e vento il ciel saetta,

allor sta lieto che’l bon tempo aspetta”.

Il poeta rinascimentale riassume, in queste strofe, le principali caratteristiche dell’uomo selvatico, rilettura medievale del Sileno classico, l’ancestrale abitatore delle selve, orribile d’aspetto ma depositario di una saggezza smarrita. L’archetipo di siffatta figura, secondo Vladimir Propp, andrebbe ricercato nelle primordiali comunità di cacciatori–raccoglitori, eliminate dall’affermazione dell’agricoltura. L’omo selvatico risponderebbe, dunque, a una tipologia umana estinta, icona della purezza originaria, non deturpata dalla strutturazione sociale. L’Omo selvatico ha come compagna la “brava Berta” che vive con lui nei boschi.

 

Le antenate della Befana – La Befana è sia una raffigurazione dell’inverno, sia un’eco di antiche divinità pagane femminili, fra le quali Diana. Si pensava, infatti, che nelle 12 magiche notti la dea, accompagnata da altre divinità femminili minori, calasse sulla terra per propiziare la fertilità dei campi. Si trattava in pratica, di culti agrari della fertilità, che via, via, con il Cristianesimo assunsero un valore demoniaco.

A Diana si vennero ad aggiungere altre figure Erodiade, Holda, Perchta, Abundia, Sata, Bensoria; sono queste le Bonae feminae, del volo notturno, alle quali si legano le caccie selvagge, l’esercito furioso, le processioni notturne dei defunti. Sono figure, specie Holda, che hanno una funzione ctonia e demoniaca ma, al tempo stesso di fertilità e di abbondanza (aspetti non lontani).

Frau Holda era una divinità gentile e benigna che, nei giorni immediatamente successivi al solstizio d’Inverno, accompagnata da un corteggio di esseri fatati, scendeva sulla terra. Il suo nome derivava dal termine germanico hold che ha lo stesso valore del latino propitius. Secondo la tradizione dei contadini tedeschi Frau Holda garantiva salute, prosperità e fertilità alle donne, però era molto attenta, sorvegliava il loro lavoro in casa e nella filatura e premiava le laboriose, mentre puniva le pigre.

Nell’Edda di Snorri si trova un nome assonante, quello di Huldr, che è una donna molto saggia e, in una successiva saga islandese del secolo XIV, troviamo la maga Hulda, amante di Odino e madre di due semidee.

Figura molto simile a Holda è Perchta, una figura che come portatrice di doni sarebbe antecedente addirittura a San Nicola. Anch’essa è considerata in modo ambivalente, perché da un lato è benefica e protettiva, dall’altra guida la caccia selvaggia ed è equiparata a uno spauracchio per bambini. Il suo nome deriva dall’antico germanico Perhata naht (la luminosa notte) ed è dovuto a un processo di antropomorfizzazione dell’Epifania. Dato il suo carattere volubile e suscettibile, vi era la tradizione di amicarsela, apparecchiando il tavolo con posate stoviglie, pane, formaggio e carne, in modo che procurasse prosperità alla casa che l’aveva accolta. Essa, divinità delle nuvole, è brutta e ha tutte le caratteristiche della Befana: vecchia, ha il naso lungo, i denti affilati, i capelli arruffati. Protegge le ragazze operose che filano con attenzione e volontà, punisce le svogliate.

Altra figura ancora è quella di Berth o Brecht che significa “luminosa, bianca”, da cui deriva il nome Berta. È colei che culla i bambini e rappresenta la nonna, l’antenata, il ricordo del tempo mitico (“al tempo in cui Berta filava”). Con questa figura s’inserisce una caratteristica della Befana: la deformità, Berta ha, infatti, i piedi deformi e un gran naso adunco, caratteristiche delle streghe o di coloro che provengano dal Regno dei morti.

Erodiade è un’ulteriore figura femminile. In ambiente cristiano, alcuni giunsero a identificarla con l’ancilla ostiaria, la cattiva consigliera di Pietro. L’ancilla ostiaria, era una domestica che stava di custodia sulla porta del palazzo del Sommo Sacerdote, fu lei che riconobbe Pietro come uno dei seguaci di Cristo e con le sue domande lo indusse a mentire rinnegando il Maestro. Il Vangelo (Matteo XIV, 66) descrive l’episodio. La fantasia popolare ha ricamato molto su questa donna ed è nata una leggenda per cui l’ancilla ostiaria fu condannata a non morire e a portare i doni ai bambini fino alla fine del mondo. Sarebbe dunque lei la Befana. Altre leggende raccontano, invece, che la Befana sia la Nonna di Erode che ha chiesto di espiare la Strage degli Innocenti, colpa del nipote. Altri dicono che sia invece Claudia Pocula, la moglie di Pilato.

Nel medioevo il nome di Erodiade passò dalla madre alla figlia Salomè ed essa fu condannata a spostarsi senza pace, a guidare la caccia selvaggia in compagnia di Diana e di Holda, viene associata, cioè, alle ambigue divinità pagane delle fertilità.

Domina Abundia, comune nell’area francofona, è una figura che gira per campi e boschi, visita le case, mangia e beve. Se le vengono lasciati cibi e bevande assicura la propria protezione, altrimenti la nega. Dame Abonde è presente anche nel Roman de la Rose di Raoul de Presles e, “in una società di penuria indica la preoccupazione angosciosa delle cose materiali che è al centro dei riti popolari”.

Madonna Horiente è presente anche in processi avvenuti a Milano verso la fine del XIV secolo. Ove si condanna una donna perché per 6 anni, la notte del venerdì è andata con Oriente e la sua compagnia, credendo di non commettere peccato e le ha reso omaggio. Ha creduto che Oriente svelasse il futuro, conoscesse le virtù delle erbe, fornisse buoni consigli, guarisse dalle malattie e resuscitasse gli animali, macellati e cucinati.

Le Arie o Tantairie, presenti in Francia, sono fate benevole, soprattutto nei confronti dei giovani pastori e delle famiglie, basta che si mostri gratitudine nei loro confronti. Talvolta sono considerate le ultime sacerdotesse druide, rifugiatesi sulla montagna di Lamont.  Esse arrivano in volo e portano regali, oppure giungono a cavallo di un asino. Questa tradizione era presente fino al 1945.

Le Frau Zalto o Selten, sono svizzere, vivono nelle grotte, sono belle, vestite di bianco, aiutano le donne nella filatura e donano loro dei miracolosi gomitoli. Procurano abbondanza e portano i semi di lino e i fagioli che devono essere piantati in inverno, in cambio pretendono le ultime spighe raccolte.

Accanto a loro vi sono altre figure connesse alla filatura le Chlungeri, un demone femminile che abita nelle caverne, ha naso adunco, denti lunghi e affilati, due gobbe, una sul davanti e una sul dietro. È uno spauracchio per i bambini e controlla se le ragazze hanno lasciato il fuso in ordine, perché nessun lavoro dell’anno vecchio deve essere ripreso con l’anno nuovo.

Frau Feste, è tipica del cantone di Berna, ha un naso così lungo che arriva a toccare il pavimento, riesce a vedere attraverso i muri e può entrare nelle case attraverso le fessure o il buco delle serrature. Se qualcuno fila nelle feste comandate, lo sbudella e gli spezza il collo, inoltre, rapisce i bambini disubbidienti.

In area slava si trova la Mokosa (Slovenia) che protegge le donne, presiede alla tosatura delle pecore, al taglio dei capelli dei ragazzi, alla coltivazione del lino e alla filatura.

La Baba-Jagà, invece, è una strega che ha molti tratti in comune con la Befana. In Russia ha le gambe di osso, i denti neri, per viso una maschera di rughe, i seni gli arrivano alla cintura va a cavallo di un bastone di ferro. Vi è in una versione protettiva e benevola e in una horror. In quest’ultimo caso, vive in una casa nel bosco, dove attira gli uomini e li divora. La casa è recintata di ossa, sulle quali sono poggiati crani che osservano chi si avvicina, per i chiavistelli sono adoperate le tibie, per le serrature i denti; l’interno è illuminato da occhi.

Nel Friuli vi erano le Agane che nel Veneto erano chiamate Anguane. Aiutano i contadini nei lavori dei campi e sul Tagliamento avvertono dell’arrivo delle piene, ma non ammettono di essere osservate. Nelle valli del Natisone, l’essere equivalente è la Krivapeta che è simile alle Rusalke russe e alle Vile dei Serbi.

In Veneto vi è la Marantega, una vecchia vestita di nero, simile allo spirito del sonno dei bambini, è anche una strega temibile che porta via i pargoli disubbidienti

 

La trasformazione delle divinità femminili in Befana – Queste dee benefiche, ma anche irritabili, da protettrici delle fanciulle e della casa diventano poi dispensatrici di doni che lasciavano nelle calze, calandosi dal camino, ma assumano anche la funzione pedagogica di spauracchi per bambini.

Queste donne che portano abbondanza nella cattiva stagione, sono anche il simbolo dell’inverno al declino e, dunque, del momento più difficile dell’anno, perché le scorte stanno finendo. Poi tale figura si cristianizzò o meglio si armonizzò con quella dei Re Magi e dalla sinergia fra i due miti fuoriuscì una figura benevola ma inquietante della vecchia portatrice di doni. Essa lascia regali ai bambini obbedienti, ma porta rapisce i disubbidienti. Permane cioè, in lei, un elemento demoniaco, presente pure nei cortei di Perchta e di San Nikolaus.

 

La Befana – Nella mitologia la Befana è una vecchia gobbuta, dal viso rugoso e con un gran naso paonazzo. É insomma una “mulier deformis” che veste miseramente e giunge in compagnia di un asinello gravato da grosse gerle, ricolme di regali o, come una strega, a cavalcioni di una scopa. In tal caso le gerle sono sostituite da un capiente sacco che la Befana porta a mo’ di zaino sulle spalle.

Entra nelle case attraverso il camino o aprendo le porte col dito mignolo, capace di trasformarsi in una sorta di grimaldello. Sistema i doni nelle calze o nelle scarpe, appositamente appese alla cappa del focolare, ma se visita la dimora di fanciulli birichini dimostra il suo disappunto con cenere e carbone. Se poi s’imbatte in birbe matricolate, disobbedienti e ribelli, si trasforma in una furia capace di “forare loro il corpo: ad evitare il qual male, il rimedio è trovato il mangiar fave, lo che si usa tuttora da molte persone in quella sera”. Tale credenza è testimoniata da una filastrocca popolare in uso fino al XX secolo e caratterizzata dalla strofa:

Befana, befana non mi bucare,

 Ch’ho mangiato pane e fave;

Ho un pancino duro duro,

Che mi suona come un tamburo,

vai sotto il capezzale,

troverai un piattin di fave;

vai sotto l’armadino,

troverai un fiaschettin di vino,

 vai sotto la madiella troverai

una fetta di mortadella.

É interessante notare come le fave, essendo uno dei primi frutti della terra, dopo la pausa invernale, fossero un piatto tipico dell’Epifania. Possiedono inoltre un notevole valore simbolico, legato sia alla fertilità che al culto dei morti, ai quali erano offerte in determinate occasioni. Questo duplice significato sottolinea l’ambivalenza della Befana: figura benevola dispensatrice di doni, ma anche lamia oscura e minacciosa, tanto da trasformarsi in una terribile strega.

Secondo la tradizione popolare, la nostra misteriosa vecchina abiterebbe in un paese lontano, non meglio specificato, sarebbe figlia del Bau che, a sua volta, ebbe per padre l’Orco; sua zia, da parte di madre, sarebbe la Bilorsa felicemente coniugata con Magorte e genitrice di due figlie scapestrate: la Capra ferrata e l’inquietante Trentacanna.

La Befana ha un marito: si chiama Befano, è alto, gobbo, scuro in volto e possiede una gran barba. Da cotante nozze fu generata una figlia che, considerando genitori e parenti, è uno vero e proprio splendore.

Sulla Befana vi è una novella di Emma Perodi, La calza della Befana, dove costei non sarebbe altro che una strega che abiterebbe sul Monte Fattucchio.

A Roma i bambini nella notte della vigilia dell’Epifania, lasciano parte della loro cena alla Befana perché si rifocilli, essa viene da una terra lontana che si chiama Befania ed entra nella casa attraverso il camino. Fino al 1802 anche il papa aveva la propria befana: erano 200 scudi offerti in una coppa d’oro, il dono era fatto dal collegio dei 90 scrittori apostolici.

Un tempo a Roma i bimbi e i genitori andavano a comprare i giocattoli in piazza Sant’Eustachio e Piazza dei Cappellari. In ognuna delle due piazze vi era un fantoccio orribile che rappresentava la Befana. Poi il mercato della Befana fu spostato in piazza Navona che fu cantata dal Belli. In Piazza Navona, fino al 1954, era distribuita una scopa ai passanti.

 

Variazioni regionali

Vi sono poi molte caratteristiche particolari che variano da regione a regione. Per esempio a Offida (Ascoli Piceno) la Befana viene da Corfù e quando arriva si annuncia così:

So’ venuta da l’Oriente, / porto roba a tutta gente.

Sempre nelle Marche a Soanne, una frazione del comune di Pennabilli, la Befana arriva il 6 febbraio, perché nel 1875 un’abbondante nevicata isolò il paese per giorni e giorni e, dunque, si festeggia la “Befana ritardata”,

In Abruzzo l’Epifania viene indicata con il nome di “Pasquetta”  e, la figura della Befana è associata ad altre della tradizione folclorica come le dame bianche, le Sibille e la fata Culina; comunque, in Abruzzo il 6 gennaio è più connesso con l’episodio evangelico dei Re Magi. Particolarmente interessanti sono i riti con l’acqua per esorcizzare la casa; quest’acqua prendeva nome di acqua de la Bboffe (della Befana). Nello spargerla il capofamiglia recitava la seguente formula: “Forete le spirite maligne de la casa mije! Fore”.

In Puglia, specie sul promontorio garganico, i regali ai bimbi sono portati dai morti, per i quali si lascia pane e acqua.

A Molfetta la calza si mette il 5 dicembre, vigilia di San Nicola, in altri centri l’ultimo giorno dell’anno, in altri ancora alla vigilia dell’Epifania. In alcuni paesi del barese nella notte fra il 5 e il 6 gennaio si aggiravano due personaggi la Pasqua Befanì e la Morta Befanì. La prima era la vera Befana che lasciava doni nelle calze, la seconda era armata di falcione e di un treppiede che teneva sulla testa, aveva sotto braccio un libro con i nomi di tutti coloro destinati a morire durante l’anno e col carbone tracciava una croce sulla loro porta.

Anche in Sicilia i regali ai bimbi li portavano i morti il 2 novembre. Il Pitré afferma che, secondo una credenza diffusa, i morti si riunivano prima alla Vucciria. Ma esiste anche la Befana che, a Corleone, prende le sembianze di un uccello o di una formica. I doni di solito vengono depositati nelle scarpe.

In Sardegna la Befana ha molte similitudini con la Jana. Le Jane possono essere piccole, selvatiche, misere, vestite di pelli, si cibano di carne cruda e di erbe; in taluni casi rapiscono i bambini a cui succhiano il sangue.

Da altre parti dell’Isola, invece, sono bellissime e benefiche, tanto da aiutare gli uomini. In alcuni casi sono enormi e vivono nei nuraghi. In altre circostanze, invece, sono una via di mezzo, filano, tessono, impastano e infornano il pane. Hanno caratteristiche simili agli spiriti dei morti e come loro possono dispensare doni.

Nel Campidano vi sono is Tres Reis che vengono a cavallo a portare i doni ai bimbi. A Ottana durante il Carnevale vi è una maschera che si chiama Sa filanzana, rappresenta la Befana e ricorda molto le filatrici di altre parti d’Italia.

Nel Logoduro l’Epifania viene chiamata Paschinunti (Pasqua d’annunzi). In alcune zone, durante l’Epifania, viene confezionato un pane particolare chiamato Sa giuada. È una schiacciata rotonda, viene chiamata anche Cabumese. Questa schiacciata è cosparsa di semi per richiamare l’abbondanza.

 

I parenti della Befana – Santa Lucia è presente nei paesi scandinavi e, soprattutto, in Danimarca e in Svezia, ma anche in Ungheria e in Slovacchia.

La storia di questa santa è la seguente. Lucia, nobile siracusana, si recò nel 251, durante le persecuzioni di Decio e per l’anniversario della morte di Sant’Agata, a Catania per venerare questa Santa. Santa Lucia portò con sé in chiesa la madre che era gravemente malata e destinata a morire; dopo aver pregato si addormentò e sognò Sant’Agata fra gli angeli che la invitava a seguire il suo esempio e a dedicarsi al Signore. Quando si risvegliò la madre era guarita. Perciò ella decise di seguire quanto le era stato detto in sogno. Non si sposò e donò ai poveri tutta l’eredità paterna. Quando un pretendente pagano seppe di ciò, la denunciò. In virtù delle Leges Augustorum di Diocleziano e di Valerio, essa fu giustiziata con un colpo di spada.

Le sue virtù oftalmiche, dovute al fatto che si strappò o le furono strappati gli occhi, ma anche dal nome che deriva da lux, ricordano la Bona Dea Lucifera o Oclata. Santa Lucia che porta i doni è ben presente anche nel Trentino e fino a non molto tempo fa anche in Calabria.

Alla vigilia della notte del 13 dicembre i bambini lasciano fuori dalle finestre dei piatti colmi di crusca che saranno il cibo per l’asinello della Santa che a sua volta li riempirà di dolciumi e di doni, ma lascerà anche una verga che servirà per punirli se si comporteranno male. Alcune volte metteranno, come contenitore di doni anche una scarpa. Santa Lucia è la dispensatrice di regali pure nel Bresciano e nella Bergamasca.

La Redodesa, il cui nome deriva da Reina Dodese (Regina dei dodici giorni), ma è anche imparentata con Erodiade, è la Befana veneta. Essa porta i doni nella notte del 6 gennaio, quando si aggira nelle case e nelle stalle.

A Venezia la Befana è la Marantega, una vecchia tutta grinzosa che la notte dell’Epifania lascia una calza piena di doni. Nel Polesine viene chiamata comunemente la Vecia è bruttissima, ma porta i doni, coadiuvata da un asinello.

Nel Comasco, la credenza della befana si ricollega con quella dei Re Magi, difatti, i bambini lasciano fuori della porta di casa il fieno e l’acqua per i cammelli dei Re Magi

Nel Modenese la Befana è chiamata Barbasa e, nel Ferrarese, il marito della Befana si chiamava Vcion (vecchione).

I doni in Sicilia li porta la Vecchia Strina che abita in una grotta nella montagna più vicina, dove prepara dolci, fave e ceci abbrustoliti, poi il 31 dicembre scende a portare i doni.

A Cefalù la vecchia Strina è un’anziana maga, simile alla Befana, che vivrebbe nella rocca cittadina. Agisce nella notte di San Silvestro quando, insieme al figlio Maccavaddu, scende fra gli uomini per portare ai bimbi i dolci che lei stessa ha preparato. É un’entità misteriosa con aspetti negativi, giacché vieta a chiunque di vederla e chi, spinto dalla curiosità o dalla sorte, contravviene alla proibizione è immediatamente acciecato.

Le befanate – Le Befanate nacquero come sacre rappresentazioni sul tema dell’adorazione dei Magi, ne abbiamo notizia fin dal Medioevo in Toscana, Parma, Napoli. Spesso le Befanate venivano chiamate Pasquelle e in Trentino Beghinate. Abbiamo notizie dettagliate su una Befanata che si svolse a Milano nel 1336, nella Chiesa paleocristiana di Sant’Eustorgio, dove si diceva che fino al 1162 sarebbero stati conservati i corpi dei Re Magi che poi furono trasportati nella Cattedrale di Colonia.

Col passare del tempo queste sacre rappresentazioni furono profanizzate e sostituite da cortei che anticipavano il Carnevale, con uso di maschera. Su questi cortei scrissero versi, spesso licenziosi, Poliziano, Lorenzo il Magnifico, Lasca, Berni e Machiavelli.

In campagna questi cortei furono sostituiti da questue, ove i partecipanti si recavano nelle case chiedendo qualche cibo. In versi essi raccontavano o la storia dei Re Magi, o quella della Befana. In tal caso, uno di loro si travestiva da vecchia e, era accompagnato da uno vestito in maniera comica, era il marito della Befana.

I cantori chiedevano qualcosa da mangiare per la povera vecchia. Inoltre facevano il panegirico degli abitanti della casa. Se veniva dato loro qualcosa li benedivano, altrimenti li ricoprivano di contumelie.

A Firenze la festa della Befana, attesta Villani, era presente fin dal  XIV secolo, quando si portava in processione, il 6 gennaio, un pupazzo di stoffa, di frasche e di paglia chiamato il Befanino.

Più tardi, nel Settecento, l’accademico Francesco Maria Manni lo descrisse così: “[la befana è un fantoccio] di cenci o d’altro in sembianza di donna o d’uomo, che è portato in mezzo a’ lumi […] e […] esponesi alle finestre per lo più della plebe”.

Questi fantocci, simbolo dell’inverno agli sgoccioli, erano condotti il 6 Gennaio sotto la Loggia del Mercato nuovo, dove venivano bruciati in un gran rogo. Questa festa collettiva d’indole pagana si trasformava spesso in una sorta di bolgia, all’insegna della trasgressione. Vi partecipavano giovani che, con trombette, fischi e ogni sorta di strumenti, facevano un gran baccano; il vino scorreva a fiumi, gli animi si eccitavano e spesso i freni inibitori s’allentavano, cosicché la kermesse d’inizio gennaio poteva degenerare in risse, in scontri anche violenti con tanto di morti, come avvenne in due occasioni, nel 1589 e nel 1594. In seguito il Befanino divenne la classica Befana dell’infanzia e acquistò caratteristiche e fattezze codificate.

Il rito di bruciare la Vecchia, in molte parti d’Italia è rimandato al periodo della Quaresima, di solito nel giorno di mezza Quaresima, ovvero nel quarto giovedì dopo le Ceneri.

Nel Bolognese la Vecchia veniva in origine segata, ma a partire dal 1578 si iniziò a bruciarla.

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.