Viterbo, 5 gennaio 2024 – Arriva la Befana: il 6 e il 7 gennaio le mitiche vecchiette saranno pronte a solcare la città di Viterbo. Si parte con l’evento dei vigili del fuoco, la Befana 115 che il 6 gennaio si calerà dall’autoscala al Sacrario, vista l’impossibilità di utilizzare la torre dell’orologio di piazza del Comune a causa della presenza dei cantieri PNRR, mentre la Calza della Befana più lunga del mondo del Centro Sociale Pilastro è stata spostata, causa maltempo, dal 5 al 7 gennaio. In questo week end si consumerà, dunque, un passaggio di consegne da Babbo Natale, in voga fino al giorno di santo Stefano, alla Befana, con l’Epifania che tutte le feste si porta via, recita un antico detto popolare. E proprio nelle leggende, nel mito, nei modi di dire, ma anche nella ricostruzione storica è possibile recuperare un filo sottile che ci porta dritti alle origini della Befana, una figura la cui “nascita” si perde veramente nella notte dei tempi. Chi è veramente questa ambigua signora, colei che reca doni, ma può dispensare anche carbone, in linea con quell’ambivalenza che la caratterizza quale personaggio mitico benevolo, ma anche oscuro, legato alla magia del dono, ma anche alla paura del castigo. Una figura “brutta” esteticamente e nonostante questo carismatica e magnetica. Chi è la Befana? A parlarne è lo scrittore Luigi Pruneti, ospite fisso alla manifestazione “La Notte di Mezzo, Halloween Il Passaggio” che si tiene a cavallo del 31 ottobre a Viterbo.

La Befana, di Luigi Pruneti.

La Befana è sia una raffigurazione dell’inverno, sia un’eco di antiche divinità pagane femminili, fra le quali Diana. Si pensava, infatti, che nelle 12 magiche notti la dea, accompagnata da altre divinità femminili minori, calasse sulla terra per propiziare la fertilità dei campi. Si trattava. in pratica, di culti agrari della fertilità, che via, via, con il Cristianesimo assunsero un valore demoniaco.
A Diana si vennero ad aggiungere altre figure Erodiade, Holda, Perchta, Abundia, Sata, Bensoria; sono queste le Bonae feminae, del volo notturno, alle quali si legano le cacce selvagge, l’esercito furioso, le processioni notturne dei defunti. Sono figure, specie Holda, che hanno una funzione ctonia e demoniaca ma, al tempo stesso, di fertilità e di abbondanza (aspetti non lontani).
Frau Holda era una divinità gentile e benigna che, nei giorni immediatamente successivi al solstizio d’Inverno, accompagnata da un corteggio di esseri fatati, scendeva sulla terra. Il suo nome derivava dal termine germanico hold che ha lo stesso valore del latino propitius. Secondo la tradizione dei contadini tedeschi Frau Holda garantiva salute, prosperità e fertilità alle donne, però era molto attenta, sorvegliava il loro lavoro in casa e nella filatura e premiava le laboriose, mentre puniva le pigre.
Nell’Edda di Snorri si trova un nome assonante, quello di Huldr, che è una donna molto saggia e, in una successiva saga islandese del secolo XIV, troviamo la maga Hulda, amante di Odino e madre di due semidee.
Figura molto simile a Holda è Perchta, una figura che come portatrice di doni sarebbe antecedente addirittura a San Nicola. Anch’essa è considerata in modo ambivalente, perché da un lato è benefica e protettiva, dall’altra guida la caccia selvaggia ed è equiparata a uno spauracchio per bambini. Il suo nome deriva dall’antico germanico Perhata naht (la luminosa notte) ed è dovuto a un processo di antropomorfizzazione dell’Epifania. Dato il suo carattere volubile e suscettibile, vi era la tradizione di amicarsela, apparecchiando il tavolo con posate stoviglie, pane, formaggio e carne, in modo che procurasse prosperità alla casa che l’aveva accolta. Essa, divinità delle nuvole, è brutta e ha tutte le caratteristiche della Befana: vecchia, ha il naso lungo, i denti affilati, i capelli arruffati. Protegge le ragazze operose che filano con attenzione e volontà, punisce le svogliate.
Berth o Brecht che significa “luminosa, bianca”, da cui deriva il nome Berta. È colei che culla i bambini e rappresenta la nonna, l’antenata, il ricordo del tempo mitico (“al tempo in cui Berta filava”). Con questa figura s’inserisce una caratteristica della Befana: la deformità, Berta ha, infatti, i piedi deformi e un gran naso adunco, caratteristiche delle streghe o di coloro che provengano dal Regno dei morti”. E ancora: “Erodiade, un’ulteriore figura femminile. In ambiente cristiano, alcuni giunsero a identificarla con l’ancilla ostiaria, la cattiva consigliera di Pietro. L’ancilla ostiaria, era una domestica che stava di custodia sulla porta del palazzo del Sommo Sacerdote, fu lei che riconobbe Pietro come uno dei seguaci di Cristo e con le sue domande lo indusse a mentire rinnegando il Maestro. Il Vangelo (Matteo XIV, 66) descrive l’episodio. La fantasia popolare ha ricamato molto su questa donna ed è nata una leggenda per cui l’ancilla ostiaria fu condannata a non morire e a portare i doni ai bambini fino alla fine del mondo. Sarebbe dunque lei la Befana. Altre leggende raccontano, invece, che la Befana sia la Nonna di Erode che ha chiesto di espiare la Strage degli Innocenti, colpa del nipote portando doni ai bambini. Altri dicono che sia invece Claudia Pocula, la moglie di Pilato. Nel medioevo il nome di Erodiade passò dalla madre alla figlia Salomè ed essa fu condannata a spostarsi senza pace, a guidare la caccia selvaggia in compagnia di Diana e di Holda, viene associata, cioè, alle ambigue divinità pagane delle fertilità.
Domina Abundia, comune nell’area francofona, è una figura che gira per campi e boschi, visita le case, mangia e beve. Se le vengono lasciati cibi e bevande assicura la propria protezione, altrimenti la nega. Dame Abonde è presente anche nel Roman de la Rose di Raoul de Presles e, “in una società di penuria indica la preoccupazione angosciosa delle cose materiali che è al centro dei riti popolari”.
Madonna Horiente è presente anche in processi avvenuti a Milano verso la fine del XIV secolo. Ove si condanna una donna perché per 6 anni, la notte del venerdì è andata con Oriente e la sua compagnia, credendo di non commettere peccato e le ha reso omaggio. Ha creduto che Oriente svelasse il futuro, conoscesse le virtù delle erbe, fornisse buoni consigli, guarisse dalle malattie e resuscitasse gli animali, macellati e cucinati.
Le Arie o Tantairie, presenti in Francia, sono fate benevole, soprattutto nei confronti dei giovani pastori e delle famiglie, basta che si mostri gratitudine nei loro confronti. Talvolta sono considerate le ultime sacerdotesse druide, rifugiatesi sulla montagna di Lamont. Esse arrivano in volo e portano regali, oppure giungono a cavallo di un asino. Questa tradizione era presente fino al 1945.
Le Frau Zalto o Selten, sono svizzere, vivono nelle grotte, sono belle, vestite di bianco, aiutano le donne nella filatura e donano loro dei miracolosi gomitoli. Procurano abbondanza e portano i semi di lino e i fagioli che devono essere piantati in inverno, in cambio pretendono le ultime spighe raccolte.
Accanto a loro vi sono altre figure connesse alla filatura le Chlungeri, un demone femminile che abita nelle caverne, ha naso adunco, denti lunghi e affilati, due gobbe, una sul davanti e una sul dietro. È uno spauracchio per i bambini e controlla se le ragazze hanno lasciato il fuso in ordine, perché nessun lavoro dell’anno vecchio deve essere ripreso con l’anno nuovo.
Frau Feste, è tipica del cantone di Berna, ha un naso così lungo che arriva a toccare il pavimento, riesce a vedere attraverso i muri e può entrare nelle case attraverso le fessure o il buco delle serrature. Se qualcuno fila nelle feste comandate, lo sbudella e gli spezza il collo, inoltre, rapisce i bambini disubbidienti.
In area slava si trova la Mokosa (Slovenia) che protegge le donne, presiede alla tosatura delle pecore, al taglio dei capelli dei ragazzi, alla coltivazione del lino e alla filatura.
La Baba-Jagà, invece, è una strega che ha molti tratti in comune con la Befana. In Russia ha le gambe di osso, i denti neri, per viso una maschera di rughe, i seni gli arrivano alla cintura va a cavallo di un bastone di ferro. Vi è in una versione protettiva e benevola e in una horror. In quest’ultimo caso, vive in una casa nel bosco, dove attira gli uomini e li divora. La casa è recintata di ossa, sulle quali sono poggiati crani che osservano chi si avvicina, per i chiavistelli sono adoperate le tibie, per le serrature i denti; l’interno è illuminato da occhi.
Nel Friuli vi erano le Agane che nel Veneto erano chiamate Anguane. Aiutano i contadini nei lavori dei campi e sul Tagliamento avvertono dell’arrivo delle piene, ma non ammettono di essere osservate. Nelle valli del Natisone, l’essere equivalente è la Krivapeta che è simile alle Rusalke russe e alle Vile dei Serbi.
In Veneto vi è la Marantega, una vecchia vestita di nero, simile allo spirito del sonno dei bambini, è anche una strega temibile che porta via i pargoli disubbidienti. Queste dee benefiche, ma anche irritabili, da protettrici delle fanciulle e della casa diventano poi dispensatrici di doni che lasciavano nelle calze, calandosi dal camino, ma assumano anche la funzione pedagogica di spauracchi per bambini.
Queste donne che portano abbondanza nella cattiva stagione, sono anche il simbolo dell’inverno al declino e, dunque, del momento più difficile dell’anno, perché le scorte stanno finendo. Poi tale figura si cristianizzò o meglio si armonizzò con quella dei Re Magi e dalla sinergia fra i due miti fuoriuscì una figura benevola ma inquietante della vecchia portatrice di doni. Essa lascia regali ai bambini obbedienti, ma porta rapisce i disubbidienti. Permane cioè, in lei, un elemento demoniaco, presente pure nei cortei di Perchta e di San Nikolaus”. Arrivando alla Befana: “Nella mitologia – spiega Pruneti – è una vecchia gobbuta, dal viso rugoso e con un gran naso paonazzo. É insomma una “mulier deformis” che veste miseramente e giunge in compagnia di un asinello gravato da grosse gerle, ricolme di regali o, come una strega, a cavalcioni di una scopa. In tal caso le gerle sono sostituite da un capiente sacco che la Befana porta a mo’ di zaino sulle spalle.
Entra nelle case attraverso il camino o aprendo le porte col dito mignolo, capace di trasformarsi in una sorta di grimaldello. Sistema i doni nelle calze o nelle scarpe, appositamente appese alla cappa del focolare, ma se visita la dimora di fanciulli birichini dimostra il suo disappunto con cenere e carbone.
É interessante notare come le fave, essendo uno dei primi frutti della terra, dopo la pausa invernale, fossero un piatto tipico dell’Epifania. Possiedono inoltre un notevole valore simbolico, legato sia alla fertilità che al culto dei morti, ai quali erano offerte in determinate occasioni. Questo duplice significato sottolinea l’ambivalenza della Befana: figura benevola dispensatrice di doni, ma anche lamia oscura e minacciosa, tanto da trasformarsi in una terribile strega.
Secondo la tradizione popolare, la nostra misteriosa vecchina abiterebbe in un paese lontano, non meglio specificato, sarebbe figlia del Bau che, a sua volta, ebbe per padre l’Orco; sua zia, da parte di madre, sarebbe la Bilorsa felicemente coniugata con Magorte e genitrice di due figlie scapestrate: la Capra ferrata e l’inquietante Trentacanna.
La Befana ha un marito: si chiama Befano, è alto, gobbo, scuro in volto e possiede una gran barba. Da cotante nozze fu generata una figlia che, considerando genitori e parenti, è uno vero e proprio splendore.
Sulla Befana vi è una novella di Emma Perodi, La calza della Befana, dove costei non sarebbe altro che una strega che abiterebbe sul Monte Fattucchio.
A Roma i bambini nella notte della vigilia dell’Epifania, lasciano parte della loro cena alla Befana perché si rifocilli, essa viene da una terra lontana che si chiama Befania ed entra nella casa attraverso il camino. Fino al 1802 anche il papa aveva la propria befana: erano 200 scudi offerti in una coppa d’oro, il dono era fatto dal collegio dei 90 scrittori apostolici.
Un tempo a Roma i bimbi e i genitori andavano a comprare i giocattoli in piazza Sant’Eustachio e Piazza dei Cappellari. In ognuna delle due piazze vi era un fantoccio orribile che rappresentava la Befana. Poi il mercato della Befana fu spostato in piazza Navona che fu cantata dal Belli. In Piazza Navona, fino al 1954, era distribuita una scopa ai passanti.