Simbolismo del presepio: «Il viaggio dal mondo degli inferi verso la luce» di Fulvio Ricci.
Viterbo – Manca poco a Natale e in molte case ha preso vita da molti giorni presepe ed albero. Una tradizione di cui si smarriscono le
radici agli albori del tempo, ma che resta sempre viva e perfettamente efficace nel dispensare il suo magico fascino. Ma cosa si nasconde dietro ad essa? Il presepio, ad esempio, raffigurante l’epopea della nascita di Gesù, cosa cela dietro al suo significato più esplicito? In un’intervista rilasciata dallo storico Fulvio Ricci a Quinta Epoca emergono interessanti particolari che contribuiranno di certo a portarci ancora di più nel cuore di questa tradizione. «Il presepio nasce come un viaggio attraverso un periodo dell’anno speciale: la chiusura dell’anno, l’inverno, il solstizio di inverno. Un momento – spiega Ricci – vissuto fin dall’epoca pagana con grande sofferenza e terrore. Era necessario superare questa difficoltà esistenziale, e lo si faceva andando verso il recupero della luce. Ancora oggi sopravvive la tradizione in molti ambienti di accendere il ceppo nella vigilia di Natale, nella notte dell ultimo dell’anno, e per la festa della Befana. Il significato – spiega Ricci autore del libro Lux in Tenebris – è semplice, ed è stato ampiamente approfondito dal punto di vista antropologico. I personaggi del presepio sono quelli del mondo infero, che viene superato, non vinto, e sublimato attraverso la vittoria della luce, impersonata dal Dio Bambino, nato nella grotta. Anch’essa non è un luogo sicuro dal punto di vista storico, ma è un posto emblematico nella dimensione rituale, perché è il luogo del buio in contatto con il mondo infero. Il Natale va a incastonarsi in due periodi precisi – spiega ancora Ricci – i 40 giorni dell’avvento e le Dodici Notti magiche che vanno da quella della vigilia fino alla Befana. Sono le Dodici Notti durante le quali i vivi e i morti convivono, gli animali acquistano la favella e parlano, dicendo cose utili per il nuovo anno. Poi, finalmente, arriva la festa della Befana, che è diversa dall‘Epifania. Quest’ultima è una manifestazione sacra, mentre la Befana è una figura simbolica espressiva di questa realtà infera, che si va a concretizzare in questa figura femminile ben definita da un bellissima filastrocca: “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte“. Non è una semplice filastrocca scritta per cercare delle assonanze – spiega ancora Ricci – ma è la definizione della Befana con problemi di deambulazione che la inseriscono nel novero di quelle importanti figure storiche e mitologiche contraddistinte da questo problema fisico che sulla Terra le mette in contatto con il mondo infero. Proprio nel loro problema di deambulazione sta la possibilità di rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei morti. E così la popolazione del presepio non è occasionale o casuale. Sono tutte figure che hanno un profondissimo connotato simbolico. Il pastorello giovane rappresenta il nuovo anno, mentre l’anziano quello vecchio. Una delle più emblematiche ed inquietanti figure è senza dubbio quella dell’oste: l’osteria, la taverna è il luogo dove si mangia, ma è anche un luogo di passaggio, di precarietà dell’esistenza, può diventare il luogo dell’orrore, è infatti nell’osteria e nella figura dell’oste che va a identificarsi l’elemento demoniaco, l’uccisore di bambini, superato con il miracolo di San Nicola, il santo su cui è stata costruita la figura di Babbo Natale, il Santa Claus. Anche il maniscalco è una figura piuttosto simbolica e inquietante. Per definizione i suoi strumenti sono quelli delle figura demoniaca. La lavandaia, anch’essa ricca di significati reconditi, permane nella tradizione folcloristica contadina del nord Italia, sulle montagne. La lavandaia incorpora il mito delle anguane, le donne morte di parto che ricompaiono stendendo lenzuola bianche, simboli di lutto e di morte, sui prati. Esse possono avere una funzione benevola o addirittura aggressiva, dipende dallo spirito del viaggiatore che incautamente si trova ad attraversare questi prati, dove le anguane stendono il bucato. Possono portare ricchezze o colpire e infliggere danni. Questo mito è l’emblema dell’ ideologia del dono, connessa al Natale. Tutte le figure santorali del periodo natalizio hanno queste caratteristiche di “dona ferentes” , cioè portatori di dono. Sono i doni necessari per il nuovo anno, non sono di grande entità. Ad essi è connesso sempre l’elemento negativo della punizione, qualora il dono non fosse guadagnato con comportamenti idonei. La figura del dono si ricollega a sua volta a quella dei bambini. Questi, insieme ai poveri, nel mondo antico sono le figure vicarie dei morti. Nella tradizione del presepio napoletano si hanno le anime pezzentelle, dal latino ‘petere’ ossia ‘chiedere’. Sono le anime che chiedono. Fare un dono ai poveri significa fare un dono in onore dei morti. Molti dei presepi napoletani sono realizzati proprio all’interno delle cripte dei morti. Ma c’è un’altra tradizione significativa nel presepio napoletano: i Re Magi non sono collocati a piedi vicino alla grotta, ma molto distanti, a cavallo o sul cammello, e vengono avvicinati giorno dopo giorno fino ad arrivare nella notte del 24. Allora in prossimità della grotta vengono scesi dal cavallo e messi a piedi. Dopo il 24 partono e si allontanano di nuovo. Sempre nel presepio napoletano, c’è un altro rituale: il 17 di gennaio non viene smontato il presepio, ma si tolgono le figure della natività, e al loro posto vengono posti 12 incappucciati. Essi si pongono con il pollice alzato e una fiammella. Rappresentano le anime sante del Purgatorio, portate nel presepio, sublimate con la festa di sant’Antonio Abate, che poi rientrano nella loro situazione naturale di anime purganti per l’intero ciclo dell’anno».
Tiziana Mancinelli
info@quintaepoca.it