Mentana a Caffeina: “Salvini l’uomo nuovo che può durare anche tanto. Zingaretti il curatore fallimentare del Pd”.
Viterbo – Maratona Mentana a Caffeina. Tutto esaurito per il direttore del Tg La 7 intervistato sul palco di piazza San Lorenzo da Filippo Rossi. “Mi piace la vostra imprevedibilità”, esordisce Mentana e, immediatamente, se ne va la corrente, lasciando tutti al buio e senza l’audio. Sembrerebbe quasi un colpo di scena inserito in programma, ma quando il black out si prolunga con evidente imbarazzo, si comprende che il simpatico siparietto è frutto del caso. Torna la corrente e la prima domanda a Mentana è sull’uomo politico del momento, “Matteo Salvini”, visto in un confronto con il suo omonimo “Matteo Renzi”. Uno all’apice della sua parabola, l’altro già alla fine. “Hanno in comune solo il nome di battesimo – dice Mentana -. Ma la differenza è rilevante: Renzi arriva nell’ultima fase di vita del Partito Democratico, Salvini è la prima espressione di una nuova destra, possiamo paragonarlo alla fase nascente di Berlusconi”. “Quanto può durare Matteo Salvini?“, chiede Rossi. “Molto“, risponde senza indugio Mentana, spiegando che: “una serie di fenomeni ci dicono che lui è arrivato al momento giusto, con le tematiche giuste, con le parole giuste, ha intercettato il desiderio di chiudere il politically correct, elemento forte della nostra democrazia dal 1947 ad oggi, che ci impone no razzismo, no esclusione, no colpi bassi, no pena di morte, no nemici. È finita quella fase in cui il galateo politico impediva di dire queste cose”. Oggi, insomma, si può dire quello che prima era proibito. E in questo momento storico, secondo Mentana, “Salvini è il prodotto vincente. Lui è l’uomo giusto nel momento giusto per interpretare le nuovi pulsioni”.
Rossi insiste: “Quanto può durare?”. Ma Mentana non se la sente di fare un pronostico, o meglio, ritiene non sia possibile farlo: “Chi avrebbe pensato cinque anni fa che oggi Salvini sarebbe stato al 34%?”. Con questo, quindi, il direttore del Tg La7, lo dice: “Il mondo è cambiato, fare pronostici è impossibile”. Una cosa, però, Mentana si sente di dirla: “Salvini è l’uomo nuovo che può durare anche tanto”. Filippo Rossi prova a vederla in un’altra prospettiva: “Ma in Europa è un fenomeno solo italiano”, e Mentana: “Anche Berlusconi lo era. Nel 2014 quando Renzi prende il 41%, Salvini, neo leader della Lega prende il 5%, ma nelle politiche successive arriva al 17% e quest’anno al 34%, in un anno ha raddoppiato, mentre Berlusconi, nello stesso lasso di tempo, è passato dal 13% all’8%. È questo il fenomeno di cui stiamo parlando. Inutile interrogarsi dove Salvini sia ancorato in Europa”. E sull’UE Mentana sfodera un realismo molto critico: “L’Europa per noi è stata dannosa. È una somma di egoismi su temi prettamente economici. Il 4 marzo c’è stato un referendum su élite e popolo, chi ha perso è stato consegnato per sempre alla bacheca dell’élite. Forza Italia e Partito Democratico si trovano in questa bacheca e non ne usciranno più. La sinistra sta ancora decidendo cosa farà da grande. Dice ‘dobbiamo tornare nelle periferie’. Mi chiedo: ma quando e come ve ne siete andati? È in questo momento, quando sono spariti dalle periferie, che hanno perso la loro ragione sociale, la loro essenza. Il Pd è un partito votato dai forti e osteggiato dai deboli. Quando le masse votano contro chi dice di fare i loro interessi, scelgono chi usa le loro pulsioni. E Salvini sta cavalcando l’onda delle pulsioni”.
Mentana sottolinea il disfacimento della dialettica politica, a sua volta frutto della disgregazione delle ideologie. Uno scenario governato dalle pulsioni, in cui scompare, a sui dire: “Il futuro. Non si parla più del futuro non di quello delle nuove generazioni. Si parla del futuro di chi già è adulto. Di chi rappresenta un voto certo”. Analisi lucida quella di Mentana che lo porta a una posizione molto critica nei confronti dell’evoluzione, o sarebbe meglio dire, involuzione, del centrosinistra: “È caduto perché non ha più un’ideologia“. E con questo è anche “finito un lungo ciclo iniziato nel 1947, quando è iniziata la democrazia ed è avvenuto il superamento della dittatura. Si è instaurato uno scenario politico governato da forze diverse, con idee differenti, che producevano una dialettica, un dibattito. Questa idea della democrazia è finita, ora siamo di fronte a un talent elettorale. Chi vince governa, chi perde rosica. Il primo fa quello che gli pare. È questa la crisi della democrazia liberale”. E qui arriva l’unico affondo su Salvini: “Spesso lo sentiamo dire ‘arrestato gambiano, nigeriano molesta donna, lo rimandiamo a casa sua’. Ecco – commenta Mentana – un ministro dell’Interno non parla così. E nessuno glielo dice, perché tanta gente vuole proprio che parli così. In Italia è caduto completamente il discorso e la dialettica politica. Ma la colpa non è di chi ne ha approfittato. Salvini era al 5%, ora è al 37%. È crollato chi doveva essere l’antidoto, chi ha governato 5 anni ė responsabile di quello che sta succedendo oggi. Non ha capito cosa stava succedendo. Se vuoi governare devi capire come farlo. Il Pd non ha capito il grande fenomeno migratorio, non lo ha saputo gestire, arginare, nemmeno con l’Europa. L’errore capitale, poi è stato prendersi in carico tutti i migranti che sarebbero arrivati via mare in cambio di una flessibilità sul bilancio“. Questo, secondo Mentana, sarebbe stato uno degli errori madornali del Pd. “C’è stato il divorzio tra popolo e Partito Democratico. Fu un referendum su Renzi, ed è stato inequivocabile: la gente non ne poteva più. Non perché non voleva Renzi o il Pd, ma vedeva i suoi problemi non risolti, mentre qualcuno al governo diceva che lo erano. E così tanta gente si è fatta sblallottare dalla paura. Hanno detto no all’élite, no alla politica predatoria, no alla sinistra. E sono andati da chi prometteva loro: patriottismo, sicurezza, identità. Tutto ciò è successo davanti agli occhi del Pd, davanti a Renzi, che non si è accorto, perché lui stesso credeva alla sua narrazione”. Mentana ricorre poi a una metafora piuttosto comica: “Renzi per il Pd è stato come una bella ragazza dell’est che si mette con un anziano e gli fa vivere un’ultima bella stagione, alla fine della quale, però, lo lascia sfinito e senza soldi”. Il pubblico ride e applaude. La similitudine è divertente, quanto efficace. “Renzi ha fatto vivere un’ultima straordinaria stagione al Partito Democratico, ma esso stava già invecchiando. Renzi era l’uomo nuovo. Ma non ha condiviso la sfida. Ha scalato il partito dall’esterno. Non si fidava di nessuno, eccetto che del suo cosiddetto ‘Giglio Magico’”. E poi l’errore politico: “Sentire la narrazione di un’Italia che si rialza, quando la gente non si è rialzata, fa incavolare. Pensate alla legge sulla buona scuola. Il Pd aveva già quei voti. Con la riforma li ha persi. È stato un harakiri”. E ancora sull’ideologia smarrita della sinistra: “Il Pd è stato espulso dalle periferie, è assente dai luoghi della sofferenza, ma risiede nei quartieri alti. Non capisce i bisogni profondi e l’Italia ha protestato contro questa cosa”. Parlare del Pd, impone di parlare di Nicola Zingaretti, il nuovo segretario nazionale che Mentana definisce: “Un curatore fallimentare del Pd. Il partito ha sindaci, parlamentari, governatori in tutta Italia. È un apparato che deve essere guidato in qualche modo. Zingaretti serve a questo. Ma qual è la sua prospettiva? Stiamo vivendo un momento della storia umana di cui non conosciamo il copione. Ovunque, nel mondo, il pendolo sta portando verso la destra populista”. Le lancette della serata, invece, portano velocemente verso la mezzanotte, ma le sedie sono tutte piene e nessuno dà cenni di stanchezza. L’intervento del direttore del Tg La7 è brillante e interessante, reso con estrema obiettività dei fatti della cronaca politica. E la gente apprezza. Una lunga maratona che porta dritta anche al fatto di cronaca di questi giorni: Sea Watch e la manovra spericolata di Carola Racket per attraccare al porto di Lampedusa speronando la motovedetta della Guardia di Finanza. Pure qui Mentana non usa mezzi termini e parte un’altra bacchettata al Pd: “Non puoi stare contemporaneamente con lo speronato e lo speronante. Ti fallisce l’assicurazione. Perché sono andati sulla barca i parlamentari della sinistra? Qual è la posizione del Pd?”. Filippo Rossi prova a introdurre nel dibattito altre figure: Sala, Calenda. Mentana ne parla, qualche minuto, ma precisa: “Salvini, Renzi e Berlusconi sono i singoli che muovono i voti”. Come dire: tutto il resto, elettoralmente parlando, è noia. Rossi vorrebbe strappare a Mentana qualche “pronostico” sul futuro della politica, ma, lo scenario è molto liquido e sarebbe una profezia, in cui Mentana non si cimenta. Si limita a dire: “A destra c’è tanta roba, Salvini, Meloni, il Cinque Stelle che insegue Salvini. A sinistra non vedo nulla. Vedo una realtà minoritaria. Difficile che risalga la corrente. Calenda è capace, è un ottimo manager, un bravo ministro, ma non sarà per lui che la sinistra vincerà o perderà“. Infine un breve ritratto attuale dei Cinque Stelle: “Inseguono l’alleato di governo – dice Mentana – Si vede che hanno un malessere interno. Ma sono quella cosa che è partita da zero e ora sta al 25%. Ora può stare in difficoltà, ma può trovare il suo Salvini. Se il Cinque Stelle ritrova il bandolo della matassa, è vivo e vegeto. Ora non lo è. Sono un’incognita”.
Tiziana Mancinelli
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