Viterbo, 26 luglio 2021 – «Pronti a dare battaglia sul Green pass in sede di conversione»: lo dice l’europarlamentare della Lega, Antonio Maria Rinaldi, a Viterbo per “Agricoltura in festa”, organizzata dalla Lega di Viterbo con il contributo di Identità e Democrazia, gruppo di appartenenza degli eurodeputati della Lega, intervistato dal direttore responsabile di Quinta Epoca, Tiziana Mancinelli.
Il Green pass si candida a diventare una sorta di lasciapassare che garantirebbe ai vaccinati il libero ingresso in alcune attività, come piscine, palestre, ma anche ristoranti al chiuso, inibendoli ai non vaccinati.
Un Green pass all’italiana, ispirato a quello europeo, rispetto al quale, però, si discosterebbe rispetto a un fondamento basilare: la discriminazione tra i cittadini. «Il Green pass – dice l’onorevole Rinaldi – nasce in Europa per garantire la libera circolazione di beni e persone. Quello adottato in Italia, invece, viene richiesto per andare a mangiare una pizza. La Lega si è battuta con successo per inserire nel regolamento del certificato europeo la previsione che esso non fosse uno strumento discriminatorio per i cittadini, cosa che, invece, avviene quando lo chiediamo alla gente per andare al ristorante, o in altri luoghi. In sede di conversione, la Lega farà sicuramente battaglia». Rinaldi solleva, poi, un’altra questione: «Il codice QR non può essere letto con un’applicazione qualunque», quindi la domanda è d’obbligo: «Quale titolarità può avere il gestore di un ristorante o di qualsiasi altra attività commerciale per chiedere e verificare se una persona ha questo benedetto certificato? Mica è un agente di polizia sanitaria. Nel dpcm – prosegue Rinaldi – non c’è scritto che gestore, camerieri e cuoco debbano avere il Green pass per svolgere il loro lavoro». Da qui il paradosso: «Chi entra al ristorante per mangiare, si siede a distanza, segue le regole, deve avere il Green pass, chi cucina o serve ai tavoli no? Insomma o si tiene conto del certificato autorizzato a Bruxelles – conclude l’europarlamentare leghista, sollevando la necessità che esso non sia uno strumento discriminatorio – oppure dovrà essere rivisto radicalmente»