Viterbo, 1 ottobre 2022 – Talete, teatro di un braccio di ferro tra cinque comuni, tra cui Viterbo e Tarquinia i maggiori, da una parte, e tutti gli altri dall’altra. Al centro gli atti con cui nella votazione di giugno si è avviato l’iter per arrivare al bando di gara che spalancherà le porte della Talete all’ingresso di un socio privato di minoranza. Sempre se ci sarà. La cosa non è automatica. I cinque comuni fanno ricorso contro la procedura, ma non chiedono di sospenderla. La questione è stata al centro della riunione dell’Ato di giovedì scorso. Ha partecipato in presenza la sindaca Frontini di Viterbo, Comune che detiene la maggioranza delle quote di Talete e che fa parte, insieme a Tarquinia, dei cinque comuni ricorrenti. Frontini ha sollevato il fatto che il voto per l’ingresso del privato è stato dato due giorni prima delle elezioni comunali per il rinnovo del consiglio comunale di Viterbo, escludendo di fatto il comune capoluogo dalla decisione. L’ha definita «Una scorrettezza istituzionale», termine utilizzato anche dagli altri sindaci verso un ricorso che srebbe stato presentato «senza parlarne prima con l’Ato». Batti e ribatti, attacchi e contro attacchi tra i rappresentanti politici delle istituzioni locali che sono i soci della Talete. Frontini, Giulivi e gli altri presentano ricorso contro l’ingresso di privati, ma con lo stesso atto non chiedono di fermare la ricerca in corso del socio di minoranza privato. Dall’altra Romoli e tutti gli altri
sindaci che compongono l’Ato dovrebbero proseguire l’iter per arrivare al bando di gara per la selezione di un partner privato, con la spada di Damocle sospesa sulla testa di un ricorso che intanto va avanti e che, «anche tra tre anni» ha fatto notare il sindaco di Canepina, potrebbe partorire una sentenza che cambia o addirittura azzera tutto ciò che sarà successo fino al pronunciamento del tribunale. La domanda qui è l’arte dell’ovvio: chi parteciperà a un bando sapendo che tra un anno o forse più, il tribunale amministrativo potrebbe azzerare tutto? Da qui l’annuncio di Romoli durante l’Ato: «O ritirate il ricorso, o l’iter per arrivare al bando di gara si ferma», ha detto il Presidente della Provincia. Che però, nel proseguo della discussione, deve aver riflettuto. Chissà se il suggerimento non gli è arrivato dall’intervento del sindaco Bambini autore di una riflessione singolare. Se si votasse sulla gara, e tutti i sindaci si astenessero, che farebbe il comune di Viterbo che ha ricorso contro di essa, ma non ha chiesto di sospenderla? Voterebbe a favore? Un paradosso. «Se la cantano e se la suonano», ha detto Bambini. Poco dopo però Romoli ha calato l’asso, dando alla sindaca Frontini proprio quello che lei lamentava di non avere avuto: la votazione fatta a due giorni dalle elezioni comunali sull’ingresso del privato. «La rifacciamo», ha detto Romoli serafico. La
soluzione era proprio davanti a lui. Semplice. Chiara. «Convocherò l’assemblea, mi assumo tutta la responsabilità, anche di andare di fronte alla Corte dei Conti, ma riporteremo gli atti in votazione. La provincia di Viterbo si asterrà – ha detto Romoli – così il voto del comune di Viterbo sarà determinate. O sì o no. E ognuno così si assumerà le proprie responsabilità». Lo scacco matto è servito, e la mossa deve essere apparsa chiara a Romoli proprio dalla struttura del ricorso. In sintesi la posizione dei cinque comuni sarebbe un “No al privato, ma andate avanti“. E in quella formula ritenuta “strumentale” dai sindaci dell’Ato, mentre altri hanno parlato addirittura di un agire sulla “scia dell’ultima campagna elettorale“, Romoli avrebbe visualizzato la corsia di uscita da una situazione in cui, di fronte all’irremovibilità dei cinque sindaci a non ritirare il ricorso, doveva essere lui e gli altri a decidere di fermare la gara, cioè chi aveva votato per farla. Da qui, probabilmente, la decisione dell’inquilino di Palazzo Gentili: «Si rivotano gli atti contestati e ognuno si assumerà così la propria responsabilità» con un sì e un no secco. Il Comune di Viterbo, quindi, potrà esprimersi sulla votazione fatta prima delle elezioni comunali con un peso determinante, vista l’astensione annunciata della Provincia. In sostanza il destino di Talete sarà in mano al comune di Viterbo con sole due opzioni sul tavolo: sì o no. Possibile anche l’astensione, certo, ma avrebbe senso dopo aver chiesto a gran voce di votare? Si dovrà decidere, dunque. Proseguire nella ricerca del socio privato o fermarsi. Ipotesi quest’ultima, in cui dovrà essere percorsa un’altra strada per portare i soldi in Talete. Frontini punterebbe ad Arera. Ma l’amministratore unico Salvatore Genova è stato chiaro: «I soldi di Arera oggi non servono più a Talete». Quelli sarebbero soldi per investimenti, la società necessiterebbe, invece, di soldi liquidi. Presto. «Non c’è più tempo» «Non so come ve lo devo dire», ha detto Genova nel corso dell’Ato in cui ha profilato la possibilità di presentare un piano di azione per accedere a 184 milioni di euro di PNRR purché la società versi in una situazione tranquilla sia sotto il punto di vista tecnico-economico sia politico, con l’unanimità dei sindaci a remare nella stessa direzione. Resta l’ipotesi della ricapitalizzazione da parte dei soci, cioè dovrebbero essere i Comuni a mettere i soldi in Talete. Tanti soldi. La percorribilità della strada la sintetizza Romoli nella sua provocazione al sindaco di Tarquinia, Giulivi, chiedendogli se fosse ancora disponibile, «come dichiarato sulla stampa» a ricapitalizzare Talete anche per conto degli altri Comuni. «Se ci dice di sì, abbiamo risolto», ironizza Romoli. Ma lo schermo puntato su Tarquinia, nel collegamento online, resta scuro. Così come il destino di Talete: se si deciderà di non raccogliere fondi sul mercato dei capitali privati, e Arera si rivelasse un buco nell’acqua, dove si andranno a prendere?