Home Cultura Vendita Bisentina, il giornalista Lattanzi: «L’isola Polvese del Trasimeno trasformata dalla Provincia di Perugia in un forte attrattore turistico»
Vendita Bisentina, il giornalista Lattanzi: «L’isola Polvese del Trasimeno trasformata dalla Provincia di Perugia in un forte attrattore turistico»

Vendita Bisentina, il giornalista Lattanzi: «L’isola Polvese del Trasimeno trasformata dalla Provincia di Perugia in un forte attrattore turistico»

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Ormai potrebbe essere questione di giorni: si fanno sempre più insistenti le voci circa una trattativa che sarebbe in dirittura di arrivo per trasferire la proprietà dell’isola Bisentina da un privato a un altro. C’era chi aveva sperato in una possibilità di acquisto da parte dell’ente pubblico, una prospettiva che, nonostante la lettera inviata dai sindaci del lago al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, non sembrerebbe avere mai avuto possibilità maggiori dello zero di concretizzarsi.

Sull’argomento interviene anche il giornalista scrittore, Claudio Lattanzi, autore del libro “Misteri, leggende e storia del lago di Bolsena” (Intermedia Edizioni).

«Sarebbe stato auspicabile che l’isola Bisentina fosse finita in mani pubbliche dopo una lunga storia di passaggi tra privati – dice Lattanzi –  forse perché gli enti pubblici avrebbero potuto  mettere in moto quel meccanismo di promozione culturale in grado di trasformare questo incredibile gioiello di arte, storia e natura in un formidabile elemento di traino dell’economia turistica della Tuscia. L’esempio più interessante e a portata di mano con cui poter fare un confronto è sicuramente rappresentato dall’isola Polvese del Trasimeno, di proprietà della Provincia di Perugia. L’isola a cui si accede tramite un battello di Umbria Mobilità, la società di trasporto della Regione, è stata trasformata nel tempo in un punto di forza dell’offerta turistica umbra anche grazie ad eventi mirati come, ad esempio, la manifestazione “L’isola di Eintestein”, un festival internazionale di spettacoli scientifici divenuto famoso a livello regionale. Guardando a questo esempio virtuoso, si deve valutare positivamente l’iniziativa intrapresa dai sette sindaci dei comuni rivieraschi che hanno sollecitato il presidente della Regione Lazio, Zingaretti ad attivarsi per fare in modo che la Regione possa acquistare la Bisentina dagli eredi dei principi Del Drago».

Un’iniziativa che sembrerebbe destinata a fare un buco nell’acqua. Ricordiamo allora perché la Bisentina avrebbe potuto rappresentare anche per l’operatore pubblico della Tuscia, come per quello perugino, un’opportunità e non un “peso”, riuscendo a rilanciare tutta l’economia del bacino del lago lungo il binario della vocazione turistica che inevitabilmente si associa a luoghi ricchi di storia come questo,  impreziosita, nel caso specifico, da un grande valore ambientalistico. La Bisentina è «uno scrigno di meraviglie in mezzo al lago», dice  Lattanzi. Sfogliano le pagine del suo libro, l’autore ci racconta: «Se la Martana ebbe a vivere il suo periodo più splendido nel Medioevo, l’isola Bisentina conobbe i suoi fasti nel Rinascimento. La sua è una storia travagliata; l’isola fu abitata in realtà fin dall’ epoca preistorica e sono molti gli archeologici convinti che ricoprì un ruolo particolarmente importante anche per gli Etruschi, pur se non è dato sapere come la denominassero. Quasi certamente vi scavarono tombe e l’idea che costituisse il fulcro simbolico del loro territorio è un’ipotesi molto verosimile che solo una ricerca archeologica focalizzata ed intensa potrebbe confermare.

C’è tuttavia un particolare che non è può essere ignorato e che sembra avvalorare questo arcaico significato religioso connesso all’isola. In epoca medievale venne elaborato il progetto di riprodurre qui i luoghi simbolo della Terra Santa, a partire dal monte Tabor che ha lo stesso nome del monte in cui, in Galilea, avvenne la Trasfigurazione di Gesù, ovvero il suo mostrarsi ai discepoli con uno straordinario splendore della figura a simboleggiare la sua trascendenza. Quel progetto venne portato a termine durante il Rinascimento, ma da cosa poteva essere stato originato se non dal desiderio di “risacralizzare” un luogo che era già una “terra santa” per il popolo etrusco?

Entrata a far parte del bizantino Ducato Romano, la Bisentina fu spesso utilizzata come rifugio dalle popolazioni rivierasche, tra il nono e il decimo secolo dopo Cristo, per salvarsi dalle terribili scorribande e incursioni dei Normanni e dei Saraceni. In quel periodo nella parte più alta fu costruita con funzione difensiva la Rocca che, finita nel 1200 sotto il controllo egli Aldobrandeschi signori di Bisenzio, venne poi incendiata e distrutta da questi in seguito ad un scontro con gli abitanti. Nel 1261 con papa Urbano IV prese avvio il periodo di proprietà papale, ma nel 1324 un nuovo incendio divampò nell’isola ad opera di Ludovico il Bavaro, l’imperatore del Sacro Romano Impero la cui nomina non venne mai riconosciuta da papa Giovanni XXII che rivendicava alla Chiesa il diritto alla reggenza dell’impero germanico. A seguito di questo diverbio, infatti, il papa aveva scomunicato Ludovico che era riluttante ad accettare la sua imposizione di rinunciare al titolo nell’arco di tre mesi (l’imperatore  aveva messo in discussione la legittimità temporale dei papi, ponendosi come un riformatore ante litteram ed anticipando di secoli il tema della separazione tra potere temporale e potere spirituale) e quando Giovanni XXII lo dichiarò decaduto, Ludovico marciò su Roma e dichiarò deposto il papa facendo proclamare al suo posto un suo uomo col titolo di Niccolò V. In questo frangente, passando lungo la Cassia per raggiungere Roma, approfittò per distruggere e incendiare l’isola, appartenente all’odiato pontefice.

Nel 1400 la Bisentina conobbe il suo periodo d’oro grazie ai Farnese che ne fecero il punto centrale e il “salotto buono” del loro piccolo, ma intraprendente feudo. La ricca e potente famiglia rinascimentale di origine longobarda riuscì a crearsi un possedimento personale che assunse le dimensioni di un vero e proprio Stato, il Ducato di Castro, esteso tra Valentano, Latera, Capodimonte, Marta, Montalto, Canino e Gradoli. La famiglia, che ebbe tra i suoi esponenti  più illustri uno dei prototipi negativi fra i papi rinascimentali, il nepotista e dissoluto Paolo III, dovette la propria ascesa e la successiva fortuna a due episodi. Il primo fu quello di aver sostenuto militarmente e politicamente il cardinale condottiero Egidio Albornoz quando questi discese in Italia nel 1353 alla testa di truppe mercenarie per riconquistare al dominio della Chiesa i vasti possedimenti che erano stati perduti con il trasferimento dei papi ad Avignone e che, nell’Italia centrale, erano stati usurpati dal signore di Viterbo Giuseppe Di Vico; da ricordare che la posizione filo-papale dei Farnese venne consolidata qualche anno più tardi quando Nicolò Farnese mise in salvo papa Urbano V nella Rocca di Montefiascone, proteggendolo da un assalto condotto dalle truppe dello stesso Giuseppe Di Vico. L’altro fattore che ne accrebbe molto le fortune fu la politica matrimoniale che condusse i Farnese ad imparentarsi con i rappresentanti di molte tra le famiglie più influenti del rinascimento italiano, dai Colonna, agli Sforza, agli Orsini, ai Monaldeschi, ai Savelli. Ranuccio, capostipite e massimo artefice dell’ascesa del casato fu anche colui che diede lustro all’isola, trasformata nella perla del Ducato di Castro oltre che luogo scelto per sontuosi ricevimenti e per intessere la fitta rete dei rapporti diplomatici della famiglia. Mondanità e sfarzo fecero della Bisentina uno dei luoghi in cui si tessevano e disfacevano alleanze, si trattavano affari di Chiesa e questioni politiche, prima che i discendenti di Ranuccio fossero inesorabilmente attratti dai palazzi romani e dalle frequentazioni delle corti europee. A metà del ‘500, il cardinale Alessandro Farnese fece costruire un palazzo sul promontorio che domina Capodimonte ed in quegli anni di splendore e opulenza non era raro vedere il lago di Bolsena solcato da bellissime navi tra cui quella a sedici remi o un brigantino appartenenti allo stesso cardinale. Pio II ha lasciato nei suoi scritti una bella descrizione di una gara di barche tra gli equipaggi di Marta, Bolsena, Corneto (il nome rinascimentale di Tarquinia), le Grotte, cioè l’attuale Grotte di Castro, disputata nel 1462 e vinta dai pescatori martani. Sull’isola Ranuccio Farnese, detto il Vecchio, ideò e fece realizzare un meraviglioso giardino, all’interno del quale si trova il mausoleo in cui ancora riposa, concepito come uno spazio sacro, destinato probabilmente ad accogliere le tombe di tutti i Farnese.

Lo splendore dell’isola ebbe però inizio quando Alessandro Farnese, divenuto papa con il nome di Paolo III, volendo portarvi l’atmosfera grandiosa della sua corte romana, iniziò la costruzione della Cappella di S. Caterina che commissionò, come dice il Vasari, ad Antonio da Sangallo il Giovane. Dopo aver così mutato radicalmente i propri costumi dissoluti divenendo l’anima del Concilio di Trento e sostenendo i Gesuiti e l’Inquisizione, nominò cardinali tre suoi nipoti fra i quali, il suo omonimo Alessandro il Grande, così detto per distinguerlo dal fratello Ranuccio, il cardinale di Sant’Angelo, che coltivò nell’isola i lussi e fasti da lui iniziati. Nel 1588, dopo la morte del pontefice, fu proprio Alessandro infatti che dette avvio alla costruzione della sontuosa chiesa dedicata ai Santi Giacomo e Cristoforo commissionata ad un allievo del Vignola a cui si aggiunsero in seguito, per volere della famiglia, le altre chiesette ancor oggi visibili: del monte Calvario o della Crocifissione, di San Gregorio, di San Pio I o della Trasfigurazione, del Monte Oliveto, di San Francesco, con il relativo convento, di santa Concordia e di santa Caterina detta la Rocchina perché riproduce la rocca di Capodimonte. Sette chiese in tutto, che ebbero nel tempo un profondo significato simbolico: dalle sette tappe della Passione di Cristo fino al significato da attribuire al sentiero che sale verso l’altura della Rocchina, il rilievo collocato dalla parte opposta del monte Tabor. La salita indica l’ascesa dell’uomo, la fatica per elevarsi dalle limitatezze umane fino alla salvezza che qui si fa coincidere con la visione panoramica di grande suggestione di cui si può godere una volta giunti sulla sommità dello scoglio a picco sul lago. Le sette chiesette riproducono inoltre le sette basiliche principali di Roma (san Giovanni in Laterano, san Pietro in Vaticano, san Paolo fuori le mura, santa Maria Maggiore, san Lorenzo fuori le mura, santa Croce in Gerusalemme, san Sebastiano fuori le mura). Il pellegrinaggio alle sette chiesette della Bisentina serviva ad ottenere l’indulgenza plenaria in occasione dei giubilei, sul modello del pellegrinaggio alle basiliche romane ideato nel 1552 da san Filippo Neri, in contrapposizione ai festeggiamenti del pagano carnevale. Già, però, Bonifacio Ottavo, un papa che ben conosceva e frequentava la Val di lago, aveva introdotto questo pellegrinaggio romano da cui deriva l’espressione “fare il giro delle sette chiese” e da cui nacque anche l’usanza della visita ai “sepolcri”.

Fino a metà del Seicento visse sulla Bisentina una colonia di Frati Minori e, successivamente, di Cappuccini. Tra la metà del Seicento, quando la Bisentina tornò alla Chiesa in seguito alla scomparsa del ducato di Castro, e l’Ottocento, l’isola visse una lunga fase di declino legata all’alternarsi di diversi “affittuari” a cui la Chiesa la concedeva in enfiteusi, cioè riscuotendo un canone di locazione, ma con l’obbligo, a carico dell’enfiteuta, di migliorare e mantenere la proprietà. Si alternarono così il nobiluomo Stefano Giraud a metà del settecento, poi il pittore Francesco Cochetti a metà del secolo successivo e l’industriale piemontese Giovanni Garassino.  Fu quest’ultimo a costruire il piccolo e caratteristico approdo per le imbarcazioni e a mettere in funzione il primo battello a vapore che iniziò a solcare il lago. La Camera apostolica che possedeva l’isola per conto della Chiesa la vendette nel 1899 ad un altro facoltoso piemontese, Alarico Patti, la cui famiglia ne fece una sorta di splendido giardino botanico. Nel 1912 subentrò una nuova proprietaria nella persona della principessa Beatrice Spada Veralli Potenziani, moglie del duca Enzo Fieschi Ravaschieri che è tuttora ricordata per la grande passione che riversò su questo sperone di roccia in mezzo al lago. Fu lei ad introdurre a Bolsena il pesce coregone, fino ad allora conosciuto solo nell’Europa del nord. Si pensava infatti che il coregone avrebbe divorato le larve di zanzare che infestavano il lago. Chiunque frequenti lo specchio d’acqua nel periodo estivo potrebbe testimoniare che quell’escamotage non ha sortito l’effetto sperato, ma ha prodotto il positivo risultato collaterale di rendere il lago famoso anche per questa apprezzata specie ittica, vera specialità gastronomica della zona. L’attuale proprietaria è la principessa Maria Angelica del Drago che ha deciso di metterla in vendita”.

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.