Viterbo, 21 giugno 2026 – Altro che via dello shopping: al Corso si registra l’ennesimo atto vandalico. Qualche giorno fa è stata presa di mira la vetrina di un altro negozio in prossimità dell’incrocio con via della Sapienza. Due colpi fortissimi hanno spaccato il vetro della vetrina frontale e della porta. Il vetro ha tenuto per un soffio, ma è evidentemente danneggiato e dovrà essere sostituito. Il negozio, ovviamente, era chiuso. La scoperta, da parte del personale addetto è avvenuta la mattina dopo, presentando denuncia. Prosegue, intanto, la morìa inarrestabile delle attività commerciali. Corso, via Saffi e via Dell’Orologio Vecchio sembrano le vie più colpite, con intere file di saracinesche abbassate. L’amministrazione comunale, al suo insediamento, aveva pensato di ricoprire le vetrine chiuse con foto storiche di Viterbo, sperando che la copertura si fosse rivelata temporanea, nel senso di vedere, presto, nuove aperture. Speranza vana, seppure qualche nuova attività si è registrata, il colpo d’occhio restituisce l’immagine di vie desertificate. Del progetto delle foto storiche sulle vetrine delle attività chiuse non se n’è saputo più nulla. Ma Viterbo non è sola in questa tendenza. Nella vicina Siena, spesso tirata in ballo dalla politica locale come modello virtuoso di chiusure del centro storico alle auto e costo dei parcheggi, l’allarme spopolamento e chiusure ha raggiunto livelli di guardia. Basta guardare le cronache locali: “Una strage, quella dei negozi, di ogni tipologia, che pare inarrestabile”, scrive il Corriere di Siena, “Come riportato da Confcommercio Siena alcune settimane fa, in centro storico si sono perse 80 attività in 13 anni. Nel 2012 c’erano 322 imprese, nel 2025 se ne sono contate 242. Mentre fuori dalle mura si è passati da 381 a 312. E se guardiamo al 2019, anno prima del Covid, si vede che il trend era già avviato: 293 imprese nel centro contro le 322 del 2012 e 361 imprese del 2019 contro le 381 del 2012″. A dire basta al commercio su strada sono stati anche grandi marchi e botteghe storiche: “Douglas, Original Marines, Miramira, Pull Love, Mori Romas, Zeta Shoes e Atelier Emè”, scrive sempre il Corriere di Siena, “lascerà anche la storica edicola fuori porta Ovile e nella stessa strada la parafarmacia e il negozio per bambini. In ultimo, sempre in centro, anche il ristorante “Re Artù” in via Rinaldini, a pochi metri da Piazza del Campo, ha alzato bandiera bianca”. Lo spopolamento e le chiusure si inquadrano in un contesto più ampio, uscendo fuori dai confini viterbesi per affondare le radici delle proprie motivazioni in un quadro di carattere generale come, ad esempio, il crescente interesse per lo shopping online, ma anche gli affitti spesso alti, richiesti per i vari locali, che di certo non aiuta. Quello, però, che manca, a Viterbo è un pacchetto di soluzioni strutturato, una strategia precisa per cercare almeno di combattere questa tendenza alla desertificazione o definire un profilo alternativo, almeno del reticolo di quelle vie storiche che hanno rappresentato per decenni l’icona della passeggiata in centro. L’amministrazione comunale ha anche istituito un ufficio speciale per il rilancio del centro storico “Spazio Viterbo”. Ma le misure da qui per i prossimi anni quali sono? Gli eventi del fine settimana e il ticket gratuito di parcheggio un’ora al Sacrario dopo l’aumento della tariffa oraria? E negli anni precedenti quali sono state? In questi quattro anni ciò di cui si è sentito parlare più insistentemente da parte dell’amministrazione Frontini sono state le chiusure del centro storico alle auto, confondendo “il mezzo” con il “fine”. Chiudere una via abbandonata da negozi e residenti più che un rilancio sembra l’emissione di un certificato di morte. Oppure si può ritenere un incentivo al ripopolamento le mere riqualificazioni degli immobili del centro storico realizzate con il Pnrr? Insomma la ricetta per il centro storico, ammesso che nessuno si aspetta miracoli, qual è?