Il trasporto della macchina di santa Rosa è una tradizione arrivata fino ad oggi con il segno dei tempi che ha vissuto. Uno degli anni che ha lasciato un solco profondo è sicuramente il 1801. All’epoca la macchina era alta 10 metri. Anche i numeri della città non erano quelli di oggi. Solo 10 mila abitanti, tutti schierati lungo il percorso della macchina, nonostante i tempi particolarmente difficili, tormentati da guerre e carestie. I facchini erano solo una quarantina. Quella sera del tre settembre di 216 anni fa, la macchina partì da San Sisto e si diresse verso piazza Fontana Grande. All’epoca la processione si teneva insieme al Trasporto. Quella sera il corteo precedeva il campanile luminoso con il Capitolato della cattedrale, i patrizi, le autorità. Nel libro “la macchina di santa Rosa, tra cronaca e storia”, di Giorgio Falcioni si narra che in prossimità di Palazzo Fani, una donna di Grotte Santo Stefano che stava assistendo all’evento, si sentì spingere e iniziò a gridare, accorgendosi di non avere più i gioielli. Le urla fecero imbizzarrire i cavalli dei dragoni, e tra la folla iniziò a diffondersi il panico. La gente iniziò a fuggire e alcuni caddero a terra, mentre la macchina iniziava ad avvicinarsi con la sua lenta e inarrestabile marcia. Chi era alla guida si accorse del trambusto e ordinò ai facchini di fermarsi. Rimasero, così, immobili a sostenere la macchina per ben trenta minuti. All’epoca non esistevano i cavalletti. A un certo punto la folla iniziò a calmarsi e la Guardia Civile poté così rimuovere i corpi della strada. Le cronache riportate nel testo commentano così l’evento: “ben 22 persone sono state travolte e calpestate e i loro corpi giacciono inanimati tra il convento di San Domenico e l’inizio della via Farnesiana. Tra queste vittime di un’ondata di panico collettivo sono quattro canonici della cattedrale Pier Felice Zelli Jacobuzzi, Giovanni Mariani, Bartolomeo e Vincenzo Orioli”. Il clima di festa oramai era scomparso. Ma la macchina doveva proseguire, e lo fece in un’atmosfera pesante e terribile. Arrivata a piazza del Comune si fermò e finalmente i facchini poterono riposare. Ma un altro terribile evento si stava per abbattere sulla spirale simbolo di Viterbo: arrivata a piazza delle Erbe, la macchina iniziò a prendere fuoco. Esplose di nuovo il panico, anche se stavolta non si registrarono morti né feriti. La macchina venne appoggiata a terra e lasciata all’appetito delle fiamme. Tutti restarono sbigottiti a guardarla, senza trovare un perché a quel destino infausto, nonostante l’illuminazione fosse a torce e a fiaccole. Nella storia documentata da Falcioni si parla di un testimone che riferì di avere visto “gettare sulla macchina materie incendiarie da alcuni cosiddetti patrioti, ivi detenuti per reità commesse contro il Governo Pontificio”. Dati i testi contraddittori, ancora oggi è difficile ricostruire la dinamica dei fatti. C’è anche chi sostiene che la donna di Grotte Santo Stefano cadde dal palco per raccogliere la sua collana, trascinando con sé altre persone in un malefico effetto domino. Così come ci fu un testimone che dichiarò di avere visto gettare materiale incendiario sulla macchina “da alcuni cosiddetti patrioti, ivi detenuti per reità commesse contro il Governo Pontificio”. Un altro testimone raccontò: “per congiura di alcuni maligni, ordita contro preti e cittadini per la resistenza ch’era stata fatta alla truppa francese che assaltò la città con bombe e cannonate, artificiosamente fu fatta cadere gente nello stretto della strada vicino a S. Domenico. Ciò fece cadere altra gente colla morte di forestieri e viterbesi”. Comunque siano andate le cose, certo è che quell’anno maledetto cambiò il corso della storia del trasporto. La notizia della sciagura giunse al papa che ordinò di ridurre le dimensioni della macchina e di fare il trasporto prima del tramonto. Anche il clero viterbese, profondamente colpito e addolorato dalla morte dei quattro canonici, decise che da quella volta in poi il trasporto fosse separato dal corteo storico e dalla processione, come avviene tuttora ai nostri giorni.