Viterbo, 10 agosto 2021 – Leonardo Bonucci a Viterbo per ricevere la benemerenza civica dal consiglio comunale. Arrivato al cortile di Palazzo dei Priori, circondato dai flash dei giornalisti, con tante persone che si spellano le mani in applausi e gridolini, si guarda intorno e lo dice: «Tutto è iniziato da qui, da Pianoscarano, dai campi di questa città». Viterbo. Suona come un “C’era una volta”, e gli ingredienti per una favola ci sono tutti: un ragazzino che tira calci a un pallone, all’ombra delle mura antiche di una taciturna cittadina di provincia, che arriva a calcare i campi “dorati” delle competizioni mondiali. Fama, successo, onori. Una storia che sta già vivendo il suo “lieto fine“, anche se è tutt’altro che conclusa, poiché promette di scrivere ancora tante pagine gloriose.

Ma intanto quel ragazzino, oggi diventato un grande campione, dalla cima del podio, che rappresenta un po’ anche la scala della sua vita, guarda i suoi traguardi. E quando la commozione si impadronisce dei tratti del suo viso, pare ancora di vedere quel ragazzino che calciava il pallone nei vicoli e sul campetto di Pianoscarano. La semplicità, l’autenticità delle emozioni, quell’umiltà che nonostante la fama raggiunta, caratterizza ogni gesto e ogni parola di Leonardo che arriva a Viterbo a ricevere la benemerenza civica quasi sbalordito da tanta attenzione, spiega perché non è un campione qualunque. Accanto alle sue doti atletiche, ci sono quelle umane, altrettanto straordinarie.

«Sono più emozionato qui, oggi, che l’11 luglio contro l’Inghilterra», esclama, e questo la dice lunga sulla gratitudine che Bonucci prova per l’affetto, meritatissimo, che gli sta dimostrando la sua città. E lui non l’ha mai dimenticata: «È partito tutto da Pianoscarano, dai campi di questa città – dice – Ricordo come fosse ieri quando a 16 anni sono partito per Milano con punto interrogativo di quello che poteva essere la mia vita, perché la carriera va di pari passo con essa e se oggi sono quello che sono, lo devo ai miei genitori, a mio fratello, ai miei amici e alla mia famiglia», dice. Poi c’è Viterbo, quella città che gli ha insegnato la “tigna” quella vera, quella che solleva un monumentale campanile di 51 quintali e lo fa marciare spedito per i vicoli di una città. «Durante i ritiri della nazionale, il 3 settembre – dice Bonucci – da quella stanza di albergo esiste solo Viterbo, la sua macchina, la sua Santa, i viterbesi». Se anche Bonucci, tra l’altro facchino onorario, gira tutto il mondo, c’è sempre quell’àncora delle sue origini che lo lega a Viterbo e lo riporta sempre qui. «Questa città mi ha insegnato a non mollare mai, qui ho imparato quella competizione tra virgolette “ignorante”». E proprio il Trasporto, «che ci unisce tutti», componente inscindibile del dna di un viterbese, ha contribuito a fare di Bonucci quello che è: «Guardando i facchini sotto la macchina – dice – comprendi il significato della fatica, come quella che loro fanno per portare Santa Rosa lungo le vie della città. Tutto ciò mi ha insegnato a non mollare mai nei momenti di fatica e anche di delusione, a trovare sempre qualcosa per rispondere presente e reagire». Oggi sono qui a ricevere questa onorificenza che mi onora. È un piacere essere un simbolo di Viterbo in giro per il mondo, inorgoglisce me e la mia famiglia, i miei amici, sempre vicini. «Ci tenevo ad essere qui oggi. È un piacere e anche un atto dovuto. Anche se sono poco presente, Viterbo è nel cuore». «Ringrazio tutti: sindaco, assessori, giunta e consiglieri. E tutti i viterbesi che non hanno perso occasione di farmi sentire il loro calore. Voglio anche essere un esempio per i giovani, soprattutto di Viterbo, mettendo in campo i veri valori: umiltà, sacrificio, voglia di migliorarsi e non mollare mai».








