Nazionale 7 dicembre 2024 – Arriva il 58esimo rapporto annuale Censis che scatta una fotografia della società italiana nel 2024. Numeri e percentuali scattano un’istantanea su diversi settori e aspetti della vita quotidiana. Esce fuori così che:
per il 49,6% degli italiani il nostro futuro sarà condizionato dal cambiamento climatico e dai ricorrenti eventi atmosferici catastrofici,
per il 46,0% dalla piega che prenderà la guerra in Medio Oriente,
per il 45,7% dal rischio di crisi economiche e finanziarie globali,
per il 45,2% dalle conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina,
per il 35,7% dalle migrazioni internazionali,
per il 31,0% dalla guerra commerciale e dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina,
per il 26,1% dagli stravolgimenti prodotti dalle innovazioni tecnologiche.
Lo scontento globale. Viviamo invece in un mondo scosso da forti tensioni, in cui nessuno è contento di come il mondo è. Un mondo risentito e minaccioso, in cui le insoddisfazioni dei leader e dei popoli si stratificano e si rinfocolano, introducendoci in un’era dello scontento globale.
Il destino dell’Italia è inscritto nel solco del cambiamento d’epoca che investe le società europee e occidentali, ma con sue proprie specificità. E se a prima vista il 2024 potrebbe essere ricordato come l’anno dei record per l’Italia (il record degli occupati e del turismo estero, ma anche il record della denatalità, del debito pubblico e dell’astensionismo elettorale), un’analisi più approfondita, volta a collocare gli eventi congiunturali nell’alveo dei processi lunghi di trasformazione della società italiana, ci consegna una immagine più aderente alla reale situazione sociale del Paese.
L’Italia che galleggia. La sindrome italiana è la continuità nella medietà, in cui restiamo intrappolati: non registriamo picchi nei cicli positivi, non sprofondiamo nelle fasi critiche e recessive. Nel medio periodo, i principali indicatori economici, ovvero il Pil, i consumi delle famiglie, gli investimenti, le esportazioni, l’occupazione, tendono a ruotare intorno a una linea di galleggiamento – senza grandi scosse, né in alto, né in basso – all’interno di un campo di oscillazione molto ampio, perimetrato dai valori massimi e minimi toccati dai Paesi europei. Ci flettiamo come legni storti e ci rialziamo dopo ogni inciampo, senza ammutinamenti. Anche nella dialettica sociale, infatti, la sequela di disincanto, risentimento, frustrazione, senso di impotenza, sete di giustizia, brama di riscatto, smania di vendetta ai danni di un presunto colpevole, così caratteristica dei nostri tempi, non è sfociata in violente esplosioni di rabbia.
Ma il lento andare nel tempo dell’economia ha sancito definitivamente che la spinta propulsiva verso l’accrescimento del benessere si è smorzata. Nel ventennio 1963-1983 il valore del Pil, espresso in euro attuali, era raddoppiato, crescendo complessivamente di 731 miliardi di euro (+117,1%); nei successivi vent’anni, tra il 1983 e il 2003, l’incremento si era ridimensionato a 656 miliardi di euro (+48,4%); ma negli ultimi due decenni, tra il 2003 e il 2023, l’aumento è stato solo di 117 miliardi di euro (+5,8%). Negli intervalli di tempo considerati, il Pil pro-capite era aumentato di quasi 12.000 euro tra il 1963 e il 1983 (+96,7%), di oltre 11.000 euro tra il 1983 e il 2003 (+46,2%), di poco più di 1.000 euro tra il 2003 e il 2023 (+3,0%). Di fatto, in vent’anni (nel periodo 2003-2023) il reddito disponibile lordo pro-capite delle famiglie italiane si è ridotto in termini reali del 7,0% e anche la ricchezza netta pro-capite delle famiglie è diminuita in un decennio (tra il II trimestre del 2014 e il II trimestre del 2024) del 5,5%.
La guerra delle identità All’erosione dei percorsi di ascesa economica e sociale del ceto medio si sta accompagnando la messa in discussione dei grandi valori unificanti del passato modello di sviluppo (il valore irrinunciabile della democrazia e della partecipazione, il conveniente europeismo, il convinto atlantismo). Quadro che si connota per:
- il ritrarsi dalla vita pubblica, con un tasso di astensione che alle ultime elezioni europee del 2024 ha toccato un livello mai raggiunto prima nella storia repubblicana, pari al 51,7% (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, l’astensionismo si fermò al 14,3%), e una diffusa indifferenza verso quegli strumenti della mobilitazione collettiva che un tempo erano ampiamenti utilizzati, visto che il 55,7% degli italiani oggi considera inutili le manifestazioni di piazza e i cortei di protesta; –
- la sfiducia crescente nei sistemi democratici, dal momento che:
l’84,4% degli italiani è convinto che ormai i politici pensino solo a sé stessi
il 68,5% ritiene che le democrazie liberali occidentali non funzionino più; – l’opinione che l’Unione europea sia una sorta di guscio vuoto, inutile o dannoso, se il 71,4% degli italiani è convinto che, in assenza di riforme radicali e di cambiamenti sostanziali, sia destinata a sfasciarsi definitivamente;
il non riconoscersi più nelle grandi matrici valoriali unificanti del passato, poiché il 70,8% degli italiani esprime oggi un più o meno viscerale antioccidentalismo ed è pronto a imputare le colpe dei mali del mondo ai Paesi dell’Occidente, accusati di essere stati arroganti per via del presunto universalismo dei propri valori, per cui si è voluto imporre il nostro modello economico e politico agli altri; –
più precisamente, il 66,3% degli italiani attribuisce all’Occidente ‒ Usa in testa ‒ la responsabilità delle guerre in corso in Ucraina e in Medio Oriente (non a caso, solo il 31,6% si dice d’accordo con il richiamo della Nato sull’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil) e il 51,1% è persuaso che l’Occidente sia destinato a soccombere economicamente e politicamente dinanzi all’ascesa di Paesi come la Cina e l’India.
Se non si può più salire socialmente grazie alle capacità personali, all’impegno, al merito, allo studio e al lavoro, vivendo dentro una società proiettata verso la crescita, allora, in una società che invece ristagna, il desiderio di riconoscimento può – e deve – essere appagato spostando la partita in un altro campo da gioco: quello della rivalità delle identità. Si ingaggia una competizione a oltranza per accrescere il valore sociale delle identità individuali etnico-culturali, religiose, di genere o relative all’orientamento sessuale
- il 57,4% degli italiani si sente minacciato da chi vuole radicare nel nostro Paese regole e abitudini contrastanti con lo stile di vita italiano consolidato, come ad esempio la separazione di uomini e donne negli spazi pubblici o il velo integrale islamico;
- il 38,3% si sente minacciato da chi vuole facilitare l’ingresso nel Paese dei migranti;
- il 29,3% vede come un nemico chi è portatore di una concezione della famiglia divergente da quella tradizionale;
- il 21,8% avverte ostilità nelle persone che professano un’altra religione;
- la stessa inimicizia separa il 21,5% degli italiani dalle persone appartenenti a una etnia diversa,
- il 14,5% da chi ha un diverso colore della pelle,
- l’11,9% da chi ha un orientamento sessuale diverso.
Sono dati che rivelano il pericolo che il corpo sociale finisca per frammentarsi dentro la spirale attivata dalla costruzione di rigidi confini identitari, in cui le differenze si trasformano in fratture e potrebbero degenerare in un aperto conflitto. Un solido ceto medio poteva neutralizzare le divergenze identitarie, stemperandole per mezzo di un’agenda sociale largamente condivisa. Il suo indebolimento rende oggi il Paese non più immune al rischio delle trappole identitarie.
La mutazione morfologica della nazione Mentre il dibattito politico si arrovella sui criteri normativi da adottare per regolare l’acquisizione della cittadinanza italiana, in una parte della popolazione ha messo radici la convinzione che esista una identità distintiva:
- il 37,6% degli italiani (e il dato sale al 53,5% tra le persone in possesso di un basso titolo di studio) ritiene che l’“italiano vero” discenda da un ceppo morfologicamente definito, fonte originaria della identità nazionale.
- il 13,7% (il 17,4% tra le persone meno scolarizzate) pensa che per essere italiani occorra poter esibire determinati tratti somatici. Le persone meno istruite sono maggiormente propense a pensare l’italianità come una identità cristallizzata e immutabile, con inconfondibili radici primigenie, che tra i suoi fattori costitutivi comprenderebbe la diretta discendenza da italiani (per il 79,9%, a fronte del 57,4% riferito all’intera popolazione) e anche l’essere di fede cattolica (per il 62,2%, a fronte del 36,4% riferito all’intera popolazione). Invece, la realtà della società italiana odierna è segnata da dinamiche molto diverse. Basti pensare che negli ultimi dieci anni sono stati integrati quasi 1,5 milioni di nuovi cittadini italiani, che prima erano stranieri. Può sorprendere constatare che l’Italia si colloca al primo posto tra tutti i Paesi dell’Unione europea per numero di cittadinanze concesse (213.567 nel 2023). Con un numero molto più alto delle circa 181.000 acquisizioni in Spagna, delle 166.000 in Germania, delle 114.000 in Francia e delle 92.000 in Svezia, le acquisizioni di cittadinanza italiana nel 2022 ammontavano al 21,6% di tutte le acquisizioni registrate nei Paesi membri dell’Ue (circa un milione), e il nostro Paese è primo anche per il totale cumulato nell’ultimo decennio (+112,2% di acquisizioni di cittadinanza italiana tra il 2013 e il 2022).
La fabbrica degli ignoranti – Benché in Italia gli analfabeti propriamente detti siano ormai una esigua minoranza (solo 260.000), mentre i laureati sono aumentati fino a 8,4 milioni, ovvero il 18,4% della popolazione con almeno 25 anni (erano il 13,3% nel 2011), la mancanza di conoscenze di base rende i cittadini più disorientati e vulnerabili.
Non raggiungono i traguardi di apprendimento: in italiano, il 24,5% degli alunni al termine del ciclo di scuola primaria, il 39,9% al terzo anno della scuola media, il 43,5% all’ultimo anno della scuola superiore (negli istituti professionali quest’ultimo dato sale vertiginosamente all’80,0%); in matematica, il 31,8% alle primarie, il 44,0% alle medie inferiori e il 47,5% alle superiori (anche in questo caso il picco si registra negli istituti professionali con l’81,0%)
Si palesano profondi buchi di conoscenza in tutte le fasce di età anche in relazione a nozioni che si sarebbe tentati di dare per scontate.
con riferimento ai grandi personaggi e eventi della storia patria:
il 55,2% degli italiani risponde in modo errato o non sa che Mussolini è stato destituito e arrestato nel 1943,
il 30,3% (in questo caso il dato sale al 55,1% tra i giovani) non sa dire correttamente chi era Giuseppe Mazzini (per il 19,3% è stato un politico della prima Repubblica),
il 30,3% non conosce l’anno dell’Unità d’Italia,
il 28,8% ignora quando è entrata in vigore la Costituzione;
con riferimento ai grandi personaggi e eventi della storia mondiale:
- il 49,7% degli italiani non sa indicare correttamente l’anno in cui è scoppiata la Rivoluzione francese,
- il 42,1% non conosce l’anno in cui l’uomo è sbarcato sulla Luna,
- il 25,1% ignora l’anno della caduta del muro di Berlino,
- il 22,9% non sa che Richard Nixon è stato un Presidente degli Stati Uniti (e non un grande calciatore inglese, come crede il 2,6%),
- il 15,3% non conosce Mao Zedong (o magari lo scambia per l’uomo più anziano del mondo, come fa l’1,9%)
- il 13,1% non sa che cosa è stata la guerra fredda;
con riferimento ai grandi scrittori e poeti italiani:
- il 41,1% degli italiani crede erroneamente che Gabriele D’Annunzio sia l’autore de L’infinito oppure non sa dare una risposta in merito,
- per il 35,1% Eugenio Montale potrebbe essere stato un autorevole presidente del Consiglio dei ministri degli anni ’50,
- il 18,4% non può escludere con certezza che Giovanni Pascoli sia l’autore de I promessi sposi
- il 6,1% crede che il sommo poeta Dante Alighieri non sia l’autore delle cantiche della Divina Commedia;
con riferimento ai capolavori dell’arte italiana:
- il 35,9% degli italiani cade nell’abbaglio di considerare Giuseppe Verdi l’autore dell’Inno di Mameli o comunque non ha una idea in proposito,
- il 32,4% la Cappella Sistina potrebbe essere stata affrescata da Giotto o da Leonardo da Vinci, non da Michelangelo
Si riscontra poi una preoccupante incapacità di collocare correttamente sulla carta geografica le città straniere,
- il 23,8% degli italiani non sa che Oslo è la capitale della Norvegia,
- il 29,5% non sa che Potenza è il capoluogo della Basilicata.
Le difficoltà di calcolo lasciano perplessi:
- il 12,9% degli italiani la moltiplicazione di 7 per 8 non fa necessariamente 56.
E l’ignoranza regna sovrana anche in merito ai meccanismi istituzionali, visto che più di un italiano su due (il 53,4%) non attribuisce correttamente il potere esecutivo al Governo, bensì al Parlamento o alla magistratura. Sono dati che per molti italiani pongono il problema di una cittadinanza culturale ancora di là da venire. E che lasciano prevedere una condizione di ignoranza diffusa anche nel prossimo futuro, quando le attuali giovani generazioni entreranno nella vita adulta e dovranno occupare posizioni di responsabilità. L’ignoranza è una minaccia anche per la democrazia, se per i cittadini diventa difficile decodificare le proposte politiche, riconoscendo quelle fondate su presupposti falsi o con fini manipolatori. Nel limbo dell’ignoranza (del resto, per il 5,8% degli italiani il “culturista” è una “persona di cultura”) possono attecchire convinzioni irrazionali, pregiudizi antiscientifici, stereotipi culturali:
- per più di un quarto degli italiani (il 26,1%) gli immigrati clandestini presenti oggi in Italia sarebbero 10 milioni;
- il 20,9% è convinto che tramite la finanza gli ebrei dominano il mondo;
- il 15,3% crede che l’omosessualità sia una patologia con origini genetiche;
- il 13,1% ritiene che l’intelligenza delle persone dipenda dalla loro etnia;
- per il 9,2% la propensione a delinquere avrebbe una base genetica (si nasce criminali, insomma);
- per l’8,3% islam e jihadismo sono la stessa cosa
Il turismo su, l’industria giù La produzione delle attività manifatturiere italiane è entrata in una spirale negativa: -1,2% nel confronto tra il 2019 e il 2023. Nel breve termine, il raffronto dei primi otto mesi del 2024 con lo stesso periodo del 2023 fa registrare una caduta del 3,4%. Tra le attività in cui la frenata appare più netta si mettono in evidenza il tessile e l’abbigliamento (-20,5% nell’arco di quattro anni, -10,8% nel periodo gennaio-agosto 2023-2024) e il settore del legno e della carta (-15,8% in quattro anni). La riduzione della produzione caratterizza tutti i settori del manifatturiero, con l’eccezione dell’agroalimentare (+2,7% tra il 2019 e il 2023 e +1,8% nel confronto dei primi otto mesi) (tab. 10).
Invece, nel 2023 le presenze turistiche in Italia hanno raggiunto i 447 milioni, con un incremento del 18,7% rispetto al 2013. L’aumento più evidente nel decennio è attribuibile alla componente estera (+26,7%), che ora si colloca sui 234 milioni di presenze, mentre il turismo domestico è comunque cresciuto a un tasso prossimo all’11%.
L’overtourism è particolarmente evidente in città come Roma, dove le presenze turistiche nel 2023 sono state pari a 37 milioni. Tra i dieci comuni italiani maggiormente investiti dai flussi turistici, dopo Roma si piazza Venezia, con 12,6 milioni di presenze, anche se a ben guardare sulla città orbitano anche le quasi 7 milioni di presenze riferite al comune CavallinoTreporti, già ex circoscrizione del comune di Venezia, così come i 5,5 milioni di presenze nel comune di Jesolo o nel territorio di San Michele al Tagliamento e di Caorle, tutti Comuni che rientrano nell’area metropolitana veneziana . Se da più parti è stato ripetutamente segnalato che la causa della bassa crescita italiana degli ultimi vent’anni vada ricercata nei modesti risultati ottenuti sul piano della produttività, questa affermazione risulta senz’altro vera per le attività terziarie, che registrano nel periodo 2003-2023 una riduzione del valore aggiunto per occupato interno dell’1,2%. Al contrario, l’industria mostra un progresso dell’indicatore pari a 10 punti percentuali.
L’Italia a corto di
Sono di difficile reperimento per esiguità di candidati under 29 il 34,1% delle figure professionali intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione e il 33,3% delle professioni tecniche. Nel 38,9% dei casi non si riescono a trovare giovani che vogliano fare gli artigiani, gli agricoltori o gli operai specializzati . Specialisti e tecnici della salute sono ormai la primula rossa del mercato del lavoro, anche nel comparto della sanità privata. Il ridotto numero di candidati riguarda ben il 70,7% della domanda di lavoro per infermieri e ostetrici, il 66,8% per i farmacisti e il 64,0% delle posizioni aperte per il personale medico. Inoltre, mancano all’appello candidati per il 34,6% delle professioni sanitarie riabilitative e per il 43,6% delle professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali, tra cui massaggiatori e operatori socio-sanitari. Ristoratori e albergatori non riescono a trovare soprattutto cuochi (in questo caso il tasso di irreperibilità per ridotto numero di candidati è salito al 39,1% nel 2023) e camerieri (35,3%). La carenza di candidati riguarda anche gli idraulici (il 47,7% delle assunzioni previste) e gli elettricisti (40,2%) –, ma la penuria di operai specializzati investe con analoga intensità anche il comparto industriale in senso stretto: il ridotto numero di candidati penalizza il 40,6% delle assunzioni programmate di operai metalmeccanici specializzati e installatori/manutentori di attrezzature elettriche ed elettroniche, mentre mancano candidati sufficienti per ricoprire il ruolo di conduttori di veicoli o macchinari mobili e di sollevamento nel 38,5% dei casi.
Il divorzio tra città e campagne Si acuisce il problema della rarefazione dei servizi (pubblici e privati) e delle infrastrutture di coesione sociale presenti sul territorio. Se mediamente in Italia le famiglie che sperimentano difficoltà per raggiungere una farmacia sono il 13,8% del totale (3,6 milioni) e per accedere a un Pronto soccorso sono il 50,8% (13,3 milioni), nel caso dei residenti in Comuni fino a 2.000 abitanti le difficoltà riguardano rispettivamente il 19,8% e il 68,6% delle famiglie. Sul versante della sicurezza, sono poco più di 8 milioni le famiglie italiane che considerano difficile raggiungere un commissariato di polizia o una stazione dei carabinieri. La stessa percentuale (circa il 31%) lamenta difficoltà di accesso ai servizi comunali. Più di un quinto trova difficile raggiungere un negozio di generi alimentari o un mercato, ma per il 54,9% delle famiglie che vivono nei piccoli Comuni anche l’accesso a un supermercato può rivelarsi tutt’altro che semplice.
Giovani: i disagiati e i salvati
- Il 58,1% dei giovani di 18-34 anni si sente fragile,
- il 56,5% si sente solo
- il 69,1% ha bisogno di sentirsi rassicurato.
Si tratta di stati d’animo legati all’incertezza, alla paura di non farcela, alle difficoltà sperimentate nel reggere il confronto con i pari. Se vissuti di frequente, possono sfociare in frustrazione, stati d’ansia, attacchi di panico, depressione o disturbi alimentari.
- il 51,8% dei giovani dichiara di soffrire di stati d’ansia o depressione, contro il 40,8% delle persone di età compresa tra i 35 e i 64 anni e il 19,0% degli ultrasessantacinquenni;
- il 32,7% dei 18-34enni afferma di soffrire di attacchi di panico, a fronte del 23,8% degli adulti e del 4,2% degli anziani;
- il 18,3% dei giovani esprime con il corpo il proprio malessere e denuncia di soffrire di disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e bulimia, mentre la quota scende al 12,8% tra gli adulti e all’8,2% tra gli anziani.
Di fronte alla manifestazione di questa sintomatologia, che solo in alcuni casi arriva a sfociare in una vera e propria patologia, ma che comunque dà il senso di quanti giovani non stiano bene con sé stessi e con gli altri:
- un giovane su tre (il 29,6% del totale) dichiara di essere andato in cura da uno psicologo, mentre tra gli adulti la percentuale scende al 17,9% e tra gli anziani si ferma ad appena l’1,9%;
- il 16,8% assume sonniferi o psicofarmaci. Sarebbe in ogni caso sbagliato partire dai dati sul disagio per dipingere nuove generazioni fatte esclusivamente di giovani soli, fragili, impauriti, che non hanno fiducia in sé stessi e diffidano degli altri, che hanno bisogno del supporto di specialisti o di farmaci per affrontare la vita quotidiana. C’è anche una maggioranza silenziosa fatta di giovani che studiano, lavorano, sono soddisfatti della propria vita e mettono in gioco strategie individuali di restanza o rilancio per assicurarsi un futuro migliore, in Italia o all’estero.
Alcuni numeri sono utili per rappresentare l’investimento su sé stessi e sulle proprie competenze che moltissimi giovani stanno facendo:
- in Italia gli occupati tra i 25 e i 34 anni di età sono 4.187.000: di questi, 1.392.000 (il 31,7% del totale) sono laureati. Si tratta di una quota in crescita di anno in anno, aumentata del 14,0% dal 2019 a oggi;
- il 19,3% dei dirigenti di aziende private e amministrazioni pubbliche ha meno di 40 anni;
nel terzo trimestre del 2024 sono quasi 200.000 i titolari e soci d’impresa con meno di 30 anni. Nello stesso periodo si contano 2.208 start up innovative, vale a dire imprese ad alto contenuto tecnologico costituite da non più di cinque anni, in cui la partecipazione alla proprietà e alla governance di under 35enni è maggioritaria. L’’ultimo Censimento dell’agricoltura del 2020 ha contato 104.886 aziende con un capoazienda con meno di 40 anni. Di questi, il 19,4% era laureato e il 27,9% dichiarava di aver creato l’azienda ex novo;
I giovani ricercatori universitari con meno di 35 anni sono 3.944, aumentati del 138,3% rispetto al 2019, mentre i titolari di assegni di ricerca sono 10.676 (+18,7% dal 2019)
Ci sono anche i giovani che si trasferiscono all’estero per lavoro: sono i giovani expat, la cui scelta può essere definitiva o transitoria, in forte aumento negli ultimi anni, tra i quali aumenta in particolare la componente dei laureati. Dal 2013 al 2022 sono espatriati dall’Italia circa 352.000 giovani tra i 25 e i 34 anni (oltre un terzo del totale degli espatri). Di questi, più di 132.000 (il 37,7%) erano in possesso della laurea. Negli anni i laureati sono aumentati: nel 2013 erano il 30,5% degli emigrati dall’Italia e nel 2022 sono diventati il 50,6% del totale.
Sicurezza. L’andamento del numero dei reati commessi in Italia è stato contrassegnato da un costante e prolungato declino, culminato nel 2020 (l’anno della pandemia), quando si sono registrati complessivamente meno di 2 milioni di delitti. Tuttavia, una volta superate le restrizioni legate all’emergenza sanitaria, nel periodo più recente si osserva una inversione di tendenza, con un rialzo del numero dei crimini che ha portato a oltrepassare i dati registrati appena prima della pandemia: nel 2023 sono stati denunciati complessivamente 2.341.574 reati, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno precedente e dell’1,7% rispetto all’anno pre-Covid 2019. Siamo ancora lontani dai 2.892.153 reati del 2013 ed è troppo presto per dire se si tratta solo di una fase congiunturale o se invece siamo in presenza di un cambio di ciclo. Ma non c’è dubbio che, benché gli episodi di criminalità facciano molta impressione nell’opinione pubblica, in quanto i reati sono concentrati nelle aree urbane, a livello nazionale gli omicidi volontari sono diminuiti dai 502 del 2013 ai 341 del 2023 (-32,1%), le rapine sono scese nel decennio da 43.754 a 28.067 (-35,9%), i furti nelle abitazioni si sono ridotti da 251.422 a 147.660 (-41,3%). Poco importa, però, se i reati commessi sul territorio nazionale sono oggettivamente molti meno di quelli di dieci anni fa: per gli italiani il senso di insicurezza aumenta e si avverte perciò il bisogno di sentirsi rassicurati e protetti. L’89,2% degli italiani considera la sicurezza personale una componente fondamentale della qualità della vita, l’85,5% possiede almeno un dispositivo per la difesa della propria abitazione e il 50,1% pensa che investirà di più nella sicurezza domestica negli anni a venire. I dati disponibili fotografano in modo chiaro lo sviluppo del mercato privato della sicurezza: nel 2022 gli addetti delle imprese di vigilanza e servizi connessi erano 88.432, aumentati del 17,6% rispetto al 2019. Si tratta di organizzazioni con una dimensione superiore alla media nazionale (59 addetti in media per impresa) e un fatturato complessivo che sfiora i 4,5 miliardi di euro. Sono in crescita anche le professioni qualificate connesse allo sviluppo della domanda di sicurezza: nell’anno accademico 2022/2023 si contavano 10.847 studenti iscritti a corsi di laurea riguardanti la criminologia e la sicurezza, con un aumento del 19,8% rispetto all’anno accademico 2019/2020. Così come aumentano gli iscritti a master postuniversitari di primo e di secondo livello (1.472 allievi). Oggi in Italia sono quasi 1,7 milioni le persone che detengono regolarmente almeno un’arma da fuoco, considerando: gli addetti ai lavori, ovvero i 304.440 membri dei corpi di polizia, i 172.839 dipendenti delle forze armate e i 47.590 appartenenti alla polizia locale, per un totale di 523.869 operatori armati; – gli individui in possesso della licenza di porto d’armi, pari a 1.174.233 nel 2023. Tra questi, 571.008 sono titolari di licenza di caccia, 549.639 hanno la licenza per uso sportivo, 41.937 sono guardie giurate e 11.649 hanno la licenza per difesa. Se si moltiplica il numero delle persone che detengono regolarmente almeno un’arma da fuoco per il numero medio di componenti di un nucleo familiare (pari attualmente a 2,2), si possono stimare in più di 3,7 milioni (pari al 6,3% della popolazione) le persone che hanno un’arma in casa o a portata di mano, e che potrebbero utilizzarla, per sbaglio o con intenzionalità.
Avere un’arma a portata di mano rappresenta senza dubbio una tentazione a usarla. Oggi il 43,6% degli italiani pensa che sparare a un malintenzionato che si introduce in casa per rubare dovrebbe essere considerato un atto legalmente legittimo, il 14,1% è incerto nel prendere una posizione in merito e solo il 42,3% si dice contrario all’idea che venga prevista per legge la possibilità di puntare l’arma contro il ladro.
Le asimmetrie delle emozioni: i luoghi delle relazioni e la solitudine tra le pareti domestiche Dopo l’esperienza traumatica della pandemia, appare sempre più evidente il ritorno alla frequentazione dei luoghi pubblici. Il 58,8% degli italiani incontra i propri amici durante il tempo libero almeno una volta alla settimana, e il dato è ancora più elevato tra i giovani, con punte intorno al 90% tra chi ha dai 15 ai 19 anni, mentre è evidente una rarefazione dei rapporti tra le persone più anziane. Per il 46,6% i luoghi in cui si preferisce coltivare le relazioni sociali sono gli spazi esterni deputati agli incontri e alla convivialità: ristoranti, bar, pub. Segue un’ampia gamma di altri luoghi del “fuori casa”, fino ai luoghi dello sport (palestre e campetti), i parchi e anche i centri commerciali. C’è pure un 13,3% di italiani (percentuale che sale al 17,8% tra i giovani dai 18 ai 34 anni) che ammette di prediligere gli incontri virtuali vissuti nei social network. Nel 2023 si sono registrate più di 10 milioni di presenze alle 2.397 fiere organizzate nell’anno, con un incremento del 16,3% rispetto all’anno precedente. È in crescita anche il numero dei partecipanti a balli e spettacoli di intrattenimento musicale, e aumenta significativamente la partecipazione ai concerti, con oltre 28 milioni di presenze (+70,1% rispetto al 2019) . In certe circostanze, la casa invece può diventare il luogo della solitudine, a causa della mancanza di una rete sociale. È l’altra faccia della medaglia: un fenomeno che, non solo a causa dell’invecchiamento della popolazione, appare in netto aumento. Nel 2023 in Italia le persone sole (single e vedovi) superavano gli 8,8 milioni (+18,4% dal 2013). I vedovi costituiscono il 34,8% del totale delle persone sole (3,1 milioni), i single (celibi e nubili o separati e divorziati) sono il 65,2% del totale (5,8 milioni). A condizionare la componente più anziana della popolazione è proprio la rarefazione dei rapporti sociali. Anche in presenza di una badante, spesso le case degli anziani diventano luoghi di solitudine e finiscono per accentuare quella sensazione di isolamento che può sconfinare nella depressione.
(Fonte Rapporto Censis).