Dalla Madonna della Quercia a santa Rosa a Maria SS. Liberatrice: cosa si cela dietro il culto mariano?
Dalla Madonna della Quercia, a Maria Santissima Liberatrice, passando per santa Rosa: Viterbo sembra proprio una terra fortemente votata al culto del femminino sacro. Viene da chiedersi, quindi, se la Tuscia abbia qualcosa di particolare oppure no. La risposta è a metà strada. Se da un lato il culto della Madonna affonda le sue radici in epoche e culture antichissime presenti in territori molto vasti, dall’altro Viterbo e la Tuscia rientrano a pieno titolo in quest’area. Spunti interessanti per comprendere e riflettere su un tema di questo tipo, si possono rintracciare sicuramente nell’esposizione di Fulvio Ricci, storico dell’arte. “Il culto della Madonna nell’ambito della cultura pastorale – dice – è sicuramente quello che assolve alla funzione più alta. Per certi versi ha un fascino unico, per altri si rivela molto complesso. Non è chiaramente una peculiarità di Viterbo, ma si allarga nell’area del Mediterraneo, spingendosi fino al nord Europa, anche se dopo il 1500, in seguito alla rivoluzione luterana e protestante, ci sono stati dei processi di aggiustamento. Per riassumere in estrema sintesi l’essenza del culto mariano, possiamo definirlo come la risposta para storica o meta storica alla realtà della sofferenza e della povertà. Ogni territorio ha le sue caratteristiche: molte si somigliano, ma con genesi diverse. La Tuscia, in relazione al culto mariano, è ricchissima. Per comprenderne i contenuti è necessario andare a capire qual è stato lo spaccato economico, sociale, politico che ha prodotto quella situazione. Seppur con le sue differenziazioni, essa è legata con la cultura del bisogno. Nella situazione economicamente depressa, nelle profondità della storia, in particolare nel Medioevo, l’unica sponda di salvezza, l’unico elemento di riequilibrio psichico, singolo e collettivo, sociale è quello di rivolgersi alla dimensione del trascendente, epifanica, che si manifesta sempre in luoghi specialissimi. Spesso sono siti che hanno continuità di tipo cultuale. Dove c’è un luogo dedicato alla Madonna, troviamo la grotta e la sorgente. Nelle sue ricerche l’archeologia ha permesso di individuare un connubio ricorrente tra la figura Madonna e l’elemento maschile di San Michele Arcangelo, spesso rappresentato in molti affreschi in forma di toro, elemento archetipico del principio maschile.
Associato all’elemento maschile e femminile è spesso la figura della grotta, luogo privilegiato dove si concepisce e che diventa anche quello in cui si crea la condizione di una tutela, di una salvaguardia. In riferimento ad esso la dimensione miracolosa va intesa come il fatto che per generazioni, per un millennio, uomini e donne vanno in quel luogo, compiono degli atti che chiamiamo riti, sviluppano una devozione, un’empatia emotiva spirituale: quello che si chiama religiosità e perdura nel tempo. Tutto ciò ha una funzione fondamentale nel ristabilire un equilibrio importante dal punto di vista psicologico di chi fa questo tipo di rituale.
Il culto della Madonna assorbe nel corso dei secoli, specialmente nel Medioevo, tutte le esigenze esistenziali delle comunità grandi e piccole che facevano riferimento a una valenza genesica delle forze terrene in luoghi speciali, per chiedere protezione nei due elementi essenziali della nascita della vita: il concepimento e la lattazione. C’è un’impronta fortissima della figura femminile nella creazione della vita e nel suo sviluppo, mentre l’uomo ha una sua funzione occasionale e limitata. Qui si inserisce anche l’elemento folclorico, antropologico e rituale del bambino. Egli, finché non raggiunge la pubertà, non è considerato una persona, ma un morto vivente, perché è in uno stato liminale. La Vergine, in sostanza, si sovrappone come figura potente a tutta una serie di dimensioni cultuali, culturali, rituali che erano di antiche divinità preposte alla fecondazione, al concepimento e alla lattazione. La dicotomia presente nel culto di Maria: vergine e madre, è fondamentale perché è la dimensione che caratterizza dal punto di vista archetipico la realtà del mondo pagano, quello sumerico, mesopotamico, egiziano, etrusco, romano. In tutte queste culture abbiamo tutta una serie di divinità che hanno questa funzione: partorisco, e quindi sono madri, ma conservano questo stato di elevazione verginale, perché il miracolo sancisce la nascita di una figura divina. Oltre al concepimento c’è la lattazione: il latte è assimilato al nettare della vita. Anche qui abbiamo tutta una serie di dee madri che allattano, basti pensare a Iside raffigurata con Horus attaccato al seno”.
Quanto è potente, dunque, il culto della Madonna? Sicuramente molto. Esso trae origine da epoche remotissime. La figura del femminino sacro era tipica delle religioni pagane ispirate all’azione creatrice della natura. E in questo ruolo, l’identificazione dei popoli nella fonte generatrice della vita, è sopravvissuta, oltre il tempo, oltre la religione, oltre la modernità.
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Tiziana Mancinelli
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