Home Cronaca Dall’Ottocento ad oggi i “Gatti dei tetti” di piazza delle Erbe mai scesi a terra.
Dall’Ottocento ad oggi i “Gatti dei tetti” di piazza delle Erbe mai scesi a terra.

Dall’Ottocento ad oggi i “Gatti dei tetti” di piazza delle Erbe mai scesi a terra.

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Viterbo, 15 agosto 2023 – I vicoli delle città antiche custodiscono sempre molte storie, per questo può sorprendere che, stavolta, a raccontarne una piuttosto singolare non siano  le strade, ma i tetti del centro storico, in particolare quelli che corrono da via Saffi, fino a piazza delle Erbe e via dell’Orologio Vecchio. Un corridoio parallelo alla vita che si dipana in basso lungo i reticoli lastricati di sampietrini. Un paesaggio quasi lunare,  un apparente deserto assolato, dove il silenzio è rotto solo dallo sbatter d’ali e dal borbottio sommesso dei piccioni. Eppure tra le geometrie di tegole, con elegante cadenza, una storia piuttosto sorprendente, avanza: quella dei “Gatti dei tetti”.

Il gatto Grigio dei Gatti dei Tetti di piazza delle Erbe
Grigio, uno dei gatti dei tetti

Vivono quassù da sempre, senza mai poggiare una zampa a terra, che non sia un terrazzo, un balcone, o un appartamento, rigorosamente all’ultimo piano. Chiunque sia venuto ad abitare qui negli ultimi settant’anni, lo dice: “Loro erano già qui”. Ma da quando? C’è chi ipotizza che siano arrivati sui tetti del centro storico a fine Ottocento con l’edificazione dell’albergo “l’Angelo” di piazza delle Erbe, divenuto poi “Antico Angelo” che anche in epoca recente ha continuato a offrire riparo ai piccoli felini nelle proprie soffitte, dove si sarebbero anche riprodotti. Certo è che, pur vivendo sui tetti, il destino di questi gatti “dell’aria” si è sempre intrecciato con quello degli umani che hanno abitato a queste altezze. Un “patto” d’amore e di utilità reciproca che potrebbe essere andato avanti per più di un secolo, con i gatti  impegnati a cacciare i topi delle grondaie e gli umani a offrire loro cibo e riparo.

Veduta da una delle terrazze dei tetti di piazza delle Erbe

Per chi viene a vivere qui, il primo incontro con i “vicini” è certamente quello con i “Gatti dei tetti”. È stato così per Serena, arrivata nella casa di famiglia all’ultimo piano di piazza delle Erbe: “Quando siamo venuti qui, i primi che abbiamo incontrato sono stati Rosso e Grigio. Due gatti anziani. Venivano dai tetti di via Saffi. Abbiamo iniziato subito a offrire loro crocchette e anche delle cucce”. Con loro c’era anche Bianca, poi diventata un membro fisso della famiglia: “Gironzolava  anche lei sui tetti. Aveva un tendine più corto. Un giorno scese per sbaglio nell’appartamento di una signora che non la conosceva e che la mise per strada. Andammo subito a cercarla con mio marito – prosegue Serena – ma lei si era già infilata in un portone per tentare di tornare sui tetti. Da qual giorno l’abbiamo ufficialmente adottata. Fa parte della famiglia, tanto che quando ci siamo trasferiti, lei è venuta con noi”.

L'ingresso della casa di Romualda e SerenaMa a riannodare i fili della storia più lontana dei “Gatti dei tetti” è la mamma di Serena, la signora Romualda, che venne nella stessa casa di famiglia, ancor prima, nel 1954: “Avevo cinque, sei anni, quando sono venuta ad abitare qui, quando c’era l’albergo Antico Angelo, c’erano tante soffitte e ripari aperti – ricorda -. C’erano tanti gatti, erano tutti amici tra loro e lo erano anche con noi. A quell’epoca tra vicini di casa ci conoscevamo tutti, parlavamo quotidianamente, non come ora che la gente non si rivolge più la parola”, dice Romualda, aprendo uno spaccato di un tempo scomparso, dove le passeggiate quotidiane dei gatti sui tetti, le loro incursioni tra un appartamento e l’altro, erano anche lo specchio di una comunità dialogante che i piccoli felini contribuivano a tenere cementata. Ancora oggi Serena racconta un simpatico aneddoto che vede protagonista il gatto “Micio” di un altro abitante degli ultimi piani dei palazzetti storici di piazza delle Erbe: “Micio tornava sempre a casa con un collare di strass con un piccolo cilindro appeso – racconta Serena – in quel cilindro il proprietario mise un messaggio: il gatto è maschio ed è mio“. Messaggio che “Micio” avrà sicuramente recapitato a qualcuno dall’altra parte del tetto. Un’altra caratteristica di questa comunità felina è che quasi tutti hanno un proprietariosia i gatti che sono arrivati sui tetti, portati da qualcuno che è venuto ad abitare qui, sia quelli che sulle tegole, in qualche soffitta, ci sono nati e hanno da subito trovato un umano che li ha adottati. “Io presi Fusetta – dice Romualda – una micia nata da una gatta del tetto che aveva, però, un proprietario. La chiamai così perché faceva molte fusa. Stava tutto il giorno in giro sui tetti, poi veniva a dormire in casa, perché un cuscino e un divano erano più comodi. Era normale avere un gatto – prosegue  Romualda – perché sui tetti c’erano i topi, e loro li cacciavano. Io adottai Fusetta quando avevo cinque anni”.

Ed è proprio in quel tacito patto tra i gatti dei tetti e gli umani, con i primi a cacciare topi e i secondi a offrire ripari e cibo ai piccoli felini, che potrebbe nascondersi la radice antica della storia, tornando a ritroso nel tempo, fino all’Ottocento, quando fu edificato l’albergo l’Angelo, portando con sé un grande fermento nel cuore di Viterbo, con ospiti illustri e autorevoli, e un via vai di persone anche viterbesi, in quella che, le cronache dell’epoca, definivano: «la granne locanna dell’Angelo nella piazza dell’Erbe in Viterbo. Le affittuarie “so’ due donne vedove Teresa Melisse e Rita Melisse, le patròne del fonno so’ due il sig. Giovanne Tabarrine e il sig. Giovanne Polidori. Nell’apertura il vino se venneva un pavolo al fiasco, otto bajocche al fiasco e cinque il fiaschetto de una fojetta». E chi non scommetterebbe che le due donne vedove Teresa e Rita non avessero almeno un gatto? Gli antenati dei “Gatti dei tetti, che ancora in epoca recente, secondo i racconti degli abitanti, avevano il loro riferimento abitativo nelle soffitte dell’Antico Angelo, potrebbero essere proprio loro. I gatti dell’Angelo dell’Ottocento. Una storia sospesa in aria, al di sopra anche del tempo, che ora, però, con la nuova epoca, rischia di scomparire, con il quadro di quella città viva e pulsante che era il centro storico di Viterbo, con quella comunità delle epoche passate che si conosceva e si parlava ogni mattina dalla terrazza, da una tegola all’altra, con un gatto del tetto a fare da terminale da un appartamento all’altro.  Ora che le soffitte non ci sono più, che sempre più finestre restano chiuse, anche lassù, all’ultimo piano, la lunga storia dei Gatti dei tetti rischia di finire.

Tiziana Mancinelli

Si ringraziano Serena e Romualda per i contributi offerti e il giornalista Mauro Galeotti per le notizie sull’albergo l’Angelo di Viterbo.

Di seguito il testo integrale:

Albergo dell’Angelo in Piazza delle Erbe

L’ Albergo era già ben avviato alla fine del 1700, infatti nel 1798, in uno dei tanti ordini di alloggio ai militari inviato dalla Comunità a Giovacchino Porolli, oste che teneva l’albergo, leggo:

«Cittadino oste dell’angelo alloggerete in vostra Casa i Cittadini officiali legionari in numero di dieci, e li fornirete di letto, lume, fuoco, e biancheria necessaria per tavola, e letto, con cavalli», firmato «Li deputati».

Nel 1801 è condotto da Mariano Gordoni; così si esprime Giuseppe Marocco nella sua opera sui Monumenti dello Stato pontificio del 1837:

«I migliori alberghi per i sigg. viaggiatori son due, quello detto dell’angelo, o d’Inghilterra, ove per lo più prendono quartiere i soggetti più riguardevoli, ma non è minore quello detto dell’aquila nera».

Fu ricostruito nel 1860 ad opera dell’architetto Pietro Zei, capo mastro muratore fu Vincenzo Dobici, ne erano proprietari Giovanni Tabarrini, che il 24Dicembre 1851 aveva aperto l’Osteria del Gallo, e Giovanni Polidori; a gestirlo erano le sorelle Teresa e Rita Minissi.

Tra i Viterbesi girava il detto, «Vojo annà a beva ma l’ostaria de ‘l Gallo, ‘l vino adè bbono e la patrona adè mejo!».

L’Angelo fu inaugurato il 14 Luglio 1863, più tardi sarà denominato Antico Angelo per distinguerlo dal Nuovo Angelo posto in Via dell’Orologio vecchio, pochi metri più avanti a sinistra, al n° 14. Carlo Antonio Morini, il 14Luglio 1863, scrive sul suo Straccifojo:

«Fu aperta la granne locanna dell’Angelo nella piazza dell’erbe in Viterbo. Le affittuarie so’ due donne vedove Teresa Melisse e Rita Melisse, le patròne del fonno so’ due il sig. Giovanne Tabarrine e il sig. Giovanne Polidori. Nell’apertura il vino se venneva un pavolo al fiasco, otto bajocche al fiasco e cinque il fiaschetto de una fojetta».

Lo gestì negli anni ‘70 del secolo XIX Tommaso Savini che fece realizzare, per la sua carta intestata, che possiedo, una deliziosa veduta di Piazza delle Erbe animata da carrozze tirate dai cavalli. Passò poi, verso gli anni ‘80, di quel secolo, sotto la direzione di Vincenzo Schenardi e fratello.

Prima dei restauri e dei rifacimenti in questo albergo alloggiarono: nel 1816 la Regina d’Inghilterra, il principe Esterhazy e la sua famiglia ed il duca paladino di Sassonia; nel 1820 il principe ereditario di Baviera, il 13 Aprile 1821 la Regina di Napoli e il seguente 15 Aprile, Ferdinando I re di Napoli.

All’interno, sulla parete a sinistra del primo pianerottolo delle scale, è l’epigrafe:

Grande albergo d’Inghilterra imperiale e reale detto dell’Angelo in Viterbo, restaurato ed ampliato nel 1860 / in cui alloggiarono l’anno 1816 S. M. la regina d’Inghilterra, indi il principe Esterhazy e la sua famiglia ed il duca paladino di Sassonia / l’anno 1820 il principe ereditario di Baviera / il giorno 15 Aprile 1821 S. M. Ferdinando I re di Napoli e sua consorte ed altri personaggi distinti.

Padre Pio Semeria nelle memorie ricorda:

«Nel dì 17 di aprile [1825] passò il Re di Napoli, e alloggiò all’Angelo». E ancora, «Nel dì 26 di maggio giunse qui all’angiolo S. Maestà Maria Teresa Vedova di Torino, e partì per Roma nel dì 27. Stava con due figlie. Nel dì 22 giugno ripassò».

Come riportato dall’epigrafe, fu restaurato e ampliato nel 1860, più tardi vennero alla luce delle mensole quattrocentesche con uno stemma attribuito alla famiglia Latini, alla quale appartenne l’umanista Latino definito degno d’immortale memoria.

Giuseppe Moscucci, quando era il proprietario-direttore dell’albergo, in occasione della visita del re Vittorio Emanuele III, avvenuta il 17 Maggio 1925, ricevette dal sindaco di Viterbo una lettera di ringraziamento con «il plauso ed il pieno gradimento dell’Amministrazione Comunale per il modo veramente perfetto, superiore ad ogni elogio, col quale è stato organizzato ed eseguito il predetto servizio in ogni particolare». Insomma il pranzo al re era stato ben servito ed era stato assai gradito.

Il Moscucci aveva fatto scrivere sulla facciata, verso l’angolo del palazzo, in una targa Grande locanda dell’Angelo e su un’altra in lingua francese Grand hôtel de l’Ange. Nel 1929 l’edificio fu sopraelevato di un piano con la realizzazione della balconata. In quell’anno è nuovo proprietario Ludovico Morini, il quale pubblicizza Vini ottimi Rinomata cucina Sale superiori Prezzi modici. Verso la metà degli anni ‘60 del XX secolo leggo su una carta intestata:

«Ristorante antico angelo, Gervasio, proprietario e direttore del ristorante “Antico angelo” desidera far conoscere ed apprezzare la buona e genuina cucina viterbese. Se c’è riuscito vi prega di dirlo ai vostri amici, affinché possano conoscerla; se non ci fosse riuscito vi prega di dirlo a lui perché possa migliorarla. Grazie e buon appetito».

Con questo buon appetito mi piace ricordare che Antonio Zenti, detto il Verona, assieme alla moglie Olimpia gestivano in piazza, agli inizi del Seicento, l’Osteria dell’Elefante. E’ questo l’antenato di quel Domenico Antonio Zenti che, nel Settecento, svolge l’attività di tipografo in città, come già visto.

Ancora in piazza, almeno nel 1873, agivano la Locanda del Moro diretta da Ermano Ferruzzi e l’Albergo Americano gestito da Giovanni Torrioli. Sempre nel 1873 Domenico Sperandio aprì in piazza un caffè, col titolo Nuovo Caffè dell’Angelo, posto sotto l’Albergo Americano.

di Mauro Galeotti

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.