Se fosse stato il 2013, il tavolo intorno al quale sere fa si sono riuniti Forza Italia con Dario Bacocco e Giovanni Arena, Fratelli d’Italia con Giuseppe Talucci Peruzzi e Mauro Rotelli, Fondazione con Gianmaria Santucci e Viva Viterbo con Filippo Rossi e Giacomo Barelli sarebbe valso circa il 40%.
Se nel 2013, alle elezioni comunali di Viterbo, quel tavolo ci fosse stato, ma questo non è avvenuto, oggi probabilmente per il centrodestra si starebbe concludendo un quinquennio di governo a Palazzo dei Priori, anziché all’opposizione. Ne è convinto Giulio Marini, quando, qualche giorno fa ha indicato nella scelta di Viva Viterbo nel 2013 di sostenere Leonardo Michelini, andando politicamente a braccetto con Pd e Oltre le Mura, “una delle cause principali della sconfitta del centrodestra alle elezioni per il comune di Viterbo” dopo decenni di incontrastato dominio al governo della città. Sulla sua stessa “frequenza” la Lega che, tramite Umberto Fusco ed Enrico Contardo, ha scandito con parole di fuoco: “Non andremo mai con chi ha fatto perdere il centrodestra o chi ha governato con il centrosinistra”.
Un’affermazione che, probabilmente, ha fatto pensare a qualcuno che forse era arrivato il momento di fare delle scelte: che il sogno del centrodestra unito, condiviso da tutti, si potesse considerare realizzato mettendo insieme molti pezzi, anche se non tutti. Perché incastrare perfettamente tutto il puzzle di centrodestra a livello locale appare, francamente, impossibile, considerata la distanza siderale che ci sarebbe tra il gruppo di Marini e Battistoni, o tra quello di Sabatini e Rotelli, dove ora si inserisce il diktat della Lega in linea con il sentimento dell’elettorato più insofferente alle “larghe alleanze”. Ed ecco che “spunta” “il tavolo” della combinazione più attuabile, secondo i promotori dell’iniziativa, tra quelle possibili, considerati i gruppi in campo e il “potenziale” consenso. Calcolatrice alla mano, sommando le percentuali riportate nel 2013 da quei partiti e movimenti “invitati a cena”, e “attualizzando” il dato al giorno di oggi con la sottrazione di una percentuale prudenziale, il risultato potrebbe attestarsi, secondo una visione ottimistica, quella, probabilmente, dei registi del tavolo, intorno al 30%, oppure, secondo una più pessimistica, forse quella di chi non c’era, anche intorno alla metà. O giù di lì.
Supposizioni, ovvio. Ipotesi, ragionamenti, costruiti su molte variabili, per cui su tutto, ad oggi, campeggia un grosso punto interrogativo sulle intenzioni di voto dell’elettore. Quanto è variato il dato rispetto al 2013? Forse molto. Il Popolo delle Libertà non esiste più. I temi della Lega, una volta circoscritti solo al nord Italia, sono diventati cari a tutto lo stivale, e anche a Viterbo si sente il pressing di problematiche di carattere nazionale con diretti impatti sul territorio, primo tra tutto l’emergenza immigrazione, la sicurezza, la pressione fiscale. La presa di posizione di Fusco contraria a “raccogliere i cocci della sinistra”, inoltre, potrebbe avere attirato sul gruppo di “Noi con Salvini” le simpatie di chi, in questi cinque anni di opposizione, ha tirato in solitudine il carretto di un centrodestra sconfitto per vederci ora salire sopra tutti, pure chi “l’ha rotto”, occupando, magari, anche i posti a sedere. Un grosso punto interrogativo c’è pure sul consenso di Viva Viterbo, un movimento partito, nella campagna elettorale del 2013, con l’intento: “né con il centrodestra, né con il centrosinistra”, per poi passare in maggioranza con quest’ultima dopo il ballottaggio, e arrivare a dire, nel 2017, di essere disponibili ad allearsi indifferentemente con l’una o con l’altra, se idonee a realizzare le istanze del movimento. Posizione legittima. Ma l’elettorato capirà? Tutto da vedere. Nei pensieri degli scontenti della gestione cittadina, poi, non può non esserci l’idea che per quattro anni Viva Viterbo ha fatto parte di quella maggioranza che l’ha governata. Chissà se ora i dieci mesi che mancano al voto, che il movimento di Filippo Rossi ha deciso di passare tra le file dell’opposizione, saranno sufficienti agli elettori scontenti per dimenticare. Il movimento di Filippo Rossi ha come carta vincente un buon lavoro in campo culturale, con iniziative che, attualmente, rappresentano alcune delle poche occasioni di vivacità della vita sociale, economica cittadina di Viterbo. Il punto da non sottovalutare, però, è che, rispetto al 2013, in politica, oggi, c’è un altro mondo. Pensiamo all’inarrestabile crescita del Movimento Cinque Stelle che al suo esordio a livello locale, nel 2013, ha registrato un 6,20%. In questi cinque anni all’opposizione del comune di Viterbo i “grillini” si sono mossi parecchio, prendendo le distanze, quando possibile, da centrodestra e centrosinistra, dunque, non c’è motivo di pensare che quella percentuale non possa essere aumentata, “rosicchiando” consensi tra gli scontenti di entrambi gli schieramenti, sempre più a corto di facce nuove. C’è poi il forte dinamismo di Chiara Frontini, ufficialmente ancora non schierata con nessuno, che nel 2013 guadagnava un 3,41% con Viterbo 2020- Per non parlare del probabile posizionamento di Modarati e Riformisti, ancora tutto, forse, anche da decidere. Tutto ciò dipinge un quadro molto “astratto” sull’epilogo del voto nel 2018, per cui è praticamente impossibile ipotizzare la coalizione vincente. Ecco perché, in molti ambienti politici, la famosa “cena” in cui si sarebbero fatte prove di “una” coalizione nell’area di centrodestra, sarebbe stata un grave errore strategico che avrebbe dato fuoco alle polveri, già in circolo nel centrodestra. Un errore innanzitutto sulla tempistica. Non solo perché dieci mesi al voto sono ancora tanti per capire cosa succederà, considerando pure che in mezzo ci saranno le elezioni politiche e regionali, ma anche perché per cucinare “certe alleanze” e farle digerire a certo elettorato, i “tempi di cottura” dovevano essere molto, ma molto più lunghi. Ad oggi l’unico risultato tangibile di quella famosa cena sembrerebbe l’aver accelerato un certo sentimento “scissionista” finalizzato ad andare alla “conta”. A pensarci bene, al conto numerico, i probabili registi del tavolo, ci sono già andati, inserendo in un primo tentativo di dialogo componenti ben precise: Fratelli d’Italia, parte di Forza Italia, Viva Viterbo, Fondazione, lasciando fuori tutte le altre, ossia “Noi con Salvini”, Giulio Marini, Daniele Sabatini, Unione della Tuscia con l’intento, forse, di escluderle, o quanto meno inserirle in un secondo momento che fa tanto pensare all’assegnazione di un ruolo “B” in tutta la costruzione delle trame dell’alleanza. Insomma uno schiaffo “politico” che difficilmente non avrà dei risvolti. Sarebbe stato diverso se l’invito fosse stato rivolto a tutti, lasciando, di fatto, la responsabilità di praticare una sorta di “autoesclusione” a chi non avesse gradito quella figura o quel movimento politico. Così non è stato. E la motivazione più scontata che pare individuare è proprio quella che il tavolo sia frutto di un conteggio ben preciso, che avrebbe fatto ritenere superata o molto vicina la linea dell’autosufficienza ai fini della vittoria elettorale, secondo i promotori dell’incontro, al punto di assumersi pure la responsabilità “politica” di praticare un’esclusione selettiva. Se a margine ci fosse stata pure l’intenzione di mettere la Lega, ad esempio, di fronte al fatto compiuto sull’inclusione di Viva Viterbo, il tentativo non solo pare fallito, ma, stando alle dichiarazioni di Fusco e Contardo, può aver fornito gli argomenti giusti alla “barca” di Salvini a Viterbo per togliere l’àncora con stile e prendere il largo alla ricerca dei propri spazi, presentandosi da soli alle elezioni del 2018, soffiando in poppa la forza del nobile ideale di voler preservare la “verginità” del centrodestra. Quel tavolo, insomma, almeno per ora, ha avuto l’effetto immediato di alzare un “muro” tra chi sta da una parte e chi ora sa di stare da quell’altra e che se vuole restare in partita dovrà giocoforza fare squadra. A rendere ancora più realistica l’ipotesi di due, nella migliore delle ipotesi, blocchi di centrodestra pronti ad andare alla conta è intervenuta anche la nascita di un nuovo movimento politico, sorto sotto la diretta benedizione di Silvio Berlusconi: “Federazione delle Libertà” pronta a prendere a bordo chi stava galleggiando in uno dei mille rivoli della liquefazione del centrodestra. Sarebbero con la valigia in mano Daniele Sabatini ed Elpidio Micci. Consigliere regionale il primo, consigliere comunale il secondo, eletto con 410 voti. Una bella dote da portare al nuovo soggetto politico. A questa alternativa guarderebbe con un certo interesse anche Giulio Marini seppure il suo passaggio non sembra né imminente, né scontato. Certo è che Federazione delle Libertà presto potrebbe dare una veste politica alle componenti di centrodestra parcheggiate nel mondo civico, aggiungendo, stavolta sì, un posto al tavolo della contrattazione tra partiti. E se dal piano nazionale arrivasse la direttiva di farlo, le carte tornerebbero tutte nel mazzo e si aprirebbe un’altra partita in un clima dove la fiducia potrebbe essersi pericolosamente incrinata. Se, invece, ai vari partiti sarà data carta bianca, la corsa alla “conta” alle prossime elezioni comunali da parte di due blocchi ben distinti, potrebbe essere già cominciata.
Tiziana Mancinelli
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