Viterbo, 25 marzo 2023 – Torna la fiera dell’Annunziata. Dopo tre anni di stop le bancarelle riprendono ad animare le vie del centro storico di Viterbo. Una tradizione che si riannoda dopo lo stop della pandemia. Sarà possibile trovare un po’ di tutto. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, e l’occasione è ottima per tornare a fare due passi in centro senza auto. Tra i simboli più celebri della fiera il cedro, immancabile nelle bancarelle dedicate a frutta e verdura, ubicate anche quest’anno a piazza del Plebiscito, dove si potranno trovare anche carciofi, asparagi, fave di Tarquinia e fragole.
Tra le info utili a chi visiterà la fiera ci sono sicuramente quelle legati ai mezzi pubblici: «sabato 25 marzo, il capolinea degli autobus del trasporto pubblico urbano della Francigena sarà spostato al terminal Riello, nell’area adiacente il terminal Cotral, sulla Tangenziale ovest.
Sarà pertanto vietato sostare nell’area adiacente al terminal Cotral, compresa la parte sottostante il cavalcavia. Tutte le linee del trasporto pubblico locale transiteranno fuori le mura e i percorsi saranno parzialmente variati. Gli orari delle corse rimarranno immutati. Tutte le modifiche sono consultabili al link https://www.francigena.vt.it/it/news/trasferimento-capolinea-autobus-urbani-presso-terminal-riello-giorno-25-marzo-2023_244.htm
Per tutte le ulteriori misure riguardanti sosta e traffico consultare il sito istituzionale www.comune.viterbo.it o la pagina Fb Comune di Viterbo Informa.

LA STORIA. La prima fiera dell’Annunziata si tenne a Viterbo nel 1635. Essa durava ben cinque giorni, dal 23 al 27 marzo: “La fiera dell’Annunziata a Viterbo ha le sue radici nella storia della chiesa di S. Maria delle Fortezze e del convento annesso che, dal 28 luglio 1577, furono concessi ai frati Minimi di san Francesco di Paola detti anche “paolotti” dal nome del fondatore, come era accaduto per altri ordini monastici: da san Benedetto i benedettini, da san Francesco i francescani, da san Domenico i domenicani.”. Lo scrive Antonio Cignini in un documento pubblicato dal sito LaCittà. “La popolarità dei Paolotti prosegue – cresceva non solo grazie alla loro vita, che appariva generalmente esemplare per semplicità, spirito penitenziale e di preghiera e altre benemerenze pastorali, ma anche per la loro vicinanza alla gente comune, devota, ma nel contempo desiderosa di feste che fossero un misto di religioso e di mercantile, con probabili concessioni ad aspetti più vicini al profano che al sacro, possibili residui di tradizioni e usanze risalenti all’antico mondo pagano. Nel viterbese, questa compresenza di devozionale e di mondano, tipica di tante altre parti d’Italia, sembrerebbe presente anche oggi, soprattutto in occasione della festa di Santa Rosa e, in passato, della Fiera dell’Annunziata”. Quest’ultima, dal 1635, secondo quanto riportato da Cignini: “in seguito ad accordi tra i frati Minimi e il Comune, si cominciò a tenere appunto negli spazi antistanti la chiesa di Santa Maria delle Fortezze. Il popolo la chiamava comunemente anche Chiesa dell’Annunziata, forse a motivo dell’affresco omonimo, dipinto, nella cappella angolare di sud/ovest, sui pennacchi piani al di sopra della nicchia che reca due vistosi stemmi dei Colonna, pervenuto nel rudere superstite”. Sempre in concomitanza di questa festa, si teneva una grande luminaria. “Nel 1578, l’anno successivo al loro arrivo, i frati avevano rallegrato i devoti della Madonna delle Fortezze con una luminaria autorizzata e finanziata dal Comune”, in assenza della corrente elettrica, ovviamente, si ricorreva: “Fiamme e fiammelle mobili e vive delle torce, delle lampade a olio e delle candele. Per creare un’atmosfera di festa l’inventiva popolare aveva escogitato da tempo immemorabile minuscoli lumini formati da stoppini immersi nell’olio versato in decine e decine di gusci vuoti di lumache o in altri piccoli contenitori, saldati a supporti di argilla o di cera incollati sui davanzali delle finestre o sulle scalinate esterne degli edifici o sui cornicioni delle case e delle chiese. Uno spettacolo suggestivo nel buio prefestivo e la sera del dì di festa. Alla luminaria contribuivano anche i lucernoni (grandi candelabri) e tante candele e grossi ceri, spesso donati come offerte votive al Signore, alla Madonna e ai santi. Ma se agli economici lumini provvedeva la gente comune con olio e stoppini, per ceri e lucernari di grandi dimensioni, che comportavano abbondanti e costosi consumi di cera, non potevano di certo essere i poverissimi frati minimi a fornire il denaro. Per questo erano andati a bussare alla carità degli Illustrissimi Consiglieri e dei Magnifici Priori, i quali, anche nel Consiglio del 2 Marzo 1578, si dimostrarono benigni e generosi, inserendo la loro richiesta al 3° punto dell’ordine del giorno. Venne appoggiata dal consigliere Pietro Pollione, il quale, andato al pulpito, rivolse all’assemblea una breve dichiarazione favorevole. Un analogo sostegno venne anche da parte di Bernardo Chigi: messa ai voti, anche questa iniziativa venne approvata”. Dai documenti dell’epoca, oltre alle informazioni sulle feste, emergono anche, secondo Cignini, “sentimenti tutt’altro che idilliaci che i Domenicani di Santa Maria in Gradi nutrivano verso i troppo vicini, da poco arrivati, frati delle Fortezze”, la luminaria dell’Annunziata “si faceva anche attorno alla chiesa di Gradi e con altrettanto sfarzo di candele; ma il giorno assegnato a questa era esattamente quello del calendario, cioè il 25 marzo. Per non urtare la suscettibilità dei Domenicani, i Minimi chiesero la concessione della luminaria “nel giorno avanti la festa”, ossia il 24 marzo”. La fiera dell’Annunziata si teneva “tra le due chiese, quella di Gradi e quella delle Fortezze”, dove non erano presenti le infrastrutture attuali, la stazione, i marciapiedi, le strade, ma solo un vasto prato verde che univa i due edifici sacri, riempito da bancarelle variopinte con ogni genere di merce”. La fiera si teneva per cinque giorni: “due prima e due dopo il 25 marzo”. “La prima Fiera dell’Annunziata del 1635 – prosegue Cignini – fu deliberata otto mesi prima. Il verbale del Consiglio del 25 luglio 1634″ illustra “l’iniziativa e la richiesta formale dei Paolotti di S. Maria delle Fortezze e il risultato della votazione del punto 6° all’ordine del giorno”. Nello stesso ci cita anche il Giubileo. “I padri delle Fortezze hanno dato un memoriale (una supplica ndr) e dimandano che si faccia la fiera libera in quel luogo per il giorno della S.ma Annunziata con occasione del giubileo a Gradi, aj giorni due auanti, e giorni due dopo la med[m]a festa […]” e la votazione”. Si passava, quindi, a votazione con “la palla bianca e chi non si contenta metta la nera”. Nel documento si faceva riferimento anche alla sicurezza della città. In considerazione del fatto che: “che sarebbero affluiti tanti forastieri ai quali si concedeva di uenire e partire liberamente con le robbe, e gli animali… si imponeva la necessità di predisporre oculatamente e di far sorvegliare dalle guardie la strada d’accesso alla fiera, acciò che non si faccia pregiudizio alla Città, cioè a prevenzione di pericoli e danni per la città e per i suoi abitanti”.
“Dal documento istitutivo della Fiera dell’Annunziata, si deduce che il Giubileo del 1634-35 prevedesse mete e luoghi sacri di pellegrinaggio alternative a Roma, come appunto la chiesa viterbese di S. Maria in Gradi”. Se i frati minimi di Viterbo celebravano ogni anno, dal 23 al 27 marzo, la festa dell’Annunziata, “a una ventina di chilometri a nord di Viterbo, lo stesso spirito devotamente festaiolo di altri loro confratelli, stanziati sull’altura al di sopra dell’abitato di Marta sul Lago di Bolsena, animava la festa più famosa del luogo, la cosiddetta Barabbata”.
