Global Compact for Migration, Matteo Salvini dice “No”. Lega: “Non faremo entrare tutti”
Roma – «Sono assolutamente contrario al global compact. Ne discuteremo con gli alleati M5s però non vedo perché delegare ad organismi sovranazionali scelte che spettano ai singoli Paesi, non vedo perché mettere sullo stesso piano i migranti cosiddetti economici e i rifugiati politici. Diceva Papa Benedetto: prima del diritto ad emigrare esiste il diritto a rimanere nel proprio Paese. Ci confronteremo con il Movimento Cinque Stelle e se non ci sarà un accordo, in democrazia l’unico organo che si deve esprimere è il Parlamento». Con queste parole il leader della Lega fuga ogni zona d’ombra sulla posizione del suo partito in merito al Global Compact for Migration, l’accordo voluto dall’ONU con lo scopo di “dare una risposta globale al problema della migrazione”, firmato da 193 Paesi dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2016, che dovrà essere adottato durante la prossima conferenza internazionale di Marrakesh, il 10 e 11 dicembre. In favore della sottoscrizione del Global Compact for Migration si era già registrata un’apertura del ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi, che ha manifestato un “orientamento favorevole”. Di diversa opinione la Lega che oggi con Matteo Salvini ha detto chiaramente no al Global Compact. Il punto di partenza di quello che intende porsi come il “primo accordo mondiale in tema di migrazioni, dettando una linea comune” è la salvaguardia dei diritti e del benessere dei migranti e del diritto di migrare.
Tra le dieci linee guida che hanno ispirato il documento ci sono la “lotta a tutte le forme di discriminazione, compreso il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza nei confronti dei migranti e delle loro famiglie”.
Il documento, fortemente sostenuto da Barack Obama, punta ad affermare il “concetto che le migrazioni siano utili allo sviluppo dei Paesi di destinazione, riconoscendo sempre e comunque il diritto di migrare”. Diversi Paesi si sono ritirati già dal patto, temendo un’immigrazione incontrollata e una perdita di sovranità sulle politiche migratorie. Tra questi Stati Uniti, Polonia, Austria, Australia, Ungheria e ora potrebbe aggiungersi anche l’Italia.