Viterbo, 3 settembre 2024 – Si sono alzati all’alba, c’è chi non è andato a dormire per niente e ha trascorso la notte in strada, vegliato da quell’imponente campanile che stasera inizierà a camminare sulle spalle dei facchini e che dalle mura di Porta Romana guarda e domina la città, quasi a stendere una cortina di protezione anche su di loro. Sono i giovani di Rosa che anche quest’anno riempiono in maniera straordinaria e stupefacente piazze e vie che saranno toccate dal passaggio della Macchina stasera, 3 settembre. Alcuni di loro dormono in terra, altri giocano a carte, c’è chi morde un panino, chi addirittura organizza balli di gruppo in strada a suon di musica.

C’è anche chi lavora l’uncinetto, un’arte che si penserebbe tramontata tra le giovani generazioni. Ma non queste. Perché loro sono i giovani di Rosa e per loro le tradizioni sono un scrigno prezioso in cui mettere la loro vita. Questi giovani sono l’anello di un’interminabile catena di trasmissione, il cui principio si perde nella memoria cittadina, mentre il suo futuro è proprio sulle loro spalle, sulla loro capacità di passare questa eredità a chi verrà dopo.

Le piazze più gettonate dai giovani sono largo San Sisto, Piazza Fontana Grande, ma soprattutto piazza delle Erbe, dove fin dalle prime ore della mattina di oggi è impossibile scorgere un lembo della pavimentazione antica della piazza, ricoperta da un’infinita distesa di teli, zaini, coperte, sacchetti con provviste. Dai quattordici anni in su, l’età più diffusa tra questo giovanissimo pubblico, ma ci sono anche di più piccoli, accompagnati dai ragazzi più grandi. Non c’è un vero limite alla passione per Rosa.
Ciò che li lega a Lei è la tradizione. C’è chi ha fatto il mini facchino, chi ne ha avuto almeno uno come amico o parente, chi ha il papà e il nonno con la divisa bianca per cui il trasporto diventa per lui un “destino di famiglia”.

Ci sono, poi, quelli che non hanno vincoli parentali o amicali con la Macchina, ma semplicemente vengono portati a vederla fin da quando sono in fasce dai genitori e dai nonni. Quella luce, allora, si fa spazio dentro di loro, ci resta e quasi sempre cresce nel tempo. Quella di Rosa è una tradizione familiare in senso molto ampio, poiché straripa dai nuclei parentali che ne sono direttamente coinvolti, e contamina tutti quelli che gli stanno intorno. Ma c’è anche chi incontra la Macchina in modo del tutto occasionale e si lega a lei. Come Floriana, arrivata casualmente da Roma un anno a vedere il Trasporto e rimasta folgorata dallo spettacolo offerto dalla Macchina. Ora vive a Viterbo e ha due figli che fanno i mini facchini.
“Quello con Rosa è un legame che viene da lontano, si tramanda da generazione in generazione”, dice Alessio accampato in piazza ieri fin dalle cinque di mattina. “Durante il Trasporto ci sentiamo tutti appartenenti a una grande famiglia che in questa giornata si riunisce sotto un’unica stella, che per noi è santa Rosa”. Accanto a lui Manuel “Ho fatto il mini facchino, ora sono nel comitato di Santa Barbara, seguo i piccoli ai cavalletti”. “Le mini macchine” aggiunge Alessio, “sono il motore della tradizione, hanno portato questo sentimento anche nelle periferie della città e tra i giovani”.
Valori trasmessi grazie alle vecchie generazioni: anche Rita, a pochi metri dai più giovani in largo San Sisto, insieme alla figlia attendono Dies Natalis dal giorno prima: “Ho visto 55 trasporti”, dice, “oggi sono qui, non è un sacrificio, perché viene dal cuore”. Lungo via Garibaldi, invece, un nonno si arrampica su una sedia per attaccare uno striscione su una vetrina: “Forza papà, Evviva Santa Rosa“. A guardarlo, attenti e concentrati, ci sono due bambini, i suoi nipoti. Sono gli anelli della lunga catena di Rosa.