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La Rosa e la Croce: esoterismo della fontana di piazza Fontana Grande

La Rosa e la Croce: esoterismo della fontana di piazza Fontana Grande

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La geometria sacra è lo strumento di dialogo tra l’uomo e Dio. Da sempre la costruzione geometrica è un linguaggio che lascia intravedere molto di più di quello che appare. Ma è anche vero che vediamo ciò che siamo disposti a vedere, e non vediamo ciò che non vogliamo vedere. È una nostra scelta. A volte nemmeno tanto consapevole. Questo accade tanto nella vita di tutti i giorni, nelle situazioni più ordinarie e banali, tanto quando ci poniamo di fronte a una testimonianza del passato, che sia un edificio sacro, o una qualsiasi altra opera. È appurato che gli antichi maestri utilizzarono la geometria come mezzo per fare delle proprie costruzioni un simbolo portatore di un messaggio. L’autore scompare. Ma esso resta: a sfidarci. Perché anche se apparentemente imperscrutabile, esso parla un linguaggio universale. Decifrarlo vuol dire incanalarsi nel solco di un’eredità sapienzale secolare. Ma, soprattutto, significa aprire un dialogo intimo con sé stessi, un canale attraverso cui scendere a toccare i fondali più remoti del nostro essere. L’esperienza esistenziale, del resto, è forse la  cosa che più di qualunque altra, chiunque, nessuno escluso, vorrebbe veramente capire fino in fondo. L’architettura del passato, soprattutto quella sacra, ha creato dei grandi simboli che si offrono alla vista di tutti, ma la cui comprensione non è così scontata, né alla portata di chiunque. Chi sceglie di guardare oltre e dentro la forma, può sorprendersi un giorno nello scoprirsi intento a osservare con altri occhi qualcosa che ha sempre avuto davanti. Come la fontana del Sepale, per esempio, meglio conosciuta come fontana di piazza Fontana Grande. Un’opera monumentale risalente ai primi del 1200, che a ragione può essere considerata una delle più alte espressioni di orgoglio cittadino, nonché autorevole simbolo della città. Una fontana che, passandoci davanti, appare semplicemente per quello che è: una fontana. Ma guardandola con più attenzione, si scovano gli indizi dell’esistenza di un volto più intimo, rintracciabile solo cambiando la visuale di osservazione. E stavolta non si tratta solo di predisporsi ad andare oltre l’apparente, ma di guardarla veramente da un altro punto di vista “fisico”. Perché la fontana del Sepale, il suo volto “segreto”, lo rivela innanzitutto se guardata dall’alto.

L’ha fatto Gianluca di Prospero,  dopo aver intuito, dalla presenza di alcuni simboli disseminati sulla fontana che, forse, questa poteva avere qualcosa in più da dire. Che quella splendida opera di architettura con la funzione di fornire acqua, potesse custodire anche un particolare messaggio. A questo punto è subentrata la collaborazione con il dott. Giovanni Costantini, dichiaratamente massone di lungo corso, che con occhio allenato alla lettura visiva di alcune cose, ha individuato i segnali di un linguaggio conosciuto che l’ha portato a dare il suo contributo ad un’ interpretazione in chiave esoterica della fontana, pubblicata nell’ultimo libro di Gianluca Di Prospero, “Viterbo custode segreta”, edito da Archeoares. Vista dall’alto la fontana del Sepale rivela una geometria chiarissima e frequentemente ricorrente in opere destinate a non rimanere solo ciò che sembrano. Come le chiese, ad esempio. E il richiamo agli elementi architettonici di cui fa largo uso la geometria sacra, è molto visibile sulla fontana, tanto che si fa fatica a pensare che essa sia stata concepita con una valenza esclusivamente funzionale priva di qualunque altro senso intrinseco. Quella della fontana del Sepale è una geometria, peraltro, unita a innumerevoli altri simboli, molto precisa. Proprio come avviene spesso nelle chiese. Vista dall’alto appare chiara: “una base a forma di croce greca o croce quadrata” è scritto nel libro. Forma geometrica ricalcata fedelmente anche dalla scalinata che sale verso l’alto e porta, in modo non casuale, al centro. E al centro la fontana del Sepale, con i due ultimi livelli sovrapposti, si schiude in un fiore di otto petali. Forse una rosa? Le incisioni di fiori ricorrono, peraltro, un po’ su tutta la fontana. La Croce e la Rosa, dunque, potrebbe essere un’interpretazione più che plausibile. A chiunque abbia una minima conoscenza in questo campo, già questi pochi elementi basterebbero per capire la forte valenza simbolica rivelata da questa fontana, la cui architettura, guidata dall’acqua, simbolo di vita e di rigenerazione, si evolve verso l’alto, lungo tre piani, quanti sono i livelli dell’essere: fisico, emozionale/psichico e mentale/spirituale, tramutando una forma quadrata, che simboleggia il terreno e la materia, in una circolare, rappresentante il Divino, data dai due livelli di vasche superiori.

Non è la prima volta che viene affidata all’acqua la funzione di elemento guida in un percorso esoterico sapienzale. Basta spostarsi nella vicina Villa Lante, nella fontana dei Mori. L’acqua, nell’esoterismo, è un elemento sottile che sotto forma di vapore sale verso il cielo e si impregna delle energie astrali, per poi riversarle sulla terra, fecondandola con l’energia catturata. Una visione piuttosto comune nel linguaggio ermetico dei parchi rinascimentali. Nella fontana del Sepale l’acqua si muove in una geometria carica di significati, dove il tema centrale, secondo Gianluca di Prospero, diventa l’associazione tra “la Rosa e la Croce”, caratterizzazione sublime, in questo caso, della generica e immancabile sovrapposizione del quadrato e del cerchio. “La Rosa e la Croce sono due simboli strettamente legati all’uomo – è riportato nel libro  – la Croce raffigura la parte materiale, la Rosa quella spirituale. La Rosa formata dalle gocce del sangue di Cristo lentamente si apre e si schiude alla luce del divino e della conoscenza”. Conosciuta è l’associazione tra la Rosa e il Santo Graal. Così come è risaputo che la Rosa e la Croce siano notoriamente l’emblema dei Rosacroce.

“Considerata la datazione della fontana – si spiega nel libro di Di Prospero – la fondazione nel XV secolo del movimento rosacrociano ad opera di Christian Rosenkreutz (1378 – 1484) farebbe escludere un’ ipotesi di stretta e diretta derivazione della fontana dai Rosacroce. Il simbolo, però, era già codificato iconograficamente nell’VIII secolo D.C. sia dalla croce di Muiredach in Inghilterra sia da ciò che emerge su un bassorilievo dell’altare detto del duca longobardo Ratchis, conservato al museo cristiano di Cividale del Friuli datato 737-744. Simbolo rintracciabile, peraltro, anche in un luogo vicinissimo a noi: sul portale dell’abbazia cistercense di San Martino al Cimino a Viterbo”. La fontana potrebbe essere stata, quindi, influenzata da “queste opere preesistenti o anche da Bernardo da Villanova (1235-1315) con gli scritti del suo Rosarium Filosoforum”. Ipotesi per nulla surreale, visto che in passato Viterbo fu un cantiere molto importante e soprattutto aperto alle influenze anche europee come testimoniano molte chiese, frutto di maestranze molto attive e ricettive agli influssi addirittura stranieri e spesso destinatarie di committenze importanti. Spostando l’analisi dalla forma geometrica nel suo complesso ai simboli disseminati lungo la fontana in una quantità veramente considerevole, la lettura in chiave esoterica offre altrettanti spunti di riflessione. Il simbolo, forse più controverso, appare la strana figura che, secondo Costantini, sarebbe un asino al galoppo con la scritta DO-SA-NE, con le prime due sillabe traducibili in Dona Salute. Resterebbe indecifrabile il significato della terza. L’asino, che per alcuni storici locali sarebbe, invece, un cerbiatto, ha un “significato esoterico ambivalente”si spiega nel libro: “da un lato simboleggia l’oscurità e le forze sataniche, mentre nell’esoterismo israelitico è  ignoranza e impostura”. Non dimentichiamo però l’immagine “positiva dell’asino del presepio come fonte di calore e, quindi, di vicinanza dell’uomo, o anche l’asino in groppa al quale Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme”. Lungo la fontana è un ripetersi di figure di lupi, leoni, orsi e gatti, rintracciabili spesso nei capitelli delle chiese, così come il fusto della fontana richiama chiaramente una colonna con un capitello puntellato da due ordini di foglie d’acanto “simboleggianti, esotericamente, il trionfo sulle difficoltà incontrate dai grandi uomini nelle loro imprese. Altre colonnine di stile corinzio sono rintracciabili agli angoli della cornice della vasca con capitelli che richiamano ancora quelli di altri monumenti della città soprattutto la chiesa di Santa Maria Nuova e il chiostro della chiesa di Santa Maria della Verità”. Ma ciò che tradirebbe il fine esoterico del committente dell’opera sarebbero “gli obelischi sostituiti nel 1827 alle teste di leone consunte dall’acqua e dagli agenti atmosferici, simboli nati nell’antico Egitto raffiguranti il Dio Sole (RA) creatore dell’umanità e dispensatore di vita”. Piccoli obelischi che, secondo Costantini, “richiamerebbero le colonne Jachin e Boaz costruite all’ingresso del tempio di Salomone, utilizzate per delimitare il confine tra il luogo profano e quello sacro valicabile solo dagli iniziati. Una separazione presente anche nelle chiese dove la parte riservata ai sacerdoti è separata rispetto a quella destinata al popolo”. Scendendo a un livello di dettaglio più accurato, un massone come Costantini non può fare a meno di notare la raffigurazione di un “pavimento a rombi”. Quello formato da quadrati rappresenterebbe, secondo questa interpretazione “ lo sviluppo al primo livello di conoscenza, piano orizzontale, nella scala che si ascende nel tentativo di passare ai piani più alti, mentre il pavimento a rombi rappresenta il terzo grado di apprendimento, quello dei maestri che si sviluppa sul piano verticale”. Una lettura che pare trovare un rafforzamento nella presenza di tratti, altrimenti inspiegabili,  che interrompono i vertici dei rombi, interpretati da Costantini, come le “soste obbligate da fare, dovute alla difficoltà del cammino e alla necessità di fermarsi per riposare la mente  e lo spirito”. E, infine, nonostante la sua funzione esplicita di raccogliere acqua che sgorga dalla fontana, un massone non può non vedere in quel canale di contenimento che corre lungo il primo gradino “il sentiero dell’acqua”, uno dei viaggi di purificazione dell’iniziato, che segnano il principio del suo cammino verso la conoscenza. Certo è che la Fontana del Sepale offre una vera e propria foresta di simboli, dove ciascuno, con una bella dose di curiosità e pazienza, e secondo la propria sensibilità, potrà addentrarsi per trovare il proprio sentiero/pensiero personale.

 

Tiziana Mancinelli

info@quintaepoca.it

 

*Foto gentilmente concesse dall’autore dell’opera.

 

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.