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Lo  Stendardo di Mattia Preti torna all’abbazia di San Martino al Cimino, la presentazione tra grande partecipazione di pubblico

Lo Stendardo di Mattia Preti torna all’abbazia di San Martino al Cimino, la presentazione tra grande partecipazione di pubblico

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Lo stendardo di Mattia Preti (Taverna 1613 – La Valletta 1699), ritorna nella maestosa abbazia gotico cistercense di San Martino al Cimino, dove proprio ieri è stata presentata in un incontro che ha registrato una grande partecipazione di pubblico e ha visto la presenza di alcune delle maggiori figure istituzionali locali.\r\n\r\nSeduto tra i banchi della chiesa il deputato Giuseppe Fioroni (Pd), il sindaco di Viterbo, Leonardo Michelini, la vice Luisa Ciambella, l’assessore alla Cultura del Comune di Viterbo, Antonio Delli Iaconi, il consigliere regionale, Riccardo Valentini, il presidente della Fondazione Carivit, Mario Brutti.\r\n\r\nLo stendardo fu realizzato a Roma dal noto pittore calabrese  tra il 1649 e il 1650 e destinato all’Oratorio della Compagnia del SS. Sacramento dell’attuale abbazia di San Martino al Cimino per essere utilizzato nelle cerimonie dell’anno giubilare 1650 indetto da Papa Innocenzo X Pamphilj (1644 – 1655).\r\n\r\nIl vessillo fu commissionato da Donna Olimpia Maidalchini Pamphilj (1591 – 1657) investita nel 1645 dallo stesso papa, suo cognato, Innocenzo X, del titolo di Principessa di San Martino al Cimino. Coincidenza vuole che proprio in un altro Anno Giubilare, il Giubileo della Misericordia, lo stendardo sia stato restaurato.\r\n\r\n“Il “Cavalier Calabrese” Mattia Preti ci riporta a casa Gesù – dice Don Bonaventura Pulcini, parroco dell’abbazia – “volto della misericordia del Padre: dalla ferita aperta del Risorto, sgorga sangue di salvezza; e ci riporta il “Cavalier Martino”, il santo della carità, che condivide con il povero il proprio mantello. Questo per San Martino è l’inizio di un anno diverso, perché la gioia che ci dona Cristo deve sprizzare dalla nostra vita. Tuffarsi in quel flusso di sangue è rigenerarsi, per entrare nella comunione con Cristo; solo allora, come Martino, riusciremo a condividere con il fratello che si è allontanato, non solo le nostre cose, ma il meglio di noi stessi, per contagiare positivamente il mondo che ci circonda”. Don Bonaventura ringrazia poi: “il Direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini e Galleria Corsini, e al dott. Giorgio Leone per aver, tramite il restauro, reso più belle le due opere che accrescono il nostro patrimonio artistico e ci stimolano  a compiere un cammino di Fede e Amore. Due opere che nel tempo diventano tre con la presentazione della tela di foderatura e hanno la forza di farsi ammirare ma anche di cambiare vita”.\r\n\r\nL’attuale intervento di restauro del Gonfalone (concluso nel 2017), ideato dal grande studioso calabrese Giorgio Leone e posto sotto l’Alta Sorveglianza di Giannino Tiziani, è stato proficuamente realizzato da Elda Nerina Mariotti e Roberta Nadali e pubblicato nel volume dal titolo Il restauro dello Stendardo Giubilare di Mattia Preti per l’abbazia di San Martino al Cimino  a cura di Tullia Carratù. Parziali indagini diagnostiche sono state condotte da Caterina Bagnato e Maria Beatrice De Ruggieri e inserite nella stessa pubblicazione.\r\n\r\nLa storia dello stendardo e del suo restauro è riportata accanto all’opera collocata nel transetto sinistro dell’abbazia.\r\n\r\n“Sulla faccia principale del Gonfalone – si legge – è raffigurata la famosa scena dell’Elemosina di San Martino e su retro campeggia la sofferta immagine del Sangue di Cristo o Salvator Mundi. Nel primo dipinto il giovane soldato Martino, a cavallo di un nobile destriero, si china a donare generosamente parte del suo mantello a un mendicante seminudo, che si rivelerà essere Cristo stesso. Si è inteso, così, celebrare la figura storica del Santo Tours titolare della cittadina viterbese e ricordare gli scopi assistenzialie  caritativi della Compagnia. Due grandi stemmi araldici sostenuti da deliziosi angioletti, quello di papa Innocenzo X Pamphilj in alto, e quello principesco di Olimpia Maidalchini – Pamphilj, in basso, colmano con eleganza lo spazio della composizione e alludono simbolicamente alla recente donazione papale. Lo stile pittorico ed esuberante dell’artista, cromaticamente vivace e dinamico, tradisce l’influenza della pittura barocca di Pietro Paolo Rubens.\r\n\r\nSul retro, l’immagine commovente del Sangue di Cristo o Salvator Mundi recupera la complessa iconografia dell’Imago Pietatis o Vir dolorum di origine bizantina, utilizzata come figura sacra canonica dalle confraternie del SS. Sacramento all’interno della nuova spiritualità postridentina di matrice pietistica e devota. Cristo vivo, con il suo glorioso corpo incorrotto, mostra con dolore e triste rassegnazione i segni patetici della Passione, Morte in croce e Resurrezione e, come Eucarestia, si offre quale strumento della Redenzione e della salvezza dell’uomo. Prevale in questa potente icona del Salvatore uno stile pittorico severo, meditativo e ispirato alla pittura di Guido Reni e del Guercino, giocato tutto sul contrasto cromatico ed emotivo tra il tono scuro dello sfondo e l’apparizione soprannaturale e abbagliane di Cristo. Il vessillo andò soggetto a un rapido degrado a seguito del suo uso ripetuto in occasione delle uscite pubbliche della compagnia, cui si cercò di rimediare con continui interventi di riparazione e manutenzione documentati già a partire dal 1699.\r\n\r\nEntro la prima metà del ‘700 si decise, infine, di trasformarlo in una pala d’altare, adattandolo entro una ricca cornice tardo – barocca donata dal Principe Girolamo Pamphilj (1678 – 1760) divenendo così la principale immagine di culto dell’abbazia. In occasione di questo adattamento, la faccia posteriore dello stendardo fu coperta da una tela di foderatura, esposta oggi nella cornice tardo – barocca sull’altare laterale sinistro, recuperata nel corso dell’intervento di restauro concluso nel 1985 che ha restituito al Gonfalone il suo formato originale.\r\n\r\nLa tela di foderatura, a seguito dello strappo, ha conservato impressa specularmente l’immagine del Sangue  di Cristo o Salvator Mundi. Essa è stata restaurata nel 2016 da Rossano Pizzinelli sotto la direzione di Giannino Tiziani”.

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Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.