Viterbo, 9 novembre 2020 – Gigi Proietti e Giorgio Capitani se ne sono andati, ma il maresciallo Rocca: no. Lui resta. Anche se le riprese sono finite. Anche se gli uomini sono passati. La storia rimane. Non è questa l’immortalità dell’arte? Il “Maresciallo Rocca” non è schiavo del logorio del tempo, e in quella figura che non tramonta con il trascorrere dei giorni, ricevono la loro

immortalità coloro che, invece, sono andati, e che hanno creato il suo personaggio. I vicoli di Viterbo restano a parlare dell’intrepido uomo in divisa. Di lui. E di loro. Di Gigi Proietti, di Giorgio Capitani. La città è lo scrigno privilegiato dell’eco delle loro voci. Del loro sentire. Del loro esprimersi nell’alta forma dell’arte. Del loro grande genio. E la città è pronta a riconsegnarlo, a chi deciderà di udirlo ancora, tra i vicoli, sulle piazze, andando a ricercare negli scorci del centro storico il maresciallo Rocca, magari dopo aver rivisto qualche puntata. La città diventa memoria. E lo fa grazie a un grande dono da parte di Gigi Proietti e Giorgio Capitani che l’hanno scelta per il set della celebre serie tv. Il tributo da parte della città a questi due grandi del cinema e della televisione italiana, era dovuto. Viterbo non si è tirata indietro, a cominciare dal riconoscimento

della cittadinanza onoraria a Capitani e Proietti qualche anno fa. La recente scomparsa di quest’ultimo, è stata l’occasione per ricordare il grande contributo di popolarità e di immagine dato alla città dalla popolare produzione televisiva. Dopo la proiezione della gigantografia luminosa di Gigi Proietti sulle mura di Palazzo papale, stamattina la messa alla Quercia, nella splendida basilica che ha accolto alcune scene della celebre serie andata in onda sulla Rai dal 1996 al 2005, superando i 10 mila spettatori, e accostata a grandi serial polizieschi americani come “CSI – Scena del Crimine”; “l’Ispettore Derrick“; “Law & Order, i due volti della giustizia”. Alla celebrazione religiosa hanno assistito la moglie di Giorgio Capitani, Simona Tartaglia, la moglie di Gigi Proietti, Veronica Pivetti, e alcuni degli attori della serie: Massimiliano Virgili, Paolo Gasperini, Massimiliano Pazzaglia, Angelo Sironi. Tutti con un ricordo commosso di Proietti e Capitani a Viterbo, durante le riprese. «Una grande famiglia», ha detto Simona Tartaglia, riferita all’ambiente che si era venuto a creare in quei mesi di produzione nella Tuscia. Troppo commossa, invece, per parlare, la moglie di Gigi, Veronica Pivetti, quasi irriconoscibile dietro alla mascherina e agli occhiali specchiati da sole. Il suo

viso compare solo un attimo, il tempo di asciugarsi le lacrime, e lasciare scoperto un lampo espressivo di profonda sofferenza. Commoventi e profonde le parole di don Massimiliano Balsi: «Grazie a queste due persone per ciò che hanno offerto con la loro vita e la loro arte. Li ringraziamo anche per aver saputo cogliere il significato più vero e più bello della nostra città e farlo conoscere – ha detto durante la messa -. Riguardo a quelle riprese ricordo Giorgio Capitani dire che cercavano una città che fosse capace di restituire la bellezza di un luogo, di uno spazio fatto anche di relazioni». Capitani scelse Viterbo, nel lavoro e nella vita, dove si stabilì, a riprova del suo autentico gradimento per questa città. Nelle esistenze di Proietti e Capitani, il parroco della Quercia coglie un senso delicato e dirompente: «Il messaggio di questi due personaggi che hanno saputo donare il loro talento, è quello di una vita che si realizza nel servizio all’uomo. Coscienti di ciò che siamo e ciò che possiamo essere, gli uni accanto agli altri. Ed ecco un messaggio al monologo di Gigi nel film “La vita che vorrei” che ci consegna il significato della sua arte e del suo vivere in mezzo a noi». Nella monumentale basilica della Quercia risuonano quelle parole, il suo testamento all’umanità: «Di solito i vincitori non sono mai così interessanti, le loro parabole si assomigliano tutte, hanno sempre a che fare con l’ uso di superlativi, cori di adulatori, narcisismi imprevedibili. La vita certamente è sempre più difficile per chi non salirà sul podio. Ma non per questo rinuncerà a viverla, e a ben vedere, è proprio negli affanni del quotidiano, di un’esistenza normale, che si misura il senso più autentico del nostro cammino comune. Un uomo che cade, offre la possibilità di tendergli una mano, colui che cerca una strada, la possibilità di aiutare a trovarla, e così noi, tutti noi, a seconda delle circostanze, siamo colui che cade e la mano che lo afferra, quello che cerca una direzione e
il dito che gliela indica. Nessuno basta a se stesso. Scendere dal podio, spostarsi dal centro della scena, è il primo antidoto contro gli orrori della storia. Ogni premio, riconoscimento individuale, non ha senso se non è frutto di una condivisione. Ogni vita si sa, è piena di sventure, ma anche di infinita bellezza e il nostro non può che essere un gioco di squadra». Durante la celebrazione sono arrivate anche le parole commosse del sindaco, Giovanni Arena: «In questi giorni non si è parlato altro – ha detto – Gigi e le sue innumerevoli performance nel corso degli anni. Come sindaco ringrazio per quello che hanno dato alla città questi due grandi artisti – dice riguardo a Capitani e Proietti -. Hanno fatto più loro in promozione, che altri in decine di anni. Nel periodo della serie – ha proseguito il sindaco – i tantissimi turisti non chiedevano del Palazzo papale, ma della caserma del maresciallo Rocca, della farmacia della Sandrelli, della casa in cui abitava. La produzione ha avuto risonanza nazionale e internazionale». 



