Viterbo, 21 agosto 2023 – Se il prossimo anno una donna dovesse presentarsi alla ex chiesa della Pace e superasse la prova di portata, non ci sarebbero motivi per cui non potrebbe aspirare a diventare facchino. Lo dice lo statuto del 1978 del Sodalizio che richiede solo un limite di età compreso tra ai 18 e i 35 anni senza null’altro specificare riguardo al genere e alla nazionalità che, qualora fossero stati introdotti come discriminante, avrebbero costituito un’ombra imbarazzante sul legittimo progresso verso il riconoscimento della pari dignità di ogni individuo. Tuttavia, nonostante nulla impedisca alle donne di diventare facchino, nessuna, finora, si è presentata, forse perché il facchino è una figura che si definisce apparentemente sull’unico requisito della forza, e non di quelle comuni, come sta a testimoniare l’imponente macchina che con le sue dimensioni sottolinea l’impresa sovrumana di chi sta sotto. Insomma la narrazione del facchino esalta lo stereotipo della forza bruta, sovrannaturale, di chi quella sera appare come un super eroe. Un quadro che, forse, non invoglia le donne a entrarne a far parte. Visto, però, lo sdoganamento della figura femminile in quelle professioni dove la loro presenza pareva impensabile, anche la prima donna facchino potrebbe essere solo una questione di tempo, come hanno dimostrato proprio quest’anno i primi ingressi di alcune bambine tra i mini facchini del comitato centro storico. Qualcuno potrebbe obiettare che il Trasporto è una “tradizione” di soli uomini. Ma cos’è la tradizione? La Treccani la definisce: “Trasmissione nel tempo, di generazione in generazione, di consuetudini, usi e costumi, modelli e norme”. Ma non sta scritto da nessuna parte che questo bagaglio debba restare immutato e che ogni generazione non sia chiamata a scrivere il proprio personale contributo che diventerà tradizione per quelle di domani. Anzi: è vero il contrario. “La tradizione non consiste nel mantenere le ceneri ma nel mantenere viva una fiamma”, scriveva Jean Jaures in riferimento al fatto che la tradizione deve avere il carattere della continuità, che si assicura finché la comunità che la ospita la sentirà rappresentativa delle proprie origini e del proprio cammino storico. È qual è il futuro di una tradizione che resta ferma, mentre i tempi avanzano e le comunità cambiano? Probabilmente, come dice Jaures, solo ceneri. La stessa tradizione di santa Rosa nel tempo è mutata. Non c’è più traccia, ad esempio, di quel piccolo baldacchino che ricorda la traslazione del corpo della santa dalla chiesa di Santa Maria in Poggio (Crocetta) al monastero di Santa Rosa che ha lasciato il posto a macchine sempre più alte fino ad arrivare agli attuali 30 metri. Lo stesso percorso con l’introduzione del tratto di via Marconi, rappresenta un cambiamento nella tradizione, così come lo è stato quello di introdurre la divisa del facchino, la costituzione del Sodalizio, e tanti altri. Una tradizione, non va dimenticato, che narra proprio della straordinarietà di una donna, dalla costituzione esile e precaria, che ebbe il coraggio di partecipare alla difesa della sua città. Riguardo alla presenza del gentil sesso in formazione il Sodalizio ha le idee chiare: “Lo statuto del 1978 dice che sono ammessi al Trasporto coloro che hanno compiuto 18 anni e non hanno superato i 35 – informa il presidente Massimo Mecarini – Non è specificato maschio, femmina, viterbese o non. È ovvio che poi dovranno superare la prova di portata. Ma se una donna ci riesce, sarà ammessa al trasporto come tutti gli altri, a seconda delle esigenze. Finora non si è presentata nessuna donna, noi saremmo contenti di averne una. Non vediamo alcun problema in merito”. Anche per il capofacchino Sandro Rossi avere tra le fila una donna non è un tabù: “Fisicamente è fattibile – dice – che una donna riesca a portare sulle spalle 150 chili. Da noi ci sono ragazzi che pesano 60 chili e li portano. Sarebbe una bella novità avere una donna facchino. Per una donna superare la prova di portata sarà più difficile, ma non impossibile”.