Home Cultura Santa Rosa: il grande quadro di famiglia di un’intera città in ogni sua epoca.
Santa Rosa: il grande quadro di famiglia di un’intera città in ogni sua epoca.

Santa Rosa: il grande quadro di famiglia di un’intera città in ogni sua epoca.

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ViterboTrasporto Santa Rosa: un grande quadro di famiglia che abbraccia tutta la città senza barriere di tempo. C’è un papà che, 50 anni fa, confeziona la sua fascia da facchino  prendendo quella del suo bambino neonato e rivestendola con una fodera rossa. Ce n’è un altro, oggi, che assiste alla vestizione da facchino del suo piccolo, aiutato dalla sorellina, e in quella scena rivede la sua di quando era bambino. C’è un figlio che riprende dal cassetto il sogno del padre di realizzare la Macchina di santa Rosa, e lo fa vivere, concretizzando uno dei suoi disegni in una magnifica mini macchina. C’è un bambino facchino che poco prima del Trasporto ha un attacco di appendicite e deve lasciare i “fratelli” dal fazzoletto bianco per andare in ospedale. Entrerà in sala operatoria abbracciato al suo ciuffo che il capo facchino gli ha consentito “eccezionalmente” di portare con sé. Sono storie, su storie, di una lunga catena. Storie di tutti  giorni, intorno a quel 3. Settembre. Giorni non comuni, perché in questo “tempo”, senza tempo, in cui il passato e il presente vivono nello stesso istante, il cuore grida più forte in un intreccio di voci in una corale di emozioni. Di padre, in figlio, da viterbese a viterbese. Ogni piccolo pezzetto della storia di ognuno, crea una narrazione più grande, scolpita in quella spirale che si alza su verso il cielo, piano dopo piano, ogni anello della catena, sembra volersi spingere fin sopra il cielo, e da  lì offrire un sostegno terreno a Rosa, perché possa scendere sulla stessa linea del sole che sorge e tramonta immutabile e pietoso come il suo sguardo su quel suo popolo che la sorregge. La forza della tradizione che vive e scorre nelle vene della terra di Tuscia è questa. È un affresco di grande umanità che scava nelle cavità più profonde dello spirito, e  si ritrova in quella figura bianca che sfila illuminando la notte, riuscendo incredibilmente a narrare tutto ciò in quello spettacolo che incanta e che dura solo l’istante del suo passaggio. La memoria storica del mondo di Rosa vive e sopravvive soprattutto nelle persone che ne fanno parte. Una di queste è sicuramente Claudio Graziotti ex facchino rimasto a supporto del Sodalizio. Perché una volta che hai indossato quella divisa, anche se te la togli, ti resta dentro. Claudio Graziotti detto Lolli è stato facchino dal 1968 fino alla macchina di Ioppolo  e ora che non lo è più fa ancora parte di questo mondo. “Io metto le zeppe sotto i cavalletti – dice – quando la macchina cammina controllo che il cavalletto sia in pari con il livello del terreno.  Ho iniziato a fare il facchino  nel 1968 e l’ultima macchina che ho portato è stata Armonia Celeste di Ioppolo. Sono stato ciuffo sempre al numero 44. Ho iniziato alle leve, poi spalletta. Prima, però, in questi ruoli ci si stava poco perché i facchini non erano tanti.  Molti lavoravano al consorzio, caricavamo e scaricavamo camion. Faticavano parecchio”. La prova di portata, per i facchini di un tempo, a volte era all’ordine del giorno. Essa, però, era anche prevista all’ingresso in formazione. “Consisteva nel tirare su un peso di 100 chili – ricorda Lolli –  lo posavi e la prova era finita. Dopo il fermo della macchina nel 1967, però,  si sono inventati la cassetta. Era posizionata su due tubi di ferro. Non c’era il cavalletto che c’è ora. Appena entravi alla chiesa della Pace –  racconta Lolli – la trovavi sulla destra. La prendevi su, due facchini, uno di qua e uno di là, ti affiancavano per non farti sbilanciare. Come accade oggi anche allora si facevano tre giri”. La chiesa della Pace era quasi la casa dei facchini. Si faceva tutto lì. Non solo la prova, ma anche la macchina veniva costruita in questo luogo. “I pezzi di Volo degli Angeli furono realizzati lì, così come quelli di Spirale di Fede. Con Armonia Celeste, invece, si portò tutto al capannone”, spiega Graziotti. Dopo tanti anni di storia e, quindi, di esperienza acquisita, oggi il Trasporto e la costruzione della macchina sono un ingranaggio ben collaudato e perfezionato in ogni suo più piccolo meccanismo. All’inizio però tante cose erano fatte in modo più “casereccio”. “Prima della fondazione del Sodalizio – ricorda Lolli – il costruttore comandava la macchina. Decideva la formazione. Faceva tutto lui. Quando abbiamo creato il Sodalizio, non avevamo una lira. Abbiamo iniziato senza soldi. Ci dividevamo le lettere delle convocazioni da consegnare ai facchini per non pagare i francobolli. Ognuno faceva il suo quartiere. Io abitavo al Pilastro, il più popoloso, ed ero quello che aveva sempre più lettere di tutti. Poi le cose hanno iniziato ad aggiustarsi. Abbiamo avuto la sede a San Pellegrino, anche se per ottenere la chiave, abbiamo dovuto occupare il Comune. Non avevamo nemmeno le divise. Uno era vestito in un modo, uno in un altro. Io portavo i pantaloni di mio padre. Mia madre che faceva la sarta li utilizzò come modello per farli anche agli altri. Prima eri facchino, ma aiutavi anche a fare la macchina. Io lavoravo in Comune, quando smettevo andavo alla chiesa della Pace ad aiutare. Nei giorni prima del Trasporto aiutavi anche a portare i pezzi a San Sisto. Ricordo che un giorno portavamo gli angeli sulle spalle. La gente che incontravi ti chiedeva divertita se fosse Carnevale. Quando smetti di fare il facchino ti senti svuotato. Lo era anche mio padre. E io non vedevo l’ora di indossare quella divisa”. Legato alla figura del padre è il ricordo più bello di Lolli: “Fece la sua fascia prendendo la mia da neonato e la foderò con una stoffa rossa”. Un dolce ricordo che si inserisce in tanti altri, molti conservati nel cuore, alcuni appesi al muro della casa di Lolli, disseminati nelle credenze, sulle mensole e sui tavoli.  Un vero museo di targhe, foto, bozzetti, medaglie. Una vita da facchino, in cui a un certo punto si è inserita anche la signora Fernanda che ha iniziato così a condividerne il significato. Da brava cuoca è impegnata ogni anno alle cene dei facchini.

Da figlio a padre, da padre a figlio è un’altra storia  a casa Ascenzi. Raffaele facchino e ideatore delle Macchine Gloria e Ali di Luce è  una delle testimonianza viventi più eclatanti di chi vive dentro a questa tradizione. E proprio in questi giorni, nel calore della sua famiglia, ha aggiunto un altro emozionantissimo episodio: il debutto di suo figlio Silverio come mini facchino nel comitato centro storico. Una scelta, quella del piccolo Ascenzi, naturale come un fiume che sfocia nel mare. “Ci sono degli elementi che hanno accentuato la mia emozione – racconta Raffaele – come vedere Silverio aiutato dalle sorelle e dai cuginetti nel vestirsi da facchino. Le mie facevano lo stesso come me, soprattutto Nicoletta, che era la più attenta”, dice Ascenzi ricordando la sorella scomparsa di recente. E proprio per rafforzare questa continuità della tradizione: “Silverio ha fatto una foto nello stesso punto dove l’ho fatta io”, sottolinea. “Eravamo in campagna da mia madre e appena ha indossato la divisa da facchino, Silverio si è diretto verso la macchina con il passo cadenzato della marcia. È entrato subito nel ruolo. La mitica figura dell’uomo che parte per la battaglia. Ho provato gioia, ma ho versato anche qualche lacrima– confessa Acenzi -.  Ha ripercorso tutte le mie tappe. Mi auguro possa seguire la mia stessa carriera”. Ascenzi, ideatore di Gloria in Excelsis è anche quello che ha dato alla statua della Santa il volto della figlia Elvira: “Ora è cresciuta, ha cinque anni – dice –  ma riconosco ancora il suo profilo in quello della Santa che, frontalmente, ora è sempre più somigliante a mia figlia più piccola, Rosa”. Restando sempre nel diametro di umanità che si irradia dalla spirale di devozione che sostiene Rosa, c’è anche la storia di Luca Di Prospero, figlio di Gianluca, anche lui cresciuto nel segno della tradizione, respirando l’aria di un sogno, quello del padre di disegnare il bozzetto vincente per la realizzazione della macchina di santa Rosa. Un’aspirazione rimasta in un cassetto poi chiuso. Finché non l’ha riaperto proprio Luca, anche ex mini facchino, riprendendo uno di quei disegni e riadattandolo a una struttura più piccola per dare vita a Miracolo di Fede, la mini macchina che ha sfilato quest’anno per la prima volta a Santa Barbara con grande successo. Storie su storie, fili di vita che si intrecciano tra loro e con altri per creare quel magnifico arazzo che è Rosa e la sua Viterbo. Ma anche gesti. Come il mini facchino del Pilastro che poco prima di iniziare il Trasporto ha avuto un attacco di appendicite. Nonostante il dolore è rimasto aggrappato al suo ciuffo. L’ha portato con sé fino alla sala operatoria, mentre gli altri mini facchini portavano a compimento il Trasporto con il pensiero rivolto a lui. Ma c’è anche la storia del cosiddetto “Gufo”, il signore che ogni anno mette un mazzolino di rose rosse sulle transenne che delimitano il cantiere del montaggio della macchina. Ci sono le migliaia di preghiere che ogni anno i fedeli lasciano scritte su un biglietto che poi inseriscono nell’urna che sarà posizionata sulla Macchina. Ognuno di essi è un frammento della moltitudine di vite che in un modo o nell’altro a volte incrociano, altre si intrecciano per sempre al sentiero senza tempo di Rosa. Diventano i fili di una grande tela in cui è impossibile non restare impigliati.

 

Tiziana Mancinelli

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Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.