Home Cultura Templari e alchimia: dove si nasconde il segreto dei cavalieri-iniziati. Uno strano legame con Viterbo.
Templari e alchimia: dove si nasconde il segreto dei cavalieri-iniziati. Uno strano legame con Viterbo.

Templari e alchimia: dove si nasconde il segreto dei cavalieri-iniziati. Uno strano legame con Viterbo.

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 “Storie di Ferragosto” – 14 agosto 2017 – 

 

Da sempre circondati da un alone di impenetrabile mistero, i Templari se ne sono andati lasciando dietro di sé molti interrogativi irrisolti che si sono pian piano trasformati in sentieri di ricerca per gli appassionati del mondo cavalleresco, i suoi ideali, le sue storie intrise di mito e gesta leggendarie.

I Templari erano monaci cavalieri e per questo avevano una duplice formazione, anche se in realtà il primo aspetto si esprimeva più che altro con la recitazione di preghiere e la lettura delle Sacre Scritture. In un interessante contributo di Giulio Malvani si indaga la seconda dimensione, quella cavalleresca, aprendo una finestra su un altro piano, forse proprio quello che l’arricchisce di tutte quelle suggestioni che ne hanno decretato il fascino e l’attrazione sulle generazioni successive, dipingendo il cavaliere templare come un eroe sospeso tra due mondi, quello reale e quello che inizia dove finisce quest’ultimo. A quel tempo, infatti, il guerriero riceveva anche una preparazione “magico sciamanica”, poiché si pensava che il combattimento avvenisse non solo su un piano fisico ma anche su uno “sottile, spirituale”.

Ecco così che il Templare non è più un semplice cavaliere, rozzo e forzuto, ma è qualcosa di più, un eroe capace di stabilire l’altezza della sua statura spirituale all’interno di un mondo valoriale e  magico. Il cavaliere del Tempio porta con sé un mistero insondabile da parte di chi non ne fa parte. E questo è altrettanto vero se fosse confermata la tesi richiamata da Galvani che la particolare “cultura” dei Templari non era di tutti ma, probabilmente, limitata solo a una ristretta “cerchia interna all’Ordine”. L’autore cita contributi secondo cui la dote sapienzale dei Templari possa derivare niente di meno che dalle misteriose conoscenze celtiche o addirittura dei Sufi, i famosi mistici dell’Islam.

Ma addirittura c’era chi ricollegava il mistero dei Templari al terribile “sapere alchemico”. Del resto questo avrebbe spiegato il vertiginoso accumularsi di ricchezze all’interno dell’Ordine, allo stesso ritmo con cui cresceva la sua influenza e il suo potere, che alcuni spiegavano proprio con la padronanza della capacità di mettere in atto operazioni magiche trasmutatorie dei metalli, finalizzate a ottenere oro e argento.

Qualunque sia stato il mistero dei Templari, la natura di ciò che avrebbero trovato presso il Tempio di Salomone per portarlo con sé, proteggerlo e custodirlo, e che forse è stato alla base della loro straordinaria ricchezza e del grande potere ottenuto, da sempre, ci si chiede dove sia finito. Dove hanno nascosto i Templari ciò che li ha resi in un particolare periodo storico così grandi, potenti e invincibili? La risposta alla domanda ha aperto la strada a studi e filoni letterari e romanzeschi di grande successo.

Malvani, dal canto suo, rispolvera un’antica diceria che circolava tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo secondo cui i Templari, “definiti come grandi Iniziati”, “sentendo avvicinarsi la fine dell’Ordine e presagendo la vendicativa distruzione di tutte le loro opere, edifici, scritti, dipinti, sculture ecc., avrebbero pensato di affidare la conservazione delle loro dottrine segrete ad un gioco di carte, da dare in mano al popolo rozzo e ignorante”.

“Affidiamo al vizio del gioco – avrebbero detto – la conservazione dei Semi della Virtù, nei quali è contenuta la certezza della Salvezza e del Bene del Mondo; affidiamo al vizio del gioco il nostro più mirabile segreto, la nostra più preziosa ricchezza, poiché essa sarà qui più sicura che altrove, ed i saggi dei tempi a venire sapranno certamente comprenderla e gustarne i preziosi frutti”. E così, secondo questi scritti, i Templari affidarono il loro segreto ai “tarocchi”.

Alla luce di questo racconto, è interessante riprendere lo studio fatto dalla ceramista Cinzia Chiulli proprio sui tarocchi: “La prima città in Italia in cui entrano le carte dei Tarocchi è Viterbo. Lo storico Giovanni Coveluzzo nel 1379 afferma che ‘fu recato in Viterbo il gioco delle carte, che in saracino parlare si chiama Nayb’. Stando alle note furono i soldati che tornavano dalle Crociate a condurre con sé tali carte”.

Viterbo è notoriamente una città dove la presenza templare è stata significativa e profonda, con un ruolo di primo piano in alcuni momenti cruciali della storia dei cavalieri del Tempio. E ora si scopre che la Città dei Papi avrebbe anche un legame particolare con i Tarocchi, che a sua volta, nel racconto riportato da Malvani, potrebbero essere il “luogo” dove i Templari hanno nascosto il loro segreto più importante. Un sorprendente “gioco” di associazioni e incastri. Ma attenzione, in fondo al mistero, potrebbe nascondersi qualcosa di ben più grande della capacità di “trasmutare i metalli”. E chi cercasse il segreto per ottenere con poco sforzo oro e argento, potrebbe trovarsi di fronte imprese molto meno materialiste e più impegnative: l’alchimia dei Templari.

 

Tiziana Mancinelli

info@quintaepoca.it

 

leggi anche: I Templari e il Dio delle opposte schiere: gli arcani poteri in battaglia 

Tratto da: “Della Sapienzialità templare” di Giulio Malvani. Ed. Penne e Papiri.

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.