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I Templari e il “Dio delle opposte schiere”: gli arcani poteri in battaglia

I Templari e il “Dio delle opposte schiere”: gli arcani poteri in battaglia

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Storie di Ferragosto – 15 agosto 2017

 

Il momento in cui il cavaliere templare viveva la sua dimensione magico – spirituale era senz’altro il combattimento. Un po’ monaco e un po’ guerriero, si preparava allo scontro con il nemico prima di tutti su un piano meditativo. Nella battaglia non cercava la vittoria, ma la prova che gli avrebbe consentito di dimostrare il proprio valore. La morte diventava il coronamento delle sue imprese, la vicenda che lo portava vicino al Dio morto sulla croce. La morte in battaglia si spogliava delle sue vesti lugubre e appariva per quello che era: una porta spalancata sull’eternità.  In tutto questo “gli infedeli” non erano nemici, ma solo degli “opposti”, attraverso i quali il Templare affrontava una prova con sé stesso per affermare il proprio valore. Tutto ciò che il Templare portava con sé in battaglia era denso di simbolismo: il cavallo, l’armatura, le armi.

Le armi nel Medioevo non erano considerate dei semplici oggetti, ma degli esseri viventi. Portavano con sé una carica magica che conferiva loro un certo discernimento e un ruolo attivo nella battaglia tra il bene e il male. Ma da dove arrivavano alle armi questi poteri? Certamente dai fabbri e dagli artigiani che le avevano forgiate, così come gli antenati che le avevano impugnate, o le dame che nel corso del rituale di investitura le consegnavano ai cavalieri. Ma erano soprattutto quest’ultimi a trasferire alle loro armi, la spada per eccellenza, la loro energia. Lo facevano con le preghiere e dedicando ad esse tutte le cure necessarie, affinché rimanessero affilate e lucenti. Se si guarda al Liber ad Milites Templi – De laude novae militiae di San Bernardo di Chiaravalle, nonché al Libre del Orde de Cavalleria di Raimondo Lullo, si può scoprire molto sul particolare rapporto tra il cavaliere templare e le sue armi e di come, in battaglia, si viveva una vicenda profondamente spirituale.

Mentre si vestiva per affrontare lo scontro, il cavaliere meditava e pregava per distaccarsi dal pensiero del mondo e delle sue preoccupazioni. I templari “parlavano” con le loro armi con dolcezza e amore per entrare in sintonia con il loro arcano potere e avere il loro aiuto in battaglia, dove l’arma era chiamata a mettere in pratica la volontà del cavaliere. I rituali dei cavalieri del tempio affondavano spesso le loro radici nel sapere pagano che concepiva la natura come un essere vivente al quale ogni uomo era legato indissolubilmente. Il bagliore della spada, in particolare, simboleggiava il valore e la purezza del cavaliere. Se fosse caduto nello scontro, l’arma accanto a lui, sarebbe rimasta a testimoniare con la sua luce splendente il suo valore. Rifuggivano oro e fronzoli. Armi e corazza erano di puro ferro, lo stesso che aveva trafitto Gesù Cristo sulla croce.  Si distinguevano così dalla cavalleria che San Bernardo da Chiaravalle definiva: “malizia, non milizia”, coloro che “peccano mortalmente quando uccidono e muoiono di morte eterna se vengono uccisi”. I poveri cavalieri di Cristo desideravano solo ricordare Cristo, la cui morte fu scandita da gelido, semplice e feroce ferro: i chiodi gli trafissero mani e piedi sulla croce, e una lancia gli spaccò il costato. Nel ferro era la gloria e il destino del cavaliere templare.  Anche la sua armatura aveva un profondo significato simbolico. Il giaco di ferro era una barriera contro i vizi e gli errori. I calzari di ferro lo preservavano dalle insidie del demonio durante i suoi passi. Il cingolo che indossava il templare, serviva per impedire che gli influssi inferiori, soprattutto gli impulsi sessuali e la paura che poteva paralizzare il può coraggioso cavaliere, potessero risalire dal basso e giungere a contaminare il cuore. Ai cavalieri di Cristo veniva chiesto di uccidere senza peccare. E ciò avveniva solo se il cuore era assolutamente puro (omnia munda mundis: tutto è puro per i puri).  Per questo trascorrevano molte ore in preghiera. La spada per loro indicava la via della croce, del supremo sacrifico: la via della spada, solo tramite questo sentiero si poteva accedere al regno celeste. La spada rappresentava per il templare giustizia e castità, e molto altro. La pulizia dell’arma non veniva mai affidata a nessuno, nemmeno a valletti e scudieri. Nessuna mano, eccetto quella del suo cavaliere, la toccava. Si narrava che la spada potesse raccontare a chi si prendeva cura di lei, le imprese a cui aveva preso parte. Si pensava che nelle loro else si usasse conservare gli incantesimi.  La mazza del Templare, invece, veniva vista secondo una visione pagana come il martello di Thor, con cui il dio germanico uccideva i giganti. Con il cristianesimo in essa si individuò il martello con cui furono conficcati i chiodi nella croce. L’elmo era simbolo di invisibilità, invulnerabilità. Esso rappresentava la morte, che assumeva spesso  le sembianze di un volto coperto da un elmo. Ricordava Ade dio greco che incarnava la morte. L’elmo di Cristo, invece, era stato una semplice corona di spine: il vero elmo della vittoria. Lo scudo ricordava il legno della croce, anche per questo molti cavalieri caduti in battaglia venivano riportati indietro, adagiati su di esso, che diventava l’emblema della loro croce e dell’onore conquistato con la morte.

Gli speroni rappresentavano il mezzo con cui il cavaliere templare trasmetteva la sua volontà al cavallo. Era grazie ad essi che venivano sprigionate  le misteriose forze della nobile creatura, che lo conduceva come il vento in una corsa avvolta nell’estasi verso il suo destino di vittoria e morte. Senza il cavallo la forza del cavaliere templare si riduceva della metà. Non tanto dal punto di vista fisico, ma ancora sotto il profilo spirituale. Solo il cavallo poteva infondere nel suo cavaliere il coraggio necessario ad oltrepassare il fiume della morte e arrivare al regno dei cieli. Pochi avrebbero potuto guardare quel confine senza il sostegno morale del loro destriero.

Il motto dell’ordine era “Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo ad gloriam” (Non a noi, oh Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria). Ma qual era il nome di Dio? Quello arcaico e misterioso di Deus Sabaoth: alcuni traducono erroneamente “Dio degli Eserciti“, ma invece vuol dire “Dio delle opposte schiere”. Per capire cosa significhi, bisogna risalire al concetto di dualità che permea ogni visione simbolica del mondo.  Secondo questa Dio è Uno, ma la sua luce è talmente accecante che per manifestarsi all’uomo si scinde in un’infinita molteplicità di coppie, la prima è la tenebra e la luce. Gli opposti diventano così la manifestazione dell’Unità Divina. Tutto è duale nel creato e tutto richiama quindi alla lotta e all’amore. Quest’ultimo può manifestarsi solo attraverso la lotta verso le opposte forze che lo comprimono. Si tratta di una battaglia rivolta innanzitutto verso se stessi. Le opposte schiere erano le infinite coppie di opposti, e tali erano per il templare anche gli eserciti nemici, che lottavano per un Dio che aveva un nome diverso, ma nella sostanza era unico. Nel confronto tra le “opposte schiere” ogni soldato incontrava la prova da affrontare per dimostrare il suo valore, per andare incontro alla morte che lo sublimava a un livello superiore. Era per questo che esistevano gli “opposti”. E il Dio delle opposte schiere guardava con infinito amore i molteplici suoi figli, opposti e diversi. Per questa ragione  il templare non vedeva nel suo avversario un nemico, ma un fratello da affrontare con lealtà e onore, per dare prova di sé.  La battaglia, pertanto, aveva le sue regole: bisognava essere leali verso il nemico, combattere e uccidere mai per un utile personale, non versare mai una goccia di sangue in più del nemico rispetto a quanto necessario.

Nella battaglia contro “l’opposto”, Dio provava la forza del cavaliere, il suo coraggio e la sua nobiltà d’animo. Il Templare restava fedele a Dio anche quando sembrava che stesse premiando le schiere avversarie, poiché gli infedeli non erano i nemici, ma la prova da superare per innalzarsi a un livello spirituale superiore.

 

Tiziana Mancinelli

info@quintaepoca.it

 

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Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.