Tre anni dal terremoto di Amatrice. Quel giorno che la macchina di S.Rosa non voleva “comporsi”.
Amatrice – In questi giorni, tre anni fa, al cantiere di San Sisto, a Porta Romana,l’ultimo pezzo della macchina di santa Rosa non ne voleva proprio sapere di infilarsi al suo posto, sopra il troncone dell’imponente campanile che la sera del tre settembre illumina la città di Viterbo di una luce unica al mondo. Passavano i minuti, le ore, e il braccio meccanico della ditta Fiorillo lottava con quel pezzo ribelle scosso da un’aria inquieta. Fortissime raffiche di vento lo spostavano dai punti in cui doveva essere inserito.Questioni di centimetri. Parti che dovevano combaciare perfettamente prima dell’incastro finale. Che non si riusciva a fare. In molti sono rimasti a fissare la macchina di Santa Rosa, ostinatamente incompleta, per colpa di quel tempo bizzarro. Tanto che alla fine qualcuno, di quelli più scaramantici, iniziò a incupirsi, pensando a qualche segnale nefasto del destino.Chissà. La cronaca racconta che di lì a pochi giorni, il 24 agosto, trecento scosse, la prima e più violenta alle 3,36, spazzarono via interi centri abitati. Quelli più colpiti: Amatrice, Accumuli, Arquata.Con il senno del poi, ripensando a quei pezzi della macchina che non volevano ricomporsi, facile sovrapporre il messaggio che l’ordine naturale delle cose, stava per essere sconvolto.Come accade quando una tragedia si abbatte su un popolo. E quella, di tragedia, squarciò il cuore dell’Italia. Ne uscì un urlo profondo, proprio come la voce lugubre di quelle raffiche di vento in quella giornata bizzarra del montaggio della macchina, quasi fosse finita su una bocca invisibile che urlava il presagio del dolore dei giorni che stavano arrivando. La statua di Santa Rosa, alla fine, fu collocata in cima alla macchina, e il giorno del terremoto, era lì, con quel suo sguardo pietoso rivolto sulla terra a contemplare ancora una volta l’ennesima sofferenza dei tempi terreni delle tragedie umane. Oggi, a tre anni da quelle 300 scosse, si commemorano i 296 morti e l’immane dolore che ha sconvolto l’esistenza anche di chi è rimasto in vita. Le ferite si rimarginano, ma le cicatrici restano. Niente sarà più come prima. Anche se un giorno, qui, tornerà tutto al suo posto. Un giorno che non è ancora arrivato.Sulla sua pagina l’allora sindaco Sergio Pirozzi oggi lo scrive. Lapidario: “Sono passati tre anni, è la prima volta che risento la mia voce in quella notte terribile. Se siamo ancora vivi lo dobbiamo al cuore degli Italiani che non ci hanno mai abbandonato. Sulla mancanza dello Stato sarà la Storia e la coscienza di ognuno a condannare chi non ha fatto e poteva fare“. Il post è accompagnato da un video che racconta l’altra tragedia: il tempo che passa, e scandisce l’inerzia delle istituzioni, cristallizza le macerie nel cuore e sul suolo di quella terra. Dipinge un quadro di solitudine. Ed eccolo, l’altro dramma, quello che non si consuma nei pochi istanti in cui il mondo scompare, cancellato da un gesto folle e violento della terra. Il dramma dei giorni, delle ore, dei minuti, in cui nulla accade più. E tutto resta come quel giorno terribile. I tempi lenti della ricostruzione. Una morte lenta, inferta a chi è scampato a quella violenta e immediata del terremoto. Il video di Pirozzi è fatto su misura per dire questo. Sulle immagini passano le scritte: “24 agosto 2016, 1095 giorni, 26.280 ore, tre governi, tre commissari, 46 miliardi di euro stanziati, stato ricostruzione 4%”. Non può esserci memoria se non si onora il ricordo con la ricostruzione”. Benvenuti ad Amatrice 2016-2019.
Tiziana Mancinelli
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