Fiumi di latte in strada, pastori in rivolta: “Non si campa più. Ci difendiamo da soli. Abbandonati dalle associazioni”.
Viterbo – “Il latte non vale più niente, venderlo è come buttarlo”. E così centinaia di pastori in questi giorni hanno tradotto questo drammatico pensiero diffuso, gettando per le strade il proprio latte. Un gesto di forte dissenso. Un grido di dolore che si trasforma nello sfregio del latte gettato in strada. Ma la ferita inferta all’agricoltura è terribile. La protesta oggi è esplosa anche nella Tuscia. Al piazzale del Riello si sono dati appuntamento stamattina circa duecento persone tra pastori, allevatori, agricoltori. “Lavoriamo per la gloria”, dice uno di loro mentre protesta a squarciagola, scuotendo un grosso campanaccio con indosso una maglietta con su scritto “no latte sotto un euro“, al centro di un piazzale diventato completamente bianco, aggredito da fiumi di latte arrabbiati che escono dalle centinaia di contenitori capovolti sull’asfalto dai pastori arrivati a protestare. Circa duecento persone. Non solo uomini, ma anche donne, bambini. Famiglie. Quelle che lavorano e sopravvivono grazie alla campagna. Anche se farlo, ormai, è diventata un’impresa. Sempre più ardua.
“Siamo fermi ai prezzi di trent’anni fa“, dice un giovanissimo agricoltore “così non c’è futuro. E, infatti, oggi a gettare il latte in strada non ci siamo solo noi, ma anche i nostri bambini“. Mentre i pastori battono ripetutamente e fragorosamente i coperchi sopra i contenitori rimasti vuoti dopo aver versato il latte in terra, uno di loro prende il megafono in mano e si rivolge alla piazza che grida, urla, monta la protesta. “Il problema – strilla – è la grande distribuzione. Loro strozzano il caseificio, e i caseificio strozza a noi. Una volta che abbiamo prodotto il latte, lo dobbiamo vendere entro 48 ore, e il caseificio lo sa. Dobbiamo commissionare uno studio all’università per decidere la qualità e stabilire il prezzo del latte italiano. Dopodiché in Italia solo uno può vendere il latte a quel prezzo: un grande consorzio in cui dobbiamo riunirci tutti”. Molti applaudono. “Se siamo arrivati a questo punto la colpa è nostra, perché abbiamo delegato le associazione di categoria a difenderci. Ma non l’ha fatto nessuno”. Dalla piazza gridano “restituiamo la tessera“.
“Nel consorzio del pecorino romano – continua il suo comizio l’agricoltore – ci sono i caseifici. Ma noi non facciamo il cacio, facciamo il latte. Il latte è nostro, il prezzo lo decidiamo noi“. E giù applausi. Un altro pastore si avvicenda al megafono. “Il nostro progetto è quello di andare noi, senza associazioni di categoria, a sederci al tavolo con i politici e gli industriali. Dov’è stata la Coldiretti finora? Da tempo dovevano scendere in piazza per difenderci”. E in piazza urlano: “Fuori! Fuori! Fuori!”. “Le associazioni ingrassano con i soldi nostri e noi moriamo di fame”. E, infine, “Il pecorino romano si fa con il latte italiano, non quello straniero. L’abbacchio dop deve essere italiano”. In piazza si è visto il gruppo della Lega di Viterbo con il senatore Umberto Fusco, il presidente del consiglio, Stefano Evangelista, il vice sindaco di Viterbo, Enrico Contardo, i consiglieri comunali Andrea Micci, Elisa Cepparotti, Stefano Caporossi, Antonio Scardozzi. È arrivato anche il sindaco Giovanni Arena, il senatore Francesco Battistoni di Forza Italia,l’assessore Elpidio Micci (FI), il questore Macera, il prefetto Bruno.







