Home Cronaca Viterbo, la Calza della Befana ha un motore “d’oro”: “Superateci in solidarietà, non in metri”.

Viterbo, la Calza della Befana ha un motore “d’oro”: “Superateci in solidarietà, non in metri”.

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Viterbo –  È il 5 gennaio, sono circa le 14.30 e intorno all’albero di Natale di piazza del Plebiscito, fa capolino la punta di un cappello. Prima uno, poi un altro. Pochi minuti, e ai piedi del grande abete che ha ornato il cuore della città nel periodo natalizio, qualcosa prende forma. Tante punte di cappelli a cono con larghe falde saltellano festose, animando il bosco natalizio. Corrono di qua e di là, tanti cappelli indaffarati,  allegri, spumeggianti. Qualcos’altro agita l’aria: un fruscio di balze resuscita vecchi gonnoni probabilmente sottratti a polverosi bauli dimenticati in qualche soffitta, spessi calzettoni a righe, incredibili nasoni di gomma, occhialoni, e scialle. È tutto un svolazzare di allegria e agitazione. Sono le Befane della Calza di Viterbo,  organizzata dal centro sociale polivalente Pilastro, pronte per dare vita al 20° trasporto, anno 2020 Qua e là si raggruppano, si disperdono per poi riunirsi in nuovi gruppetti. Befane di tutte le età. Ci sono bambine di pochi anni, donne adulte, e ancora più adulte. Si arriva fino a 104 anni. Vengono da Viterbo, ma anche da fuori. Sono le Befane di quella conosciuta fino ad oggi come la “Calza più lunga del mondo”. Un primato conquistato con venti anni di trasporto da quella che, per quanto se ne sa, è stata la prima Calza di questo genere. E ora che è famosa, non manca chi vorrebbe “scipparle” il primato. Ma la calza del centro sociale  Pilastro, oramai di tutta la città di Viterbo, non è solo una questione di metri. Chi pensa di rubarle la scena, superandola solo in lunghezza “fisica”, rischia di ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Perché la Calza della Befana viterbese, se oggi è quello che è, non lo deve solo a quei circa 54 metri che sfilano in città. Ma ai tanti chilometri che ha percorso la sua solidarietà intorno al pianeta.  È per questo che oggi è tanto amata, e baldanzosa. Chilometri e chilometri di solidarietà macinati instancabilmente in venti anni sono la sua forza e la sua unicità. E non è nemmeno solo questo. Essa è molto di più: è l’icona di una città che il 5 gennaio con essa si fonde e dà vita a uno scenario surreale. Il trasporto della Calza della Befana non sta nella Città dei Papi, con questa connotazione, così per caso. La marcia verso San Sisto delle Befane il 5 gennaio per andare a prendere la calza e iniziare il trasporto, rievoca quella sacra del 3 settembre, quando i facchini si recano alla partenza della macchina di santa Rosa, sempre a San Sisto, sempre per iniziare un trasporto. Sì: il trasporto, quello della maestosa e solenne macchina di santa Rosa, ma anche quello della calza della Befana che alla partenza grida: “Accapezzate il cappello”, rievocando con rispetto quell'”accapezzate il ciuffo” che il capofacchino grida ai suoi uomini la notte di Rosa. In tutto questo c’è una città, ma diremmo meglio, una comunità, che ha fortemente interiorizzato i propri simboli, che in essi si riconosce e si caratterizza dagli altri. Sono quei “segni esteriori” in cui un viterbese, di nascita o per adozione, ritrova se stesso e la sua patria. La macchina, la calza, così come tanto altro, così come è, non sarebbe le stessa cosa da un’altra parte. Solo, qui, in questa città, diventano uniche, perché non sono altro che la fioritura delle radici profondissime delle tradizioni insite nello spirito di questa città.  Niente è solo spettacolo. Dietro la macchina c’è la devozione. Dietro la calza c’è la solidarietà, quella parola magica che riesce a fare comunità, a far battere il cuore dietro a un evento che, altrimenti, sarebbe uno come tanti. Ed eccola la sfida che parte da Viterbo, a chi, in questi giorni, e in quesi anni, ha pensato di togliere il podio alla calza del Pilastro, allungandola con un paio di decine di metri in più. Lo dice il presidente del centro sociale Luciano Barozzi:La calza potrà essere superata fisicamente, ma la nostra solidarietà ha fatto moltissimi chilometri. Siamo arrivati in Cile, in Ecuador, in Kenia, in Madagascar“. Quella viterbese è una calza unica, perché ha un motore particolare: il cuore  d’oro di chi ogni anno la mette in movimento, la trasporta attraverso la città, ma soprattutto la porta a destinazione, che non è quella fisica del sagrato della parrocchia del Pilastro, ma è l’obiettivo di solidarietà che ogni anno la calza si dà come traguardo. È in questo che Viterbo vorrebbe si aprisse la sfida in tutta Italia. I metri lasciano il tempo che trovano. Ma se ad essere raccolta, sarà la sfida a fare del bene a chi ha bisogno, la Calza della Befana di Viterbo avrà ancor più centrato il suo scopo. E a maggior ragione, oltre a tutte quelle che abbiamo finora elencato, non sarà nata per caso.  La calza del Pilastro la sua storia, oramai, ce l’ha, è una narrazione che nasce dalla terra di Tuscia, che si carica del fascino e della suggestione dei vicoli e delle strade antiche della Città dei Papi, dai legami che si rinnovano tra le generazioni e nelle loro credenze. Lo spettacolo, uno dei tanti, nello spettacolo generale del trasporto, è vedere accanto alla calza che lentamente si snoda lungo le strade, tante bambine che sfrecciano via con i loro cappelli a punta a cercare la mano della Befana più adulta, o più anziana, a volte è la mamma, spesso è la nonna, altre è semplicemente una befana con la quale, quel costume, crea a modo suo un legame di familiarità, nel nome della tradizione, dei costumi e dei valori di questo popolo. Come quello della fratellanza, che Viterbo celebra nel suo momento più alto con il trasporto della macchina di santa Rosa.  Insomma la calza della Befana potrà anche essere copiata e superata, ma le emozioni, quelle vere, si avvertono solo quando una cosa scaturisce dalla propria storia. E, ognuno, trova la propria via nel solco del suo passato e del suo presente.

Tiziana Mancinelli

mancinellitiziana@gmail.com

 

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.