Home Cronaca Primo giorno della fase due: commercianti divisi tra entusiasmo, sconforto, e timori per il futuro.

Primo giorno della fase due: commercianti divisi tra entusiasmo, sconforto, e timori per il futuro.

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Viterbo 5 maggio 2020 – Nel primo giorno della fase due (4 maggio 2020 ndr)  la città sembra risvegliarsi da un lungo sonno. E se anche molti negozi sono ancora chiusi, intorno inizia a brulicare la vita: scale che si alzano verso le insegne, gente che pulisce le vetrine, altra che sistema le sedie. C’è tanta voglia di ricominciare. E ci sono anche due mesi di chiusura imposta che pesa sulle spalle non solo con il macigno economico delle mancate entrate, ma anche come uno macete al buonumore, allo slancio, al coraggio, all’entusiasmo e all’intraprendenza che caratterizza chi decide di aprire un’attività in proprio. In pochi si arrenderanno. Perché dietro a quella saracinesca,  tantissimi hanno speso un’intera vita, hanno racchiuso i loro sogni, le loro speranze per il futuro dei propri figli. In molti lotteranno. Sarà una battaglia molto dura, con la minaccia del ritorno dei contagi dietro la porta di quel negozio che potrebbe tornare a chiudersi con un altro lockdown, con la solitudine di chi non ha ancora ricevuto un soldo da uno Stato matrigno e può fare conto solo sui propri risparmi, con la paura, più grande di tutti, che i clienti non arriveranno per il timore del contagio. Eppure oggi i lucchetti hanno scattato ancora, le porte si sono aperte, e a Viterbo ha ricominciato a battere il cuore del tessuto economico cittadino. Ancora debole come un malato che si rimette in piedi.   In giro la gente inizia a circolare e questo, per chi deve vendere, è già una speranza. Sulla rete viaria che si concentra a Porta Romana, uno dei punti nevralgici del traffico cittadino, dalle prime ore della mattina si cominciano a rivedere le file di auto al semaforo. Un ciclista sfreccia su una corsia, mentre un altro preferisce una bici da passeggio e approfitta del rosso per avvicinarsi al finestrino dell’auto dell’azienda sanitaria locale, anch’essa in fila, per chiedere spiegazioni. Magari proprio sulle regole della fase 2 che per molti cittadini, ma anche commercianti, continuano a presentare delle zone d’ombra piuttosto confuse. All’interno di Porta Romana le vie sembrano risvegliarsi da un lungo letargo e se anche il lockdown   non è finito, ma solo allentato, in città c’è più movimento, soprattutto per le persone che ricominciano ad andare a lavoro nelle aziende e nei negozi che dal 4 maggio, con il decreto di Conte, hanno riaperto  i battenti. C’è chi può ricominciare a pieno ritmo, e chi deve farlo a rallentatore perché così dispone il piano anti-contagio del governo. È il caso dei bar che fino al 4 maggio possono lavorare solo con il servizio di asporto. Una prospettiva che ha diviso il settore tra chi ha deciso di restare chiuso e chi, invece, ha preferito ricominciare anche se con il contagocce.

Arianna Galletta

Chi non ha alzato la saracinesca è Arianna Galletta del Red Rose Cafè: «Ho deciso di non aprire il bar in questa fase – spiega -. Tra l’altro le disposizioni non sono nemmeno tanto chiare. Le spese sono tante e aprendo con questa modalità dell’asporto temiamo di non riuscirle a coprire». Da qui la decisione di non riaprire per niente almeno fino al 1° giugno, quando anche i bar potranno riprendere la piena attività seppur limitata nelle modalità previste per evitare il contagio Covid19. «C’è stato un allentamento del lockdown – dice Galletta – ma le persone non possono ancora uscire di casa. Non ha senso, a mio avviso, riaprire così. Alcuni lo hanno fatto. Dal governo al momento sembrerebbe che possiamo riaprire solo in take way (asporto), non possiamo vendere al minuto, ma solo con prenotazioni, il cliente viene e ritira, oppure consegniamo noi a domicilio. Se, però, una persona passa di fronte al bar e vuole una bottiglietta d’acqua, noi non possiamo venderla, perché risulta che siamo chiusi fino al 1° giugno. C’è tanta confusione nelle misure – dice ancora Arianna Galletta -. I clienti possono ritirare, ma non consumare, né internamente, né esternamente, nemmeno in un locale che come il mio ha un’area all’aperto. Con queste modalità non mi conviene ripartire. Dal 1° giugno vedremo: dipende quali saranno le disposizioni, se faranno entrare le persone, mantenendo il metro di distanza,  o comunque potremo servire ai tavoli all’esterno. Vediamo anche se il sindaco ci permetterà di usare ulteriori spazi all’aperto. Se ci saranno le condizioni per lavorare, sarò la prima a riaprire. La colazione al bar deve essere un piacere, se non c’è, il caffé il cliente se lo prende a casa, e anche noi baristi». C’è tanta voglia di ripartire in tutti i commercianti della città, ma lo stato d’animo risente dello sconforto di due mesi di chiusura e di un futuro dominato dall’incertezza  irto di difficoltà. «L’umore è triste – dice Arianna -. non vediamo l’ora di ricominciare a lavorare, ovviamente, con le dovute precauzioni, noi tutti a casa abbiamo bambini, genitori che vogliamo tutelare. La voglia di ricominciare a lavorare è veramente tanta».

Titolare pasticceria Garibaldi

Chi ha alzato la saracinesca, invece, è la pasticceria Garibaldi: «Abbiamo ripreso a lavorare – dice il titolare – osservando le misure imposte dal decreto del governo. Entra una persona alla volta, sanifichiamo gli ambienti, i clienti entrano con guanti e mascherina, noi mettiamo a disposizione gel igienizzante. Le indicazioni sono state abbastanza chiare». Sulla porta della pasticceria si affaccia una signora per acquistare una crostata: «Oggi non cambia niente – dice -.  È come ieri e l’altro ieri. Si possono solo andare a trovare i congiunti. Ma mia sorella vive a Narni, fuori regione, e, quindi, non ci possiamo vedere. In città, però, oggi girano più persone».

Troppe secondo Renzo Lisoni dell’Antica edicola di via Cavour. «Con il termine congiunti sono stati troppo generici, la gente sta uscendo in massa, sembriamo delle pecore pazze».

Renzo Lisoni

Oggi hanno riaperto anche i fiorai. Luciana lava con foga la sua vetrina dello storico negozio del Sacrario. «Abbiamo avuto disposizioni specifiche solo con l’ultimo decreto – dice -.  Inizialmente ci sono state delle difficoltà perché il ministro dell’agricoltura ha fatto un macello. Non si capiva se i fioristi potevano aprire o no. In Prefettura un giorno ci dicevano sì, l’altro no, bisognava vedere le disposizioni regionali, comunali, poi l’ultimo decreto ha scritto specificatamente che potevamo aprire e lo abbiamo fatto. Ma non siamo fiduciosi, bensì direi molto pessimisti – prosegue Luciana – Non c’è nemmeno lo spirito. Tanta gente, poi, avrà problemi di soldi e i fiori sono una cosa secondaria da acquistare. Tra l’altro ora non si fanno nemmeno le lauree, i funerali. Giusto qualche compleanno, ma è una spesa relativa». Luciana riapre il negozio dopo «55 giorni di chiusura. Oggi mi ha fatto un brutto effetto farlo, in piazza non c’era nessuno. Stamattina era desolata», dice. Dall’altra parte della strada, in via Marconi, a pochi metri dal negozio di Luciana,   un ragazzo in cima a una scala spolvera un tendone con su scritto Caffetteria Ceccarelli. All’ingresso il fratello del titolare, Gabriele. Un volto giovane con tanta voglia di riprendere a progettare il suo futuro.  «Cerchiamo di essere positivi – dice – Speriamo ci facciano riaprire anche prima di giugno, visto che i contagi stanno diminuendo. Stiamo sanificando gli ambienti.

Gabriele – caffetteria Ciccarelli

Non sappiamo ancora bene come dovremo muoverci quindi andiamo avanti step by step. Quello che ci chiederanno, faremo». Sicuramente il criterio cardine sarà mantenere il distanziamento sociale:  «Ci organizzeremo con gli spazi e pian piano andremo avanti. Per adesso possiamo fare take way e delivery sperando di tornare alla normalità perché questo non può diventare il nostro lavoro principale.  Stamattina stiamo qui, ci stiamo organizzando con le consegne. Ci stiamo facendo vedere dai nostri clienti.  Oggi in via Marconi c’è sicuramente movimento, molti hanno ripreso a lavorare e  si può andare a far visita ai congiunti».

Positivo anche Gianni Valeri  dell’omonimo bar in via della Cava. «Iniziamo a rimuovere qualche passo con il servizio take way – dice – dietro prenotazione si può consumare qualsiasi cosa ma solo con asporto, non sul posto. Abbiamo entusiasmo perché si ricomincia a fare qualcosa, al di là dei guadagni. Si ricomincia a prendere la strada. Sono positivo. Speriamo che la gente rispetti le norme. Al di là della paura del mancato guadagno c’è quella peggiore che si possa ricadere nella pandemia. Sarebbe veramente pesante». Anche il Corso ha ricominciato a dare dei segnali di vita stamattina, soprattutto grazie alla riapertura di alcun uffici. I negozi, molti di abbigliamento, continuano ad essere per la gran parte chiusi. Chi ha curato il suo look è la signora Anna: giubbotto verde e mascherina dello stesso colore. Sta in fila di fronte al portone di un ufficio a debita distanza dagli altri. «La mascherina, oramai, è diventata un accessorio immancabile per le donne – dice –  Visto che la dobbiamo portare, tanto vale dargli un senso anche estetico. Oggi la città è diversa, c’è più movimento. All’inizio il virus è stato uno shock per tutti noi. Io, poi, vivo da sola. Non ho paura, perché sono fatalista. Ma è un grosso problema non solo di salute, ma anche economico». La signora una decisione, però, non l’ha lasciata al caso: «Sono proprietaria di un B&B e temporaneamente lo chiuderò. Credo che la situazione, soprattutto riguardo al turismo,  non si normalizzerà prima di un paio di anni».

Filippo e Fabio Purchiaroni

Proseguendo lungo il Corso un’altra scala solleva un uomo in cima all’ingresso di un negozio: Bizzarri. «Stiamo installando due tende  tricolore che resteranno accese tutto il giorno. Un segno augurale per noi tutti viterbesi» dice Filippo Purchiaroni che gestisce l’attività insieme al padre Fabio: «Noi siamo stati sempre aperti –asserisce quest’ultimo  – abbiamo una  licenza che ce lo ha permesso, ma abbiamo aperto solo la mattina, il pomeriggio c’era pochissima gente. A dire il vero si è visto un po’ di movimento solo nel periodo pasquale, poi si è bloccato tutto. Siamo qui in attesa di giudizio. Oggi, onestamente non vedo grande differenza con gli altri giorni. Non è cambiato niente rispetto alla settimana scorsa. Se al Corso non riaprono tutti i negozi, la gente non circola. Non c’è nessuno. C’è confusione sulla gestione di questa emergenza. Alcune cose non sono chiare. La gente chiede a me cosa deve fare e come». In attesa che la vita torni anche al Corso, il figlio Filippo illustra le modifiche apportate al negozio: «Ci stiamo  strutturando per rispettare le normative anti Covid», dice mentre indica il pannello in plexiglass che campeggia alla cassa. «Disinfettiamo sempre ogni volta che esce un cliente, prima di fare entrare il prossimo. Facciamo anche consegne a domicilio chiamando al numero WhatsApp:328/9024034».  Poco più avanti in via Roma un signora avanza con sguardo smarrito: «Dopo due mesi – dice – non credevo di trovare una città ancora così. La situazione è pesante. Forse questo lockdown poteva durare di meno.  E, inoltre, non comprendo perché alcuni negozi continuino a restare chiusi. Il gioielliere, per esempio, dove si entra una alla volta, perché non può riaprire? A noi cittadini possono servire delle cose. Io, per esempio, vivo in una casa in affitto, ho portato delle cose così, ora, però dovrei comprare delle lenzuola, ma i negozi di biancheria sono chiusi».

Un Sacco Buono

Nel primo giorno della fase due ci sono buone notizie, invece,  per chi ama il gelato: “Un sacco Buono” in via Garibaldi  ha ritirato su la saracinesca: «Facciamo servizio da asporto e consegna a domicilio», dice la titolare. Per il primo: «Preferiamo la prenotazione». Anche qui le misure anti contagio non mancano, cassa con isolamento aereo «locali costantemente igienizzanti – spiega ancora  –  gel  e guanti a disposizione del cliente anche se qui non si tocca il prodotto prima di acquistarlo. Diamo, inoltre, indicazione di entrare uno alla volta e non fare assembramenti all’esterno, anche per questo chiediamo preferibilmente la prenotazione. Io sono una persona ottimista, ma lo stato d’animo non è dei migliori. Manca la convivialità con il proprio cliente, l’impossibilità avere un rapporto diretto, sociale, è tutto distaccato. Tutto ciò non fa bene all’umore. Peggiorato dal fatto che non stiamo ricevendo aiuti concreti da chi ci governa.  La mia attività, tra virgolette, è più fortunata. Ho la possibilità di vendere una vaschetta di gelato che il cliente si porta a casa. Ma per tantissimi altri colleghi che gestiscono bar e ristoranti la situazione rischia di diventare veramente drammatica. Speriamo di farcela. Ma se non riceviamo aiuti concreti, sarà veramente difficile. Ad oggi non abbiamo visto assolutamente nulla. I famosi 600 euro c’è chi è riuscito ad averli e chi no. Hanno parlato di finanziamenti alle piccole e medie imprese di 25 mila euro, ma vi posso assicurare che sono stati in pochissimi ad accedervi. Non è assolutamente vero quello che ci hanno detto che era una procedura snella e veloce. Ci sono tantissimi paletti come in precedenza». Ad essere certe in questi mesi di chiusura sono state solo le spese: «Non ci è stato bloccato alcun tipo di pagamento. Noi chiediamo degli aiuti seri. Dopo due mesi di chiusura la bolletta dell’Enel è arrivata, così anche quella dell’acqua e abbiamo dovuto utilizzare i nostri risparmi personali. Ora si ricomincia da zero. Tutto quello che ci viene comunicato è a libera interpretazione. Si parla di tante cose, ma di notizie dirette e certe ne abbiamo veramente poche. Tutto per sentito dire. Siamo in balia delle interpretazioni. Si spera solo nel buonsenso delle persone. C’è grande preoccupazione che la curva del contagio possa risalire e farci ripiombare nel lockdown». Sottolinea la mancanza di aiuti da parte dello Stato anche Claudio del Blu Bar di Piazza Crispi: «Io sono stato chiuso due mesi e  non ho visto un centesimo da parte del governo – dice -. Ora speriamo che la gente arrivi. Possiamo solo lavorare con l’asporto. Dallo Stato, però, non è arrivato assolutamente niente». Sulla chiarezza delle disposizioni non ha dubbi, il suo pensiero corre subito a «Questo congiunti non si capisce, ovvio che esplodesse tutta questa confusione».

Tiziana Mancinelli

mancinellitiziana@gmail.com

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.