Parco del Bullicame condannato a morte insieme al rospo smeraldino. Marini attacca l’amministrazione: “Tre anni senza muovere un dito, nonostante le ripetute segnalazioni “
“Là dove c’era l’erba, ora c’è una città”, cantava il ragazzo della via Gluck, senza sapere che tutto sommato era mezzo male, l’altra metà sarebbe arrivata dopo il cemento, con il degrado del quadro urbano, e la perdita della sensibilità verso uno spazio armonico di vita, sicuramente più spiccato quando c’era ancora il verde al posto del mattone. Guardando il parco del Bullicame, viene spontaneo riadattare il ritornello del ragazzo della via Gluck: “Là dove c’era l’acqua, ora c’è il deserto”. Che, forse, è pure peggio del mattone, che, comunque, in qualche modo, denota un certo tipo di attività e di attenzione. Guardando la distesa di terra arida interrotta qua e là da ciuffi di erba scomposta e selvaggia, si riceve immediata una sensazione di morte e di abbandono. Ne sa qualcosa il povero rospo smeraldino, insediato in questo ambiente durante l’operazione di recupero paesaggistico e ambientalistico finanziata dall’amministrazione Marini nel 2011. Il povero anfibio si sarà sentito fortunato nel nuotare in una vasca tutta per sé, ideata e realizzata con il contributo di esperti dell’Università della Tuscia, senza immaginare che, invece, quello specchio di acqua limpida, con piante autoctone, si sarebbe trasformato nella sua tomba. Oggi, al suo posto, si apre, infatti, una buca prosciugata e rocciosa con ciuffi ispidi di erba, senza una goccia d’acqua. Del povero rospo non si hanno più notizie. Marini, artefice dell’operazione di riqualificazione sei anni fa, si augura che sia riuscito a scivolare in qualche fosso vicino, aspettando tempi migliori con il ritorno alle urne e sperando, con le zampe incrociate, in un’amministrazione più interessata a questo luogo. “Centotrenta mila euro buttati – grida Marini in mezzo alla landa desolata e dimenticata che parla solo di morte, ricordando la cifra spesa per riqualificare il parco del Bullicame -. Era diventato un fiore all’occhiello per la città spiega -. Uno spettacolo naturale, gettato al vento”, insieme ai soldi spesi per l’operazione di recupero. Se oggi si volesse riportare il parco del Bullicame al suo splendore, forse se ne dovrebbero spendere altrettanti e ricominciare tutto il lavoro da capo. Ma come si è arrivati a questo punto? “Il Comune non è riuscito a far riattivare il pozzo San Valentino che alimentava il parco – dice Marini -. Senza acqua è sparita la vita”. E non solo quella dello sfortunato rospo smeraldino. Basta guardarsi intorno. Aiuole spettrali assistono in un ultimo slancio verso l’alto, le piante stremate dalla mancanza di acqua, prima di riversare a terra il capo, come esalando un ultimo alito di vita. “Il recupero del parco – dice Marini – era stato attuato con la collaborazione della Fondazione Carivit e dell’orto botanico dell’Università della Tuscia. Le aiuole e altre piante dovevano restituire al parco il suo profilo naturale. Ma, oramai, è andato tutto perduto. Non c’è stata attenzione verso questo luogo. Oggi lo guardo e mi sembra di vedere uno scheletro. Pure l’acqua è fredda”. Il calore della risorsa idrica sulfurea che ispirò Dante, è solo un ricordo trattenuto nella terra arroventata. “Sono anni che denuncio questa situazione, sulla stampa, in consiglio comunale – dice Marini – e non succede mai nulla.
Questo luogo è stato condannato alla desolazione. Del resto se non c’è l’acqua, non viene più nessuno. Insieme a questo parco c’è una memoria che si va smarrendo”. Nell’area erano state apposte anche delle targhe per scandire i percorsi e delle panchine.
Tiziana Mancinelli
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